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Fonte: Il Manifesto, di Amira Armenta 20/06/2012

Il dissenso nel cortile di casa

Amira Armenta, TransNational Institute, scrive per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 20 giugno 2012. Vai al testo originale sul sito del TNI.

la_muerte_de_pablo_escobar-_fernando_botero_0.jpgAl VI Summit delle Americhe, tenutosi a Cartagena in aprile, il blocco latino americano ha finalmente deciso di  parlare francamente agli Stati Uniti: la guerra alla droga è fallita, è venuto il tempo di pensare ad altro. Il tema non è così nuovo come sembra. L’America Latina ha una tradizione relativamente lunga di dissenso sul controllo della droga.

I problemi causati dal flusso illegale di narcotici e dalle misure di controllo furono all’origine di un altro evento internazionale, tenutosi ventidue anni fa, anche questo a Cartagena. La dichiarazione di Cartagena del 15 febbraio 1990, firmata dagli allora presidenti di Colombia, Perù, Bolivia e Usa, segna il timido inizio di un processo regionale, sfociato di recente nelle prese di posizione di diversi presidenti contro la guerra alla droga. Anche se quel testo riconferma il ruolo delle forze dell’ordine nel controllo dell’offerta di droga, tuttavia specifica che ogni strategia “ deve tenere in conto la riduzione della domanda”: intendendo con ciò assegnare anche al paese consumatore- nel caso gli Stati Uniti – la sua parte di responsabilità. Durante i due decenni passati, il malessere dei paesi latino-americani è emerso in diverse occasioni: dall’iniziativa del 1993 del governo messicano per chiedere un “approccio bilanciato”, alla Strategia Antidroga nell’Emisfero adottata nel 1996 dall’Organizzazione degli Stati Americani (Oas), che incorporava il concetto di “responsabilità condivisa”.

Quel dissenso però era debole e non ha portato a risultati: ad esempio, l’iniziativa messicana sfociò nell’Assemblea Generale dell’Onu (Ungass) del 1998, che riconfermò le stesse politiche.

Ora il discorso è cambiato: dalla “responsabilità condivisa” si è passati a mettere in questione la guerra alla droga. Ecco perché il summit di Cartagena di aprile è stato importante. Non solo perché la contestazione è avvenuta in seno all’Oas, che è sotto l’egida degli Usa; per la prima volta la maggioranza dei paesi ha apertamente messo in dubbio le politiche statunitensi. Questa è una novità assoluta.

Diversi capi di governo dell’America Latina hanno cominciato a pronunciarsi per un cambio di paradigma. All’inizio degli anni 2000, il presidente uruguayano Jorge Batlle si dichiarò  apertamente per la legalizzazione delle droghe leggere. Nel 2008, il presidente dell’Honduras, Manuel Zelaya, si è espresso per la legalizzazione del consumo di droga. Il passo di Evo Morales per togliere la foglia di coca dalle convenzioni Onu è forse l’atto più sensazionale contro la rigidità del sistema di controllo delle droghe. Nel luglio 2011, la presidente del Costarica, Laura Chinchilla, ha chiesto alla comunità internazionale di impegnarsi di più per fronteggiare le conseguenze negative della guerra alla droga nel Centro America. E il presidente del Guatemala, Otto Perez Molina ha parlato di “decriminalizzazione e legalizzazione”.

In ultimo, il presidente colombiano Juan Manuel Santos ha annunciato di voler includere il tema delle alternative alle politiche attuali nell’agenda del summit di Cartagena. Washington si è subito dichiarato contrario. Ma l’importanza della proposta sta nel fatto stesso di essere stata avanzata all’interno di un organismo controllato dagli Stati Uniti. Cartagena ha prodotto almeno un risultato concreto: l’Organizzazione degli Stati Americani ha oggi in agenda un tema fino a ieri tabù: la war on drugs degli Stati Uniti.


Pubblicato da LF il 19/06/2012


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