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	<description>Droghe &#38; Diritti</description>
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		<title>Dentro il potere criminale, per cambiare le politiche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 15:33:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>A Roma, il 17 e 18 settembre due giornate su mafie, traffico di droga, migrazioni e carceri: ricerca e politica a confronto per capire e contrastare il crimine.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura: </span> <span class="rt-time"> 2</span> <span class="rt-label rt-postfix">minuti</span></span><p>Capire come opera la criminalità organizzata, come esercita il proprio potere e come interagisce con le risposte degli Stati: è da qui che deve partire una discussione sulle politiche di contrasto. A questo confronto sono dedicate le due giornate «Capire e combattere la criminalità organizzata: Dialoghi sulle politiche», in programma il 17 e 18 settembre 2026 nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, a Roma, su iniziativa del progetto CRIMGOV, finanziato dal Consiglio europeo della ricerca (European Research Council) e con sede presso le Università di Oxford e di Sciences Po, e della senatrice Cecilia D’Elia.</p>
<p>Il programma mette in dialogo ricerca, politica, magistratura e cultura, attraversando il traffico internazionale di droga, il traffico di migranti, le carceri e il racconto delle mafie. Ad aprire i lavori, giovedì 17 alle 15, sarà D’Elia. Seguirà l’intervento di Federico Varese sul contributo del progetto ERC CRIMGOV al ripensamento delle strategie per comprendere e combattere la criminalità organizzata, con una discussione affidata a Giovanni Melillo e al dibattito con i partecipanti.</p>
<p>Per chi segue le politiche sulle droghe, uno degli appuntamenti centrali sarà il confronto del pomeriggio. Alle 17 Emilia Ziosi proporrà uno sguardo transatlantico sul traffico internazionale di droga, affiancato dall’indagine transnazionale presentata da Francesca De Paris. Alle 17.30 interverranno nella discussione Leonardo Fiorentini e Giancarlo De Cataldo. Un’occasione per riportare l’analisi dei mercati illegali e delle reti che li attraversano al centro del confronto sulle risposte politiche.</p>
<p>La prima giornata proseguirà con De Cataldo, che porterà la propria esperienza di scrittore e giudice nel racconto della criminalità organizzata attraverso libri, cinema e televisione. Le conclusioni saranno affidate allo stesso De Cataldo e a Varese.</p>
<p>Venerdì 18 i lavori riprenderanno alle 10. Dopo l’introduzione di Varese, Paolo Campana affronterà il tema del traffico di migranti, delle sfide che pone e delle possibili risposte degli Stati; seguirà la discussione con Antonio D’Amato. Il confronto si sposterà poi sulle carceri: Varese parlerà della situazione russa e della governance criminale, mentre una successiva sessione sarà dedicata all’Italia, con Ilaria Cucchi e Walter Verini, le cui presenze sono indicate nel programma come da confermare.</p>
<p>Nel pomeriggio entrerà in scena il ruolo della cultura. Roberto D’Avascio presenterà l’esperienza del circolo Pierrot di Ponticelli, a Napoli, nell’incontro «Il cinema contro la mafia», seguito dalla discussione con Sara Conforti. Alle 15.30 la tavola rotonda finale riunirà Nando Dalla Chiesa, Vincenza Rando, Antonio Balsamo e Sara Prestianni. Le conclusioni delle due giornate saranno affidate, alle 16.30, a Cecilia D’Elia e Federico Varese.</p>
<p>Il filo che unisce gli incontri è la necessità di mettere la conoscenza dei fenomeni al servizio delle scelte pubbliche. Dai mercati delle droghe alle prigioni, fino alle rappresentazioni culturali, il programma offre più punti di osservazione per discutere il potere criminale e le politiche chiamate a contrastarlo.</p>
<p>L’appuntamento è nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, presso il Senato della Repubblica, in via della Dogana Vecchia 29. Per partecipare, giornalisti e ospiti devono accreditarsi scrivendo a <a href="mailto:sara.lilli@senato.it">sara.lilli@senato.it</a>. L’accesso è consentito fino al raggiungimento della capienza massima, con abbigliamento consono e, per gli uomini, obbligo di giacca e cravatta.</p>
<p><em>Foto: Di Lalupa – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8970237</em></p>
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		<title>Rebibbia, anche la voce resta dentro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 13:36:01 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Carcere]]></category>
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		<category><![CDATA[telefono]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Rebibbia il guasto ai telefoni interrompe i contatti con familiari e legali. Sbarre di Zucchero chiede il ripristino e garanzie per le emergenze. La Garante Calderone: problema molto serio, si lavora ad una soluzione ponte.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura: </span> <span class="rt-time"> 2</span> <span class="rt-label rt-postfix">minuti</span></span><p>Una linea telefonica interrotta può rendere ancora più profonda la distanza tra il carcere e il mondo esterno. A Rebibbia, secondo quanto ha denunciato Sbarre di Zucchero APS, il normale collegamento telefonico dell’istituto è fuori servizio da giovedì scorso, quando forti temporali hanno colpito Roma. Un guasto che coinvolgerebbe le chiamate delle persone detenute ai familiari e ai legali, ma anche le comunicazioni degli uffici dell’amministrazione penitenziaria. «Per chi è detenuto, una telefonata alla propria famiglia non è un dettaglio. È un collegamento con la propria vita, con i propri affetti, con il mondo esterno», scrive l’associazione. Stando alle informazioni raccolte, il problema potrebbe dipendere dal danneggiamento di una centralina telefonica esterna al carcere. «Non vogliamo alimentare allarmismi e non attribuiamo, allo stato attuale, responsabilità che dovranno eventualmente essere accertate», precisa Sbarre di Zucchero.</p>
<p>La Garante comunale dei Detenuti Valentina Calderone, interpellata da Fuoriluogo, ha confermato che &#8220;il guasto alla linea di Rebibbia nuovo complesso è molto serio e coinvolge tutti i centralini dell&#8217;istituto, sia quello per le chiamate ai familiari sia quello degli uffici.&#8221; La Garante ha poi riferito che &#8220;&#8221;dopo numerosi solleciti da parte della direzione questa mattina sul posto si sono recati i tecnici che hanno prospettato una soluzione ponte per ripristinare almeno le chiamate ai familiari, in attesa della risoluzione del guasto. Avremo maggiori informazioni nel pomeriggio di oggi (martedì 15 settembre, ndr)&#8221;</p>
<p>Il telefono tiene aperto uno spazio di relazione nella quotidianità della detenzione. La sua interruzione pesa anche sulle famiglie, lasciate ad aspettare una chiamata, e sui rapporti con gli avvocati. «Il diritto di comunicare con il proprio legale non può essere considerato un aspetto accessorio», sottolinea l’associazione. Per questo, alla riparazione deve accompagnarsi un’informazione chiara: cosa è successo, come si garantiscono nel frattempo le comunicazioni essenziali, quando sarà possibile tornare a telefonare. Sono risposte che riguardano la vita quotidiana dentro il carcere e la possibilità, per chi è fuori, di mantenere un contatto con i propri cari. «Non chiediamo privilegi», conclude Sbarre di Zucchero. «Chiediamo che un servizio essenziale torni a funzionare e che, nel frattempo, siano garantite tutte le necessarie condizioni di sicurezza».</p>
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		<title>Spin Time, la città è di chi la abita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 07:44:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Fuoriluogo e Forum Droghe aderiscono all’appello per Spin Time e alla mobilitazione del 19 e 20 settembre a Roma. Una battaglia per la casa, il welfare di prossimità e gli spazi di partecipazione.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura: </span> <span class="rt-time"> 3</span> <span class="rt-label rt-postfix">minuti</span></span><p data-pm-slice="1 1 []"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-48432" src="https://www.fuoriluogo.it/wp-content/uploads/2026/09/spin-time.png" alt="spin time" width="299" height="374" srcset="https://www.fuoriluogo.it/wp-content/uploads/2026/09/spin-time.png 958w, https://www.fuoriluogo.it/wp-content/uploads/2026/09/spin-time-300x375.png 300w, https://www.fuoriluogo.it/wp-content/uploads/2026/09/spin-time-768x960.png 768w" sizes="(max-width: 299px) 100vw, 299px" />Fuoriluogo e Forum Droghe aderiscono all’appello per Spin Time, in vista del corteo nazionale del 19 settembre e dell’assemblea del 20 settembre a Roma. La domanda che attraversa la mobilitazione riguarda tutte e tutti: di chi è la città? Difendere la comunità di via Santa Croce in Gerusalemme significa rivendicare il diritto ad abitare, costruire relazioni e partecipare alla vita collettiva anche per chi non può permettersi i prezzi imposti dal mercato immobiliare. È questa la prospettiva dell’appello lanciato da Spin Time.</p>
<p>La storia comincia nell’ottobre 2013, quando il movimento per il diritto all’abitare Action occupa l’ex sede Inpdap all’Esquilino, rimasta vuota. L’iniziativa si inserisce nello Tsunami Tour, la stagione di mobilitazioni romane contro l’emergenza abitativa. Negli uffici vengono ricavati alloggi, con cucine e bagni condivisi. Dal 2014 prende forma un progetto che apre il palazzo al quartiere: auditorium, osteria popolare, doposcuola, falegnameria e sportelli sociali. Nel 2019 arriva anche Scomodo, che avvia il recupero degli spazi destinati al proprio centro culturale. L’abitare diventa il punto di partenza di una rete di attività e servizi. È la trasformazione raccontata nella <a href="https://spintime.net/">storia di Spin Time</a>.</p>
<p>Nel maggio 2019 questa esperienza conquista le cronache nazionali. Il palazzo resta per giorni senza elettricità, con centinaia di persone e molti bambini al suo interno. Il cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere di papa Francesco, interviene per ripristinare la corrente, assumendosi la responsabilità del gesto. La polemica con l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini rende evidente il conflitto: da una parte il richiamo all’irregolarità dell’occupazione, dall’altra l’urgenza delle condizioni materiali di chi vi abita. La vicenda è ricostruita nelle <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2019/05/13/lelemosiniere-del-papa-riallaccia-la-luce-in-stabile-occupato-presentato-un-esposto_1734faf6-78ce-4a25-8f78-8ae187793b6b.html">cronache dell’epoca</a>. Quella vita collettiva trova spazio anche nel documentario di Sabina Guzzanti, <em>Spin Time – Che fatica la democrazia!</em>, uscito nel 2021. Un racconto che porta dentro il palazzo, nelle relazioni e nelle difficoltà quotidiane della convivenza e dell’autogestione. Perché costruire una comunità richiede lavoro, confronto e la capacità di attraversare i conflitti. Il film restituisce questa dimensione concreta dell’esperienza.</p>
<p>Il passaggio più drammatico arriva il 29 luglio 2026: dopo un incendio, lo stabile viene evacuato e posto sotto sequestro giudiziario. Circa quattrocento persone perdono l’accesso alla propria casa. Nei giorni successivi, mentre gli abitanti si accampano davanti al palazzo, cresce la solidarietà. Anche artisti e registi intervengono a sostegno di un’esperienza che riconoscono come patrimonio sociale e culturale della città.</p>
<p>Il Campidoglio propone l’acquisto dell’immobile e un accordo transitorio per consentire gli interventi di sicurezza. Il rifiuto di Investire Sgr blocca quella soluzione: il Comune annuncia la ricerca di sistemazioni alternative e il proseguimento del percorso di valutazione per l’acquisizione. Il 23 agosto Spin Time comunica che tutti gli abitanti hanno trovato una sistemazione temporanea, mentre il presidio continua e resta aperto il confronto con il Comune sull’acquisto. L’emergenza, <a href="https://spintime.net/">sottolinea la comunità</a>, continua: una collocazione provvisoria lascia irrisolta la prospettiva di una casa stabile e del futuro degli spazi comuni.</p>
<p>Nella nostra prospettiva antiproibizionista, i diritti si difendono a partire dalle persone e dalle loro condizioni di vita. La riduzione del danno ci orienta verso l’ascolto, la prossimità, l’accesso ai servizi e il riconoscimento dell’autonomia. Sono principi che chiediamo di portare anche nelle politiche urbane: contrastare lo stigma, sostenere le relazioni, dare spazio a chi viene spinto ai margini. Per questo Forum Droghe e Fuoriluogo sostengono una soluzione che garantisca il diritto alla casa e riconosca il valore della comunità costruita in questi anni. Le istituzioni devono assumersi la responsabilità di investire nell’abitare e nei servizi, valorizzando la partecipazione e le pratiche mutualistiche nate nei territori.</p>
<p>L’appello propone di trasformare questa vertenza in una mobilitazione nazionale contro la subordinazione delle città alla rendita immobiliare. Il corteo del <strong>19 settembre</strong> e l’assemblea del <strong>20 settembre a Roma</strong> saranno due passaggi per costruire un’alleanza tra movimenti, associazioni, sindacati e reti civiche. <strong>Fuoriluogo e Forum Droghe aderiscono e invitano a sostenere la mobilitazione.</strong> Difendere Spin Time significa prendere posizione per una città in cui avere una casa, trovare sostegno e costruire comunità siano diritti concretamente esercitabili.</p>
<p><a href="https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSfqg5LI1CO7b79AT-r_fY5SSzfjc2dpfbwy8SCkPNsQ1xWN7g/viewform">Appello e modulo per le adesioni</a></p>
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		<title>Fare spazio, prendere parola: il lavoro sociale diventa collettivo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 13:26:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il 2 ottobre ad Alessandria e online un seminario sul lavoro sociale collettivo: dall’appello anti-oppressivo a pratiche di partecipazione, prossimità e diritti</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/fare-spazio-prendere-parola-il-lavoro-sociale-diventa-collettivo/">Fare spazio, prendere parola: il lavoro sociale diventa collettivo</a> proviene da <a href="https://www.fuoriluogo.it">Fuoriluogo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura: </span> <span class="rt-time"> 2</span> <span class="rt-label rt-postfix">minuti</span></span><p>Una relazione d’aiuto può aprire possibilità, ma può anche lasciare intatta la distanza tra chi decide e chi riceve un intervento. Interrogare questa distanza significa chiedersi quanto spazio abbiano le persone nella definizione dei propri bisogni, nelle scelte dei servizi, nella costruzione delle risposte. È su questo terreno che si colloca il seminario “Superare la relazione d’aiuto: il lavoro collettivo come pratica anti-oppressiva”, in programma venerdì 2 ottobre 2026, dalle 14.30 alle 17.30, al DIGSPES, Palazzo Borsalino, aula 101, ad Alessandria, con possibilità di partecipare online.</p>
<p>Il tema incontra una discussione che Fuoriluogo segue da tempo. Nel novembre 2025 <a href="https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/per-un-lavoro-sociale-che-non-opprime/">abbiamo presentato</a> il Manifesto del lavoro sociale anti-oppressivo, un appello a ripensare le professioni sociali a partire dalle disuguaglianze e dal potere che attraversa anche i rapporti di cura. Il documento invita a riconoscere le cause strutturali delle difficoltà vissute dalle persone, contrastando la tendenza a trasformarle in responsabilità individuali. E propone di costruire una comunità professionale capace di condividere esperienze, strumenti e formazione, dando forza alla partecipazione e all’azione collettiva</p>
<p>Già la Summer School 2025 di Forum Droghe e CNCA, “E mi no firmo”, aveva <a href="https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/per-un-lavoro-sociale-che-non-opprime/">posto al centro</a> la responsabilità politica del lavoro sociale e la necessità di aprire spazi di libertà dentro i servizi. Per la riduzione del danno, questo significa anche riconoscere l’autodeterminazione delle persone che usano droghe e costruire con loro alleanze capaci di incidere sulle politiche e sulle pratiche. Una riflessione ripresa nel marzo scorso, <a href="https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/per-non-scivolare-dal-crinale/">presentando</a> l’appuntamento di Marghera “In equilibrio sul crinale”: prossimità, intersezionalità e protagonismo delle persone come strumenti per interrogare il confine tra sostegno e controllo.</p>
<p>Il seminario di Alessandria porta questa discussione sul terreno delle esperienze. Dopo l’introduzione di Daniele Scarscelli, sociologo e ricercatore universitario, quattro interventi metteranno a confronto contesti diversi, attraversati dalla stessa domanda: come costruire una dimensione collettiva nel lavoro quotidiano?</p>
<p>Silvia Vesco e Chiara Marchetti, del Centro immigrazione, asilo e cooperazione internazionale (Ciac), affronteranno il tema dell’accoglienza, nel passaggio dai servizi per rifugiati agli spazi di partecipazione. Stefano Bertoletti, della Cooperativa CAT di Firenze, presenterà l’esperienza di una chill out al liceo artistico, esplorando gli equilibri tra supporto tra pari e istituzioni scolastiche.</p>
<p>Con Angelo Giglio, già responsabile della Riduzione del Danno dell’ASL Torino, si parlerà dello “Spazio Medina” e della possibilità di condividere un trattamento individuale in uno spazio collettivo. Greta Tuttobene, assistente sociale, e Marina Fasciolo, della Rete Lavoro Sociale Antioppressivo, interverranno sulla costruzione di spazi di prossimità e partecipazione oltre la risposta individuale. Chiuderà il pomeriggio un dibattito con i partecipanti.</p>
<p>Accoglienza, scuola, riduzione del danno, servizio sociale: accostare queste esperienze permette di interrogare le abitudini di ciascun ambito. Chi stabilisce gli obiettivi? Quali saperi vengono ascoltati? Come possono le persone coinvolte contribuire a cambiare i luoghi che attraversano? Il lavoro collettivo prende consistenza quando queste domande entrano nell’organizzazione concreta degli interventi e nella distribuzione del potere di decidere.</p>
<p><strong>Informazioni e iscrizioni</strong>: <a href="mailto:lavorosocialeantioppressivo@gmail.com">lavorosocialeantioppressivo@gmail.com</a>.</p>
<p><strong>Per partecipare online</strong>, venerdì 2 ottobre, dalle 14.30 alle 17.30, ora italiana: <a href="https://meet.google.com/zcf-zbhq-dmq">accedi alla videochiamata su Google Meet</a>. È possibile collegarsi anche telefonicamente al +39 02 3041 9503, inserendo il PIN 624 610 608#. <a href="https://tel.meet/zcf-zbhq-dmq?pin=5556026618606">Altri numeri per partecipare</a>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/fare-spazio-prendere-parola-il-lavoro-sociale-diventa-collettivo/">Fare spazio, prendere parola: il lavoro sociale diventa collettivo</a> proviene da <a href="https://www.fuoriluogo.it">Fuoriluogo</a>.</p>
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		<title>Stanze del consumo, Torino riapre il confronto su salute e diritti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 06:44:44 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[droghe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 25 settembre, per i trent’anni de L’Isola di Arran, un incontro sulle stanze del consumo tra storia italiana, esperienze europee e prospettive di realizzazione. Un confronto che incrocia il lavoro di ricerca e documentazione portato avanti da Forum Droghe e Fuoriluogo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/stanze-del-consumo-torino-riapre-il-confronto-su-salute-e-diritti/">Stanze del consumo, Torino riapre il confronto su salute e diritti</a> proviene da <a href="https://www.fuoriluogo.it">Fuoriluogo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura: </span> <span class="rt-time"> 2</span> <span class="rt-label rt-postfix">minuti</span></span><p>Trent’anni di storia e una questione che continua a interrogare le politiche sulle droghe: come costruire città capaci di tutelare la salute e i diritti delle persone che usano sostanze? L’Isola di Arran ODV dedica il proprio anniversario alle stanze del consumo, con un incontro in programma venerdì 25 settembre 2026, dalle ore 9, alla Biblioteca Italo Calvino di Torino, in Lungo Dora Agrigento 94. A indicare la direzione sono le parole della locandina: salute pubblica, riduzione del danno, diritti per la città.</p>
<p>Le stanze del consumo sono spazi in cui le persone possono consumare sostanze già in loro possesso in condizioni igieniche e con la supervisione di personale qualificato. La loro funzione comprende la prevenzione delle overdose, il contatto con chi incontra maggiori difficoltà nell’accesso ai servizi e la costruzione di relazioni di fiducia. Il rapporto con il quartiere e la mediazione sociale sono parte di questa prospettiva, come ricostruiva Susanna Ronconi nell’approfondimento <em><a href="https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/drug-consumption-room-la-salute-la-mediazione-sociale-il-governo-delle-citta/">Drug Consumption Room. La salute, la mediazione sociale, il governo delle città</a></em>, scritto nel 2019 e pubblicato da Fuoriluogo nel 2022.</p>
<p>A questo percorso si è aggiunto il rapporto “Il superamento delle barriere legali nell’implementazione delle DCR in Europa”, realizzato da ENDCR, Forum Droghe ed Elide e disponibile nella <a href="https://www.fuoriluogo.it/ricerca/stanze-del-consumo-dcr/">sezione di Fuoriluogo dedicata alle stanze del consumo</a>. La ricognizione prende in esame gli ostacoli incontrati dalle esperienze europee e le soluzioni adottate per superarli: un contributo per dare al confronto italiano strumenti concreti.</p>
<p><a href="https://www.radioradicale.it/scheda/749684/ripensare-le-politiche-sulle-droghe-citta-buone-pratiche-e-innovazioni-necessarie?i=4859088">Presentata</a> da Susanna Ronconi all’incontro della rete Elide del 24 gennaio 2025 a Milano, la ricerca costituisce un passaggio preparatorio per approfondire la praticabilità delle stanze nel contesto italiano. Il suo interesse sta proprio nel metodo: studiare come altri territori hanno affrontato i problemi e mettere queste conoscenze a disposizione delle città.</p>
<p>L’appuntamento del 25 settembre offre l’occasione di riprendere questo filo. Dopo i saluti istituzionali di Jacopo Rosatelli e l’intervento di Maria Teresa Ninni sui trent’anni de L’Isola di Arran, il focus affronterà la storia delle stanze in Italia con Susanna Ronconi, gli studi di fattibilità e le prospettive con Enrico Petrilli, dell’Università degli Studi di Torino, e le esperienze europee con i collegamenti di Joana Mouera, ENDCR, e Leo Jeffrey, EuroNPUD.</p>
<p>Dalle ore 10 la tavola rotonda metterà a confronto associazioni, reti delle persone che usano droghe e professionisti: Valentina Mancuso, Alfredo Pellegrini, Dinah Macmillan, Paolo Jarre, Roberto Ramella, Leopoldo Grosso, Lorenzo Camoletto, Pino Di Pino e Massimo Lorenzani.</p>
<p>Celebrare i trent’anni de L’Isola di Arran diventa così un’occasione per discutere le scelte da compiere oggi. Quali alleanze, risorse e responsabilità servono per tradurre il patrimonio di esperienze e conoscenze in servizi accessibili? È su questo terreno che Torino è chiamata a confrontarsi, mettendo al centro la dignità delle persone e il diritto alla salute.</p>
<p><strong>L’iniziativa è promossa da L’Isola di Arran ODV, con il patrocinio della Città di Torino. Appuntamento il 25 settembre 2026, dalle ore 9, alla Biblioteca Italo Calvino, Lungo Dora Agrigento 94.</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/stanze-del-consumo-torino-riapre-il-confronto-su-salute-e-diritti/">Stanze del consumo, Torino riapre il confronto su salute e diritti</a> proviene da <a href="https://www.fuoriluogo.it">Fuoriluogo</a>.</p>
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		<title>Il diritto di sapere, una RAI da liberare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 06:20:22 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Informazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La libertà dell’informazione si misura anche da ciò che riesce a portare nel dibattito pubblico: le condizioni nelle carceri, le conseguenze delle politiche sulle droghe, le violazioni dei diritti, le [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/il-diritto-di-sapere-una-rai-da-liberare/">Il diritto di sapere, una RAI da liberare</a> proviene da <a href="https://www.fuoriluogo.it">Fuoriluogo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura: </span> <span class="rt-time"> 4</span> <span class="rt-label rt-postfix">minuti</span></span><p>La libertà dell’informazione si misura anche da ciò che riesce a portare nel dibattito pubblico: le condizioni nelle carceri, le conseguenze delle politiche sulle droghe, le violazioni dei diritti, le voci delle persone relegate ai margini. Perché questi temi possano emergere servono giornalisti liberi di indagare, redazioni con risorse adeguate e spazi capaci di accogliere esperienze e opinioni scomode. Sono condizioni che riguardano direttamente la possibilità di conoscere, partecipare e chiedere conto a chi governa.</p>
<p>È da questa prospettiva che muove il lavoro della Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili, CILD, sulla libertà e sul pluralismo dei media. «La qualità di una democrazia dipende anche dalla qualità del suo spazio informativo», scrivono i promotori nella presentazione dei rapporti. Un’affermazione che porta la discussione sulla RAI fuori dal consueto confronto sulle nomine e la restituisce al terreno dei diritti.</p>
<p>I due documenti, entrambi a cura di Andrea Oleandri, hanno funzioni complementari. Il <a href="https://www.fuoriluogo.it/wp-content/plugins/download-attachments/includes/download.php?id=48394"><em>Legal and Policy Report</em></a>, “Informazione bene comune: perché la libertà dei media riguarda la democrazia”, ricostruisce le fragilità del sistema informativo e le possibilità aperte dalle regole europee. L’<a href="https://www.fuoriluogo.it/wp-content/plugins/download-attachments/includes/download.php?id=48393"><em>Advocacy Brief</em></a>, “Reclaiming RAI: indipendenza del servizio pubblico come infrastruttura democratica”, traduce questa analisi in proposte di riforma. Il lavoro nasce nell’ambito di STRIVE-2026, sostenuto attraverso un programma di finanziamento di Liberties con il supporto dell’Unione europea, e accompagna la campagna “Informazione bene comune”.</p>
<p>Il rapporto propone di guardare insieme a problemi spesso affrontati separatamente. La concentrazione della proprietà, la crisi dell’editoria locale, la precarietà del lavoro giornalistico, le azioni giudiziarie intimidatorie e la dipendenza dalle piattaforme digitali si rafforzano a vicenda. Una redazione economicamente fragile è più esposta alle pressioni. La scomparsa di una voce locale impoverisce il controllo sulle istituzioni. Gli algoritmi possono rendere poco visibile un’inchiesta anche quando nessuno ne impedisce la pubblicazione.</p>
<p>L’assenza di censura resta indispensabile, ma la libertà ha bisogno anche di condizioni materiali che permettano di esercitarla. Definire l’informazione un bene comune significa riconoscere che il suo valore supera i ricavi delle imprese editoriali: una notizia verificata o un abuso documentato producono benefici per l’intera collettività.</p>
<p>In questo quadro la RAI ha una responsabilità particolare. La diffusione territoriale, la capacità produttiva, gli archivi e la presenza su televisione, radio e piattaforme digitali le consentono di raggiungere pubblici diversi. Il servizio pubblico può assicurare continuità all’informazione regionale, alla produzione culturale, all’accessibilità e alla rappresentazione delle minoranze: attività il cui valore democratico non coincide necessariamente con il rendimento commerciale.</p>
<p>L’indipendenza è la condizione perché questa missione possa essere svolta. Se le scelte editoriali risentono degli equilibri politici, viene compromessa anche la capacità del servizio pubblico di conquistare fiducia e offrire ai cittadini strumenti per valutare il potere.</p>
<p>L’European Media Freedom Act offre un riferimento preciso. L’articolo 5 del regolamento europeo, applicabile dall’8 agosto 2025, richiede indipendenza editoriale e funzionale dei media di servizio pubblico, procedure di nomina trasparenti, garanzie sui mandati e sulle revoche, risorse adeguate, sostenibili e prevedibili, insieme a un monitoraggio indipendente i cui risultati siano pubblici. Sono obblighi che chiamano in causa l’intera organizzazione del servizio pubblico.</p>
<p>Secondo CILD, l’assetto italiano descritto nei rapporti presenta ancora importanti distanze da questi standard. Il nodo è il rapporto tra gli organi politici e i vertici aziendali. Anche trasferire le nomine dal Governo al Parlamento può lasciare intatto il problema, se la coalizione di maggioranza conserva gli strumenti per determinare il controllo del consiglio di amministrazione.</p>
<p>È la critica che i documenti rivolgono al testo unificato discusso in Parlamento nel 2025: pur riconoscendo elementi positivi, come l’eliminazione delle nomine governative dirette e l’allungamento dei mandati, segnalano il rischio che l’abbassamento delle soglie dopo i primi scrutini riconsegni le scelte alla sola maggioranza. Il criterio per giudicare una riforma diventa quindi la sua capacità di proteggere l’autonomia della RAI attraverso gli avvicendamenti politici.</p>
<p>Le proposte del Brief sono concrete: candidature pubbliche, requisiti professionali definiti prima della selezione, valutazioni comparative motivate e consultabili. CILD chiede maggioranze parlamentari capaci di imporre un consenso più ampio della coalizione di governo, senza scorciatoie dopo poche votazioni. A queste garanzie affianca mandati sufficientemente lunghi e meno dipendenti dal ciclo elettorale, cause tassative di revoca e possibilità di ricorso.</p>
<p>Altrettanto decisivo è il finanziamento. La possibilità di intervenire ogni anno sulle risorse può diventare una leva di condizionamento. Nel testo di riforma analizzato, osserva CILD, il limite del cinque per cento alle riduzioni annuali del canone non impedirebbe un’erosione progressiva della capacità operativa. La proposta è una cornice pluriennale legata ai costi e agli obiettivi del servizio pubblico, che permetta di programmare informazione, cultura, accessibilità e innovazione. Un controllo indipendente dovrebbe rendere verificabile il rispetto di queste garanzie.</p>
<p>La riforma della RAI è però parte di una questione più ampia. Il rapporto chiede protezione effettiva delle fonti e prevenzione della sorveglianza abusiva, trasparenza sui proprietari dei media e sui conflitti di interesse, valutazioni delle concentrazioni attente all’autonomia delle redazioni. Anche la pubblicità istituzionale richiede criteri pubblici e controllabili: la distribuzione delle risorse può incidere sulla sopravvivenza delle testate e sulla pluralità delle voci.</p>
<p>Da qui la proposta di una strategia nazionale per la libertà dell’informazione, costruita coinvolgendo istituzioni, autorità indipendenti, giornalisti, università e società civile. Nella presentazione, CILD annuncia una campagna pubblica sulla riforma della RAI, incontri con i decisori politici e un workshop di confronto.</p>
<p>Per chi si occupa di diritti, la posta in gioco è concreta: poter far emergere una testimonianza, verificare una versione ufficiale, discutere gli effetti di una legge. Un servizio pubblico indipendente amplia queste possibilità. La sua riforma va giudicata a partire da qui: dallo spazio che restituisce ai cittadini per conoscere e controllare chi esercita il potere.</p>
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		<title>Colombia, torna la guerra chimica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Fiorentini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Sep 2026 05:15:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[FL sul Manifesto]]></category>
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		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
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		<category><![CDATA[foresta amazzonica]]></category>
		<category><![CDATA[fumigazione]]></category>
		<category><![CDATA[fumigazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Leonardo Fiorentini scrive del ritorno alle fumigazioni in Colombia per la rubrica di Fuoriluogo su il manifesto del 9 settembre 2026.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fuoriluogo.it/rubriche/la-rubrica-di-fuoriluogo-sul-manifesto/colombia-torna-la-guerra-chimica/">Colombia, torna la guerra chimica</a> proviene da <a href="https://www.fuoriluogo.it">Fuoriluogo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura: </span> <span class="rt-time"> 2</span> <span class="rt-label rt-postfix">minuti</span></span><p>Ventisei anni fa il Transnational Institute intitolava il suo rapporto sulle fumigazioni in Colombia <em>The Vicious Circle</em>, il circolo vizioso. La coca veniva irrorata con erbicidi, i raccolti distrutti, i contadini si spostavano, nuove aree di foresta venivano disboscate e la coca ricompariva altrove. Poi arrivavano gli aerei e il ciclo ricominciava. Nel 2026 quel circolo rischia di ripartire.</p>
<p>Secondo quanto rivelato il 23 agosto dal settimanale colombiano <em>Cambio</em>, il nuovo governo di Abelardo de la Espriella sta preparando un progetto pilota per riportare gli aerei sui campi di coca. Non più, almeno per ora, con il glifosato che ha segnato la storia del Plan Colombia, ma con glufosinato d’ammonio.</p>
<p>Cambiare veleno, però, non significa cambiare politica. Il glufosinato non può essere presentato come un’alternativa innocua al glifosato. Nell’Unione europea è classificato come tossico per la riproduzione: può danneggiare fertilità e feto. È inoltre classificato per tossicità acuta e per possibili danni agli organi dopo esposizioni prolungate o ripetute. L’Oms lo colloca nella classe II dei pesticidi “moderatamente pericolosi” e addirittura non è più autorizzato all’uso nell’UE.</p>
<p>La storia delle fumigazioni colombiane è lunga. Cominciarono sulla marijuana nella Sierra Nevada de Santa Marta, per essere poi estese al papavero e alla coca. Con il Plan Colombia, dal 2000, assunsero dimensioni strategiche: in circa due decenni furono irrorati con erbicidi oltre 2,2 milioni di ettari. Eppure la produzione non scomparve. I campi distrutti venivano ripiantati, spostati o frammentati. Il cosiddetto <em>balloon effect</em> spingeva inoltre le coltivazioni verso nuove frontiere agricole e aree di foresta. Una ricerca pubblicata nel 2025 avrebbe poi rivelato che le fumigazioni sono addirittura associate a un successivo aumento delle coltivazioni.</p>
<p>Ma il problema non è soltanto l’inefficacia. Gli erbicidi non distinguono una pianta di coca da banane, yucca, cacao, mais e papaya. Per anni le comunità hanno denunciato perdita dei raccolti, contaminazione delle acque e problemi sanitari. Uno studio pubblicato sul <em>Journal of Health Economics</em> ha trovato un’associazione statisticamente robusta tra esposizione alle irrorazioni e aumento di problemi dermatologici e respiratori e degli aborti spontanei. E quando la coca viene semplicemente spostata più dentro la foresta, alla contaminazione si aggiunge nuova deforestazione.</p>
<p>Nel 2015, dopo la classificazione del glifosato come “probabilmente cancerogeno”, il governo Santos sospese le fumigazioni aeree. La Corte costituzionale nel 2017 fissò poi condizioni rigorose per una loro eventuale ripresa, richiamando il principio di precauzione. Il successivo governo Duque tentò di riprenderle.</p>
<p>Con Gustavo Petro la Colombia ha cercato di cambiare paradigma. La politica nazionale sulle droghe 2023-2033, <em>Sembrando vida, desterramos el narcotráfico</em>, puntava a dare “ossigeno” alle comunità e “asfissia” alle grandi organizzazioni criminali: sviluppo rurale e sostituzione volontaria delle coltivazioni da una parte, repressione dei nodi più redditizi del narcotraffico dall’altra. Non una resa, ma il tentativo di spostare la repressione dalle famiglie contadine a chi trasforma, esporta e ricicla i profitti della cocaina.</p>
<p>Del resto, fra il 1994 e il 2023 in Colombia sono stati sottoposti a eradicazione forzata complessivamente 2,9 milioni di ettari di coca. Senza risolvere, come ben sappiamo, il problema.</p>
<p>Si colpisce la pianta perché è più facile che intervenire sulle cause della sua economia: povertà rurale, isolamento, assenza dello Stato e mercati illegali capaci di garantire ai contadini ciò che spesso l’economia legale non garantisce, un compratore, un prezzo e una filiera commerciale. E così il circolo vizioso riprende, a farne le spese l’ambiente e chi lo abita.</p>
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		<title>No Restraint, a Parma due giornate per affermare una salute mentale senza contenzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Sep 2026 06:29:03 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[parma]]></category>
		<category><![CDATA[salute mentale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 15 e 16 ottobre 2026, al Palazzo del Governatore di Parma, operatori, giuristi, associazioni ed esperti per discutere pratiche, diritti ed etica del No Restraint. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/no-restraint-a-parma-due-giornate-per-affermare-una-salute-mentale-senza-contenzione/">No Restraint, a Parma due giornate per affermare una salute mentale senza contenzione</a> proviene da <a href="https://www.fuoriluogo.it">Fuoriluogo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura: </span> <span class="rt-time"> 2</span> <span class="rt-label rt-postfix">minuti</span></span><p data-pm-slice="1 1 []">«La cura comincia dove finisce la costrizione». È il messaggio che accompagna il convegno “Diritti, pratiche ed etica del No Restraint”, in programma giovedì 15 e venerdì 16 ottobre 2026 al Palazzo del Governatore, in piazza Garibaldi a Parma.</p>
<p>L’incontro nasce dalla necessità di rilanciare il confronto sulla contenzione meccanica e farmacologica nei servizi di salute mentale. Una pratica tuttora diffusa in modo disomogeneo sul territorio nazionale, nonostante i gravi rischi fisici e psicologici per le persone che la subiscono e per gli stessi operatori, oltre all’assenza di una sua efficacia terapeutica.</p>
<p>Il No Restraint non è una semplice procedura, ma un paradigma di cura fondato sul rispetto della dignità, dei diritti fondamentali e della relazione terapeutica. Il convegno intende interrogarsi sulle condizioni che ne mettono a rischio la sopravvivenza: carenze di personale, burn-out, spazi assistenziali inadeguati, formazione insufficiente, stigma e timori legati alle responsabilità professionali.</p>
<p>Le due giornate offriranno un confronto multidisciplinare fra operatori della salute mentale, studiosi, giuristi, persone esperte per esperienza, familiari e associazioni. Saranno presentate le pratiche degli SPDC e dei Dipartimenti di salute mentale che hanno scelto di non ricorrere alla contenzione, insieme agli strumenti organizzativi e clinici necessari per rendere possibile questo cambiamento.</p>
<p>Nel pomeriggio di giovedì 15 ottobre si parlerà, fra gli altri temi, del significato sociale del “non essere legati”, del paradigma No Restraint e del perdurare della contenzione dopo il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari. Saranno inoltre presentati i dati dell’audit sulle contenzioni relativo al periodo 2015-2025.</p>
<p>Venerdì 16 ottobre il programma si aprirà con una sessione dedicata agli aspetti normativi e costituzionali, seguita da approfondimenti etico-deontologici e legali, dalla presentazione delle buone pratiche e da un confronto sulle esperienze delle persone sottoposte a contenzione e degli operatori. Nel pomeriggio è prevista anche una tavola rotonda con numerose associazioni, fra le quali Diritti alla Follia, UNASAM, Le Parole Ritrovate, AIPESP, Progetto Itaca e Fondazione Tommasini.</p>
<p>Il convegno si concluderà con una riflessione sugli obiettivi, la formazione e la ricerca necessari per superare la contenzione e con la presentazione del prossimo ciclo di webinar sul No Restraint.</p>
<p>L’evento è curato dal DAI-SMDP dell’Ausl di Parma, in collaborazione con il Club SPDC No Restraint e il Comune di Parma. La responsabile scientifica è Giuseppina Paulillo.</p>
<p>La partecipazione è accreditata ECM per tutte le professioni sanitarie ed è aperta anche ad assistenti sociali, operatori sociosanitari e persone esperte per esperienza. Le iscrizioni si chiudono il 12 ottobre. Le due giornate potranno essere seguite anche in diretta streaming, senza riconoscimento dei crediti ECM.</p>
<p>Per i non dipendenti del Servizio sanitario regionale è disponibile il modulo:<br />
<a href="https://form.jotform.com/262083284110347" data-rich-text-autolink="">https://form.jotform.com/262083284110347</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/no-restraint-a-parma-due-giornate-per-affermare-una-salute-mentale-senza-contenzione/">No Restraint, a Parma due giornate per affermare una salute mentale senza contenzione</a> proviene da <a href="https://www.fuoriluogo.it">Fuoriluogo</a>.</p>
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		<title>I nomi dietro le sbarre. Le “classi pericolose” di Regina Coeli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 13:21:28 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Carcere]]></category>
		<category><![CDATA[firenze]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[roma]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalle matricole di Regina Coeli riemergono vite, repressione e conflitti sociali: Cristina Badon racconta le “classi pericolose” di fine Ottocento a Roma.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/i-nomi-dietro-le-sbarre-le-classi-pericolose-di-regina-coeli/">I nomi dietro le sbarre. Le “classi pericolose” di Regina Coeli</a> proviene da <a href="https://www.fuoriluogo.it">Fuoriluogo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura: </span> <span class="rt-time"> 2</span> <span class="rt-label rt-postfix">minuti</span></span><p>Chi decide chi è pericoloso? E quanto conta il reato commesso, rispetto alla povertà, alle idee politiche, alle relazioni e alla semplice appartenenza a un ambiente sorvegliato? Sono domande che attraversano *«Classi pericolose» in attesa di giudizio*, il libro di Cristina Badon sulle matricole di Regina Coeli e sulla repressione penale e sociale nell’Italia di fine Ottocento.</p>
<p>Il 17 settembre alle ore 18.00 il volume sarà presentato a Firenze, nella sede de la Società della Ragione a San Salvi, Padiglione 35. Sarà presente l’autrice; modera Giulia Melani. Con Badon discuteranno Franco Corleone, presidente onorario de la Società della Ragione, e Valeria Ferrari dell’Università La Sapienza di Roma.</p>
<p>La ricerca si concentra sul ventennio 1880-1899, quando Roma, da poco capitale, vive una trasformazione rapida e contraddittoria. Alla crescita della città, alle migrazioni interne e alla nuova questione sociale rispondono apparati di sicurezza sempre più inclini alla prevenzione arbitraria. La repressione crispina e le leggi “anti-anarchiche” del 1894 non colpiscono soltanto chi compie atti violenti: estendono la sorveglianza ai militanti, ai simpatizzanti e a un’area sociale molto più vasta. Badon entra in questa storia attraverso una fonte materiale e seriale: i registri matricolari di Regina Coeli. Nelle schede compilate all’ingresso in carcere non c’è soltanto il capo d’accusa. Ci sono il luogo di nascita, il mestiere, il grado d’istruzione, la famiglia, l’autorità che ha ordinato l’arresto, la sentenza, la scarcerazione. L’autrice trascrive i dati in un archivio digitale e li incrocia con le liste dei sovversivi, le carte della Questura e del Casellario Politico Centrale.</p>
<p>Il risultato rovescia la distanza rassicurante contenuta nelle categorie. I detenuti “politici” e quelli “comuni” appartengono spesso agli stessi mondi popolari e condividono precarietà, piccoli reati, arresti ripetuti e brutalità poliziesca. Gli anarchici romani non sono una figura unica: alcuni sostengono la violenza, molti immaginano una società di piccole comunità egualitarie, altri esprimono un’opposizione individuale e discontinua allo Stato.</p>
<p>Nella sua presentazione, Mary Gibson mette in rilievo un dato decisivo: gli arresti per violenza rappresentavano soltanto una parte minoritaria del totale, mentre molti detenuti venivano assolti. La prigione giudiziaria appare così non solo come luogo di custodia in attesa del processo, ma come strumento autonomo di repressione. L’arresto e il tempo trascorso dentro le mura producono una pena prima della pena, anche quando le prove non reggono davanti al giudice. Ma il valore del libro non si esaurisce nella lettura quantitativa. Gibson osserva che la ricerca restituisce «la memoria dei nomi, delle vite e dei sogni» degli anarchici ordinari, cancellati da una storia concentrata sui dirigenti e sugli intellettuali. È qui che le matricole cessano di essere un dispositivo di classificazione e diventano, contro la propria origine, una fonte capace di sottrarre le persone all’anonimato.</p>
<p>Parlare oggi di quelle “classi pericolose” significa interrogare la lunga durata di un meccanismo: trasformare un problema sociale in un problema d’ordine pubblico, la vulnerabilità in sospetto, il dissenso in minaccia. La storia di Regina Coeli non offre analogie facili, ma consegna strumenti per riconoscere ciò che ritorna ogni volta che il carcere viene chiamato a governare povertà, marginalità e conflitto.</p>
<p><strong>Presentazione del libro di Cristina Badon</strong><br />
Giovedì 17 settembre 2026, ore 18.00<br />
La Società della Ragione, San Salvi, Padiglione 35, Firenze<br />
Ingresso libero.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/i-nomi-dietro-le-sbarre-le-classi-pericolose-di-regina-coeli/">I nomi dietro le sbarre. Le “classi pericolose” di Regina Coeli</a> proviene da <a href="https://www.fuoriluogo.it">Fuoriluogo</a>.</p>
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		<title>Il “maxi sequestro” che serve solo a Piantedosi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Fiorentini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 09:31:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mappamondo]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[cannabis]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[repressione]]></category>
		<category><![CDATA[war on drugs]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I maxi sequestri fanno notizia, ma non fermano il mercato: passa quasi tutta la droga e meno dell’1% dei flussi finanziari illeciti viene recuperato.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/il-maxi-sequestro-che-serve-solo-a-piantedosi/">Il “maxi sequestro” che serve solo a Piantedosi</a> proviene da <a href="https://www.fuoriluogo.it">Fuoriluogo</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura: </span> <span class="rt-time"> 4</span> <span class="rt-label rt-postfix">minuti</span></span><div>
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<p>&#8220;<em><span class="x193iq5w xeuugli x13faqbe x1vvkbs xlh3980 xvmahel x1n0sxbx x1lliihq x1s928wv xhkezso x1gmr53x x1cpjm7i x1fgarty x1943h6x xudqn12 x3x7a5m x6prxxf xvq8zen xo1l8bm xzsf02u x1yc453h" dir="auto">43 kg tra hashish e marijuana, pari a circa 600mila dosi, sequestrati. È il risultato di un maxi blitz dei Carabinieri che ha portato anche all’arresto di 4 persone. L’indagine ha permesso ai militari di individuare un’auto e due abitazioni utilizzate per lo stoccaggio dello stupefacente. Un duro colpo al traffico di droga in Alto Adige</span></em>&#8220;. Questo il testo del primo di tre post Facebook pubblicati in poche ore ieri dal Ministro degli Interni Piantedosi.</p>
<p>Quarantatré chili di hashish e marijuana sequestrati e quattro persone arrestate possono certamente rappresentare un risultato investigativo, ma non dimostrano affatto che sia stato inferto un «duro colpo» al traffico di droga in Alto Adige. Per sostenerlo bisognerebbe documentare una diminuzione durevole dell’offerta, un aumento dei prezzi o una riduzione della disponibilità sul mercato. Il lancio social di ieri del ministro Piantedosi non fornisce nessuno di questi dati, e serve solo a fare propaganda.</p>
<p>Già la trasformazione dei 43 chili in «600 mila dosi» — circa 0,07 grammi di sostanza lorda per dose — produce un numero spettacolare, ma giuridicamente &#8211;  la circolare del 2006 fissa la dose media giornaliera a 0,25 grammi di sostanza lorda &#8211; e scientificamente ben poco significativo. Non chiarisce infatti la potenza dei prodotti, a quale piazza fosse destinato, la quota di mercato rappresentata dal sequestro né quanta sostanza sia immediatamente disponibile per sostituirla.</p>
<p>Le stime internazionali mostrano quanto sia difficile incidere sull’offerta attraverso i sequestri. Le stime ricorrenti nella letteratura e nelle valutazioni doganali collocano la quota sequestrata intorno al 5–10% dei flussi in diversi mercati d’importazione. Per la cannabis, l’UNODC ha stimato in <a href="https://www.unodc.org/documents/wdr/WDR_2008/WDR_2008_eng_web.pdf">passato</a> un tasso globale di intercettazione nell’ordine del 13-14% della produzione: ciò significa che la grande maggioranza arrivava comunque ai consumatori. La stessa UNODC ha inoltre <a href="https://unstats.un.org/unsd/statcom/35th-session/documents/UNODC-statement-E.pdf">precisato</a> che il tasso di intercettazione non è un indicatore dell’efficacia delle forze dell’ordine: può riflettere l’espansione dei traffici oppure un cambiamento delle priorità e dell’attività delle forze dell’ordine.</p>
<p>Anche le verifiche empiriche invitano alla cautela. Una revisione degli studi sull’enforcement pubblicata su <em>Addiction</em> <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/24621331/">conclude</a> che vi sono poche prove che un aumento del rischio di arresto, detenzione o sequestro riesca a far salire stabilmente i prezzi, soprattutto quelli al dettaglio. Uno <a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC140425/">studio dedicato</a> a un sequestro eccezionale di cento chili di eroina in Canada non rilevò effetti significativi su prezzo, purezza o disponibilità. Un’<a href="https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/STUD/2016/571400/IPOL_STU%282016%29571400_EN.pdf">analisi</a> commissionata dal Parlamento europeo ha analogamente concluso che, nonostante i sequestri, non emergeva una riduzione significativa della disponibilità di droghe nell’Unione, salvo episodi locali e temporanei. Ne ha <a href="https://www.fuoriluogo.it/rubriche/la-rubrica-di-fuoriluogo-sul-manifesto/droghe-la-repressione-inutile/">dato conto</a> molto chiaramente Carla Rossi sulla nostra rubrica su il manifesto qualche settimana fa.</p>
<p>La ragione è banalmente economica: la proibizione fa sì che il rischio penale venga incorporato nel prezzo finale della sostanza, rendendo remunerativa la sostituzione delle partite perdute. E&#8217; semplice economia aziendale: i narcotrafficanti possono serenamente dare per scontato che almeno un decimo di quanto trafficato venga intercettato dalle forze dell&#8217;ordine. Una <a href="https://www.unodc.org/pdf/research/Morocco_survey_2005_ex_sum.pdf">ricerca</a> UNODC di qualche anno fa sul Marocco indicava per la resina di cannabis un prezzo alla produzione di circa 0,09 dollari al grammo e un prezzo locale di circa 0,50 dollari, contro valori europei generalmente compresi fra 3 e oltre 10 dollari al grammo. Il valore poteva quindi moltiplicarsi decine di volte dopo l’ingresso nei mercati di consumo. Il fenomeno è ancora più evidente per la cocaina: l’UNODC ha <a href="https://www.unodc.org/documents/wdr/WDR_2010/2.0_Drug_statistics_and_Trends.pdf">calcolato</a> un aumento di circa 60 volte tra i derivati della coca nei paesi produttori e il prezzo all’ingrosso europeo.</p>
<p>È questo enorme margine, generato dall’illegalità, che consente alle organizzazioni di assorbire sequestri, arresti e costi di trasporto come normali rischi d’impresa. Una partita viene confiscata, ma domanda, profitti e rete commerciale restano: altri fornitori occupano rapidamente lo spazio lasciato libero. Il sequestro può spostare temporaneamente gli equilibri o alimentare conflitti tra gruppi, senza ridurre in modo durevole il mercato.</p>
<p>Il fallimento appare ancora più evidente quando, anziché contare i pacchi di droga, si segue il denaro. <em>Follow the money</em> è la nuova parola d&#8217;ordine di tutto il sistema di controllo globale, ovviamente prontamente inserita nel vocabolario del sottosegretario Mantovano. Già nello <a href="https://www.fuoriluogo.it/rubriche/la-rubrica-di-fuoriluogo-sul-manifesto/vienna-2019-il-rapporto-ombra-della-societa-civile/">Shadow Report</a> dell’International Drug Policy Consortium di qualche anno fa, sulla base dei dati UNODC ed Europol, si ricordava come meno dell’1% del denaro riciclato venga intercettato a livello globale. Nell’Unione europea, tra il 2010 e il 2014, soltanto il 2,2% dei proventi criminali stimati fu sequestrato o congelato e appena l’1,1% venne definitivamente confiscato: il 98,9% rimase quindi nella disponibilità delle organizzazioni criminali. Anche il più recente <a href="https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/la-politica-globale-delle-droghe-e-fuori-strada/">Report</a> di IDPC richiama la valutazione del GAFI secondo cui gli Stati recuperano meno dell’1% dei flussi finanziari illeciti mondiali.</p>
<p>È il paradosso della repressione: si celebrano pubblicamente chili, dosi e arresti, mentre quasi tutto il capitale che alimenta, riproduce e rafforza le organizzazioni criminali continua a circolare. Se davvero si volesse misurare l’efficacia del contrasto al narcotraffico, bisognerebbe guardare alla disponibilità delle sostanze, ai prezzi, alla violenza e soprattutto alla capacità di sottrarre stabilmente patrimoni e profitti alle reti criminali, non al numero di confezioni esposte per una fotografia.</p>
<p>Lo ha spiegato qualche anno fa con particolare chiarezza Neil Woods, ex agente britannico infiltrato per quattordici anni nelle organizzazioni dello spaccio e poi presidente di LEAP UK. Nel video <a href="https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/lo-sporco-segreto-dietro-i-sequestri-di-droghe/">rilanciato</a> da Fuoriluogo, Woods descrive questi <a href="https://filtermag.org/drug-war-photo-op-policing-is-a-betrayal-of-law-enforcements-principles/">annunci</a> per ciò che sono: risultati facili da contare e da mostrare, utili a alimentare la stampa e sostenere le carriere di politici e poliziotti, non certo prove che il problema sia stato risolto. Le conferenze stampa con la droga esposta sui tavoli, gli arresti, i chili sequestrati e il presunto «valore di strada» certificano l’attività della polizia, non la diminuzione dell’offerta o dei danni che il proibizionismo continua ad ignorare, e implicitamente accettare come ha <a href="https://www.fuoriluogo.it/rubriche/la-rubrica-di-fuoriluogo-sul-manifesto/la-destra-e-la-tanatopolitica-delle-droghe/">ricordato</a> Susanna Ronconi ieri nel suo articolo su il manifesto.</p>
<p>Il punto, dunque, non è certo sminuire il lavoro dei Carabinieri e delle forze dell&#8217;ordine. È rifiutare l’equazione propagandistica secondo cui più chili sequestrati equivalgono automaticamente a maggiore sicurezza. L’efficacia di una politica sulle droghe dovrebbe essere misurata sulla riduzione delle morti, della violenza, dello sfruttamento e del potere economico delle organizzazioni criminali. Il conteggio dei pacchi e delle ipotetiche «dosi sottratte alla criminalità» misura invece, nella migliore delle ipotesi, quanto impegno e risorse sono state profuse nell&#8217;attività repressiva. Non certo quanto il problema sia stato risolto.</p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/il-maxi-sequestro-che-serve-solo-a-piantedosi/">Il “maxi sequestro” che serve solo a Piantedosi</a> proviene da <a href="https://www.fuoriluogo.it">Fuoriluogo</a>.</p>
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