In Italia, la riduzione del danno – sebbene espulsa dal vocabolario governativo delle politiche sulle droghe e sulle dipendenze durante l'era Giovanardi-Serpelloni – conta centinaia di servizi, progetti e interventi. In alcune Regioni ha consolidato la sua esistenza come “quarto pilastro” delle politiche locali, grazie a linee guida e stabili programmi di intervento, in altre non è mai stata “sdoganata”: una geografia diseguale, raramente per ragioni scientifiche e epidemiologiche, più spesso per scelte politico- ideologiche che espongono territori e consumatori ad un accesso anch’esso diseguale a servizi e risorse.

Il dialogo tra riduzione del danno e policy makers è sempre stato difficile, così come – anche se ormai meno sensibilmente - quello tra operatori di “diverse soglie”: sono difficoltà dovute a resistenze culturali e di paradigma, su cui la teorizzazione del “quarto pilastro” che convive con l’impianto tradizionale delle politiche non ha saputo ad oggi in Italia operare criticamente, almeno non abbastanza. A differenza di quanto avvenuto in altri Paesi, inoltre, la carta del pragmatismo – che connota senso e pratiche della riduzione del danno- si è mostrata scarsamente incisiva, anche in contesti come le città metropolitane in cui potenzialmente questo approccio avrebbe potuto “pagare” in termini di mediazione sociale; per non dire dell’assenza di pratiche validate di prevenzione dell’Hiv e dell’epatite C in luoghi sensibili come il carcere, così come della crisi della riduzione dei rischi legata all’intrattenimento dietro la spinta delle politiche securitarie.

Sono, questi, aspetti cruciali delle criticità della riduzione del danno italiana. Negli ultimi anni, poi, operatori e servizi si sono trovati in una lunga fase di transizione e esposti a una forte necessità di innovazione: dei servizi, cui si affacciano nuovi gruppi sociali a fronte di tagli cospicui alle risorse; delle modalità di comunicazione e contatto dettate da nuovi consumatori e nuovi stili; dei modelli di intervento, mirati a traiettorie di consumo per cui sembra non valere più il semplice modello “dalla strada al Sert”.