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Campagne

Fonte: Fuoriluogo.it, di Giorgio Bignami 11/03/2013

Psicosi cannabis

La presunta nocivita' psichica della cannabis si basa su letture scorrette di dati sia validi che taroccati. Giorgio Bignami ripercorre le ultime ricerca sul rapporto tra disturbi cognitivi e patologie mentali e cannabis per fuoriluogo.it.

contenzione.jpgOccorre tornare ancora una volta, in base ad alcune novità bibliografiche, sulla controversa questione dei rapporti tra consumo di cannabis, disturbi cognitivi e patologie mentali. Preliminarmente va però menzionato un lavoro australiano (Hermens et al., British Medical  Journal Open 2013;3:e002229 doi:10.1136/bmjopen-2012-002229) che  ha valutato la frequenza di uso di droghe lecite e illecite in oltre 2000 soggetti tra i 12 e i 30 anni, i quali  si sono presentati ai servizi di salute mentale chiedendo assistenza per problemi di sofferenza psichica. Le frequenze di consumo (almeno una volta alla settimana) variano, in misura crescente con l'età, tra il 12 e il 45 % per gli alcolici, tra il 23 e il 41 % per il tabacco, tra il 7 e il 18 % per la cannabis. Tali dati ovviamente non dicono nulla sui possibili rapporti causa-effetto (se la droga è causa di patologia mentale o viceversa), e tanto meno validano la duplice pesante medicalizzazione della coesistenza delle due "devianze", la quale alimenta il fruttuoso business della doppia diagnosi.  Ma da un lato confermano la elevata frequenza di ricorso ad alcol e tabacco tra i sofferenti mentali (soprattutto nelle situazioni di inadeguata assistenza molti di essi sono accaniti fumatori e quindi vanno incontro alle gravi patologie da fumo); dall'altro indicano che il ricorso alla cannabis è praticamente trascurabile, almeno al confronto con quello a droghe lecite assai più nocive. Che si tratti, o meno,  di tentativi di automedicazione antecedenti al ricorso agli "addetti ai lavori", questo è un'altro problema che non può essere affrontata sulla base di detti  risultati...

I sostenitori della tesi che il consumo di cannabis è causa di decadimento cognitivo e di patologie mentali (o di anticipata comparsa delle medesime), paiono ormai stretti in una morsa di contestazioni qualificate e difficilmente superabili. Una bordata particolarmente autorevole viene dalla rivista dell'Accademia statunitense delle scienze - per incidens, una emanazione dell'ultraproibizionista governo americano - ("PNAS" ; January 14, 2013, doi:10.1073/pnas.1215678110). Qui l'esperto norvegese O. Rosenberg procede a una rianalisi critica dei dati di una delle più estese ricerche sugli effetti cognitivi della cannabis (la riduzione del Qoziente di Intelligenza, QI, volgarizzata dal nostro Giovanardi come "buco nel cervello"), cioè  lo studio della c.d. coorte Dunedin. L'autore è sostenuto da uno dei più noti neurobiologi e neurofarmacologi del pianeta, il quale come membro di detta accademia compare in qualità di revisore e garante della qualità del lavoro - il britannico professor Leslie L. Iversen, autore del classico "The Science of Marijuana"; e conclude che il rapporto causale tra uso di cannabis e riduzione del QI risulta sovrastimato, fino a ridursi a zero, se si tengono nel dovuto conto gli effetti confondenti dei fattori socio-economici, i quali vanno valutati in maniera partìcolarmente attenta   data la loro variabilità nel tempo.

Per quanto poi riguarda il rapporto tra cannabis e malattia mentale, oltre a quanto già più volte qui ribadito sui limiti degli studi osservazionali - e in particolare sull'impossibilità di controllare in tali studi tutti i fattori confondenti - vale la pena di ricordare un interessante esercizio statistico pubblicato nel 2009 da M. Hickman e coll. ("Addiction", 104(11):1856-61. doi: 10.1111/j.1360-0443.2009.02736.x). Usando le migliori stime disponibili per Inghilterra e Galles dell'incidenza della schizofrenia e di altri tipi di psicosi, delle frequenze di consumo "leggero" e "pesante" di cannabis, e del rischio apparente di un rapporto causale tra uso di cannabis e malattia mentale, gli autori hanno calcolato quanti casi di prevenzione del consumo di cannabis sarebbero necessari per prevenire un singolo caso di schizofrenia o di altra psicosi.  Ebbene, nel caso degli utilizzatori "pesanti" questo numero  è risultato sempre superiore a 1.000, variando in funzione congiunta del sesso, dell'età e del tipo di disturbo tra 1.360 e 10.870. E tali cifre sono risultate mediamente 4 -5 volte superiori nel caso dei consumatori "leggeri". E allora? dovremmo forse affrettarci a rendere illecite una folla di altre attività ricreative, ludiche ed edoniche, che comportano rischi assai maggiori di questo non solo di lesioni temporaneamente invalidanti, ma anche di invalidità permanente o addirittura di morte? (si pensi, per esempio, allo sci amatoriale). E quante altre prove ancora servono per dimostrare il carattere spudoratamente ideologico-politico della illegalità della cannabis, basata su dati  taroccati e su di una lettura scorretta di dati in se e per sé validi? O quante  altre autorevoli testimonianze, come quella recente del senatore professor Marino, il quale tranquillamente ammette di aver fumato canne in passato ma di aver smesso di farlo  per non cadere nell'illegalità: auspicando una sollecita legalizzazione: poichè le canne "fanno bene all'umore, al sistema nervoso centrale, se uno ha dei dolori li toglie ed aumenta l'appetito", insomma "penso che farebbero bene un po' a tutti"- anche a Bersani, al quale il professore  per prudenza consiglia di contentarsi del succo di mirtillo.  

Pubblicato da LF il 11/03/2013

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