La psichiatra statunitense Sally Satel, nel rendere i concetti espressi nel suo volume “Brainwashed: the seductive appeal of mindless neuroscience”, scritto insieme a Scott Lilienfeld nel 2013), sottolinea argutamente come ci sia una radicale differenza tra cervello e mente.
Testualmente: “Il dominio neurobiologico include il cervello e le cause organiche, i meccanismi che sono dietro ai nostri pensieri ed emozioni. Il dominio psicologico, il regno della mente, è quello della persona – i suoi desideri, le intenzioni, gli ideali e le ansie. Entrambi sono essenziali per una piena comprensione del perché agiamo come agiamo.”
Da poco meno di venti anni, la ricerca sul cervello, sul suo funzionamento, sulla mappatura delle sue strutture, domina il campo degli studi in molte aree della medicina e della psicologia.
I passi in avanti e le promesse per condizioni cliniche che hanno a che fare con il cervello (come il Morbo di Parkinson, l’Alzheimer e la schizofrenia) sono giganteschi, promettenti.
Il “cervello in Technicolor” è, tuttavia, anche una tentazione per catturare l’attenzione del pubblico e “spiegare” alcune modalità di azione-reazione, alcuni comportamenti di taluni esseri umani.
E più questi comportamenti sono bizzarri, preoccupanti o diffusi, più la “spiegazione” riduzionistica ha effetto. Che dipenda dal patrimonio genetico, o da malfunzionamento di circuiti cerebrali, il ricorrere a questa connessione è spettacolare ed “efficace”. Spazza via altre ipotesi, troppo complesse o multifattoriali, e chiude il dibattito.
L’addiction fa parte di quell’insieme di comportamenti umani (ma anche animali, si veda la dipendenza indotta nei ratti da laboratorio) per cui le tante e differenti spiegazioni via via susseguitesi non hanno convinto pienamente.
Così, con l’apertura dell’era delle ricerche sul cervello, l’idea che assumere droghe sia sempre derivato da fattori attinenti al funzionamento cerebrale, ha avuto e sta avendo molto successo.
L’American Society of Addiction Medicine (ASAM) e il National Institute of Drug Addiction (NIDA) non hanno dubbi: si tratta di una malattia primaria, cronica, recidivante del cervello. Viene prima il ricorso alle sostanze (primaria), non si ipotizza una guarigione (cronica), ci si deve sempre attendere ripetizioni dell’uso/abuso (recidivante). E tutta la malattia risiede in malfunzionamenti all’interno della scatola cranica.

Il Progetto Brain e le aspettative deluse del Progetto Genoma

Gli USA sono stati e sono tuttora pionieri in questo tipo di ricerca.
Ne è testimonianza la decisione di Barack Obama nell’aprile del 2013 di lanciare e finanziare la seconda fase di BRAIN (Brain Research through Advancing Innovative Neurotechnologies), che seguiva l’annuncio del completamento del Human Genome Project, la mappatura completa (annunciata nel 2003) del genoma negli esseri umani, che ha comportato una spesa di diversi miliardi di dollari e da cui si attendevano avanzamenti decisivi nel campo dei trattamenti delle malattie rare o prive di risposte terapeutiche adeguate.
Il Direttore del National Human Genome Research Institute, Eric Greene, intervistato dal NYT, alla domanda dei critici del Progetto, che chiedevano dove fossero le cure promesse, rispose: “Comprendiamo il cancro e le malattie genetiche rare. Siamo in grado di trarre il sangue da una donna incinta e analizzare il DNA del suo bambino non ancora nato. Sempre di più, abbiamo modalità più adeguate per prescrivere farmaci perché facciamo prima un test genetico. Possiamo usare il DNA microbico per rintracciare le epidemie in poche ore… È un campo ampio di realizzazione, e c’è una storia logica da raccontare”.
Commentava Stanton Peele (2013): “Si noti, in primo luogo, le aspettative deluse espresse nella domanda dell’intervistatore del New York Times. E quanto è misurata la risposta di Greene. Certamente, afferma che non ha alcuna pretesa di scoprire le fonti genetiche dei tratti della personalità umana, delle sindromi comportamentali o delle malattie mentali”.
Prosegue Peele: “Infatti, dopo una serie di delusioni, i ricercatori genetici hanno abbandonato la ricerca di geni distinti che causano schizofrenia, depressione, disturbo bipolare, alcolismo, tossicodipendenza, ecc. Non sono stati identificati geni individuali – o raccolte di geni – che determinano queste condizioni, o anche gran parte di qualcuna di loro. Invece, i genetisti stanno ora cercando radici genetiche comuni per una varietà di malattie mentali (inclusi autismo, ADHD, depressione, schizofrenia e disturbo bipolare) che si manifestano in modi diversi a causa di ulteriori influenze genetiche e ambientali. Nondimeno, secondo Jordan Smoller, coordinatore della ricerca, “queste associazioni genetiche individualmente possono rappresentare solo una piccola parte del rischio per la malattia mentale, rendendole insufficienti per l’utilità predittiva o diagnostica”.
Nel frattempo, l’ex redattore del New England Journal of Medicine, Marcia Angell, chiede: “Un’epidemia di malattie mentali: perché?” Una spiegazione dell’epidemia è che abbiamo semplicemente maggiori probabilità di identificare e etichettare le condizioni psichiatriche. D’altra parte, sono stati diagnosticati molti più casi di depressione e autismo e sembra difficile che siano tutti da riportare a una maggiore consapevolezza e capacità di riconoscimento. Le diagnosi di autismo sono ora quasi 1 su 50 ragazzi, mentre nel 1980 l’incidenza di autismo era 1 su 10.000!”
La ricerca genetica, quindi, può essere considerata come un avanzamento (straordinario) delle conoscenze, delle possibilità di diagnosi; ma non può da sola spiegare l’evoluzione di condizioni disfunzionali come quelle citate. Né può garantire avanzamenti decisivi nel campo dei trattamenti.
I quali sono, nella stragrande maggioranza dei casi, solo farmacologici. Ne è testimonianza l’interesse anche economico delle Big Pharma per la ricerca genetica e per quella legata alle neuroscienze.
A poco valgono i riferimenti alla dimensione epigenetica (Branca della biologia molecolare che studia le mutazioni genetiche e la trasmissione di caratteri ereditari non attribuibili direttamente alla sequenza del DNA), secondo la quale esiste uno stretto riferimento tra il funzionamento delle strutture cerebrali e gli stimoli ambientali. Lo stesso vale per la scoperta (in gran parte italiana) dei “neuroni specchio”, che definisce l’attivazione neuronale come anche derivata dall’interazione con ciò che accade “fuori dal cervello”.
Le malattie mentali e la addiction continuano ad essere considerate come “Malattie primarie, croniche, recidivanti del cervello”.

La vicenda del “vaccino” per la cocaina

A questo proposito, Ambros Uchtenhagen, un grande esperto del campo delle addiction e della ricerca sulle addiction, affermò (Firenze, 2010): “Alle neuroscienze i policy makers hanno posto tre domande. La prima: perché un individuo assume sostanze?” La seconda: perché quell’individuo continua ad assumere sostanze? La terza: come questo individuo diventa dipendente? La ricerca basata sulle neuroscienze e il neuroimaging hanno risposto in maniera convincente solo alla terza”.
L’accanirsi nel riconoscere solo questo approccio di ricerca non si è fermato nemmeno di fronte alla definizione di addiction formulata per situazioni compulsive e di consumo che non hanno a che fare con le sostanze (lecite od illecite). È il caso del gioco d’azzardo, della dipendenza da internet, del gambling online, della dipendenza da sesso ed altre situazioni analoghe. Il risultato è che la ricerca (ben finanziata) va solo nella direzione neuroscientifica e cancella i campi dell’interazione tra essere umano e l’ambiente.
È opportuno ribadire che tale sforzo scientifico ed economico non ha ancora prodotto, nel campo delle addiction, risultati coerenti (con lo sforzo e gli investimenti) nella scoperta di nuovi trattamenti o nel miglioramento sostanziale di quelli esistenti.
Ha, inoltre, creato aspettative che sono andate totalmente deluse. Citiamo il cosiddetto “vaccino contro la cocaina”.
Sbandierato ed annunciato ormai da decenni, sarebbe basato (logicamente) sull’idea che “basta assumerlo per evitare qualsiasi consumo di cocaina”. Effettivamente, un vaccino dovrebbe creare anticorpi tali da contrastare fino dal suo insorgere la malattia per cui si assume il vaccino stesso. La profilassi tramite un vaccino (pur se recentemente messa in discussione da gruppi e con modalità poco attendibili) è la strategia di contrasto per molte malattie.
Lo è anche per la “malattia del cervello primaria, cronica, recidivante” basata sul consumo di cocaina?
Il gruppo Pompidou, organo di esperti provenienti da tutti i Paesi d’Europa e afferente al Consiglio d’Europa, non lo crede.
Sulla base del fatto che il vaccino non immunizza assolutamente l’individuo, ma attenua gli effetti euforizzanti della sostanza sul cervello, si afferma che “vaccino è un termine infelice che può far nascere malintesi sui meccanismi in gioco e rischia di generare false speranze..( il vaccino) non immunizza da una malattia dunque non è un vero e proprio vaccino”. Se un consumatore è incapace di resistere alla sua voglia di cocaina perché ricerca il suo effetto eccitante, può essere tentato di aumentare la dose per neutralizzare gli anticorpi o usare altri stimolanti come anfetamine e alcol (E. Fornero, 2011).
Il neuroimaging a sostegno della “addiction come malattia primaria”, le ipotesi genetiche, le affermazioni sulla dimensione di “malattia” cronica trovano molti studiosi non proprio convinti. L’approccio neurocentrico non ha risposto in maniera convincente né all’evidenza di molti consumatori che smettono, né al gigantesco numero di reduci dalla guerra del Vietnam che sono passati per un “natural recovery” (guarigione senza nessun tipo di trattamento come, d’altra parte, viene riportato da molti studiosi[1]), né a chi sostiene che le evidenze che passano per lo studio dei ratti da esperimento isolati non siano da prendere in considerazione (B. Alexander: “Rat Park”, 1980)

Le conseguenze indesiderate della “malattia cronica recidivante”

Ma se le risposte scientifiche non sono convincenti e i trattamenti non sono migliorati, il neurocentrismo ha già prodotto molte conseguenze non positive.
Un problema assai delicato e imbarazzante ha a che fare con l’opinione pubblica e i decisori politici. La “certezza” del consumo di sostanze come una malattia cronica del cervello rende, all’apparenza, tutto più semplice; si tratterebbe di approcci alla salute non dissimili da quelli utilizzati con altre malattie croniche: profilassi[2], trattamento prolungato. Non è prevista uscita dal “tunnel della droga” di antica memoria. E, poi, una sorta di “liberi tutti” per quanto attiene alle responsabilità individuali e collettive: verso questa malattia non possono essere certamente messi in campo interventi preventivi altri da quelli meramente esplicativi lo stato morboso. Famiglie e partner sono soggetti che non dovrebbero essere attivati più di tanto. Si iniziano ad osservare perfino conseguenze sulle azioni legali contro i consumatori; alcuni avvocati americani si rifanno alle teorie neurocentriche per chiedere per i loro assistiti una sorta di attenuante allargata. Se gli accusati sono malati, non sono responsabili delle loro azioni; nemmeno quando si produce un danno ad altri, come nel caso di furti e rapine o di incidenti stradali.
Una seconda conseguenza è quella che ha a che fare con i servizi deputati ai trattamenti, che vedono discendere vertiginosamente l’impegno anche economico per offrire interventi diversi da quelli medici per eccellenza. A cosa serviranno i programmi residenziali per soggetti che non dovrebbero “recuperare” proprio un bel niente? Il personale non medico non viene sostituito quando raggiunge l’età della pensione. I servizi pubblici non riescono a garantire nemmeno colloqui con i soggetti consumatori e/o partner o famiglie. Lo stesso vale per l’offerta di gruppi terapeutici[3]. Tutto è centrato e si limita all’uso dei farmaci, con scarsa tendenza al monitoraggio costante.
Una terza conseguenza riguarda il terreno della ricerca scientifica e della divulgazione dei suoi risultati: il neurocentrismo assume, qui, un protagonismo assoluto e drena per la quasi totalità gli scarsi fondi ancora a disposizione. Ipotesi differenti da quelle neurocentriche sono semplicemente uscite dalle agende dei ricercatori, delle Università, dei Centri di Ricerca.
Così, mentre in altri paesi, come le Filippine e la Russia, i “malati di addiction” sono perseguitati e rischiano anche la pena capitale, in Italia gli stessi soggetti sono ancora a rischio di misure amministrative e penali.
Come se fosse possibile perseguitare gli schizofrenici, i malati di Alzheimer, coloro che hanno altre malattie croniche come asma o ipertensione.Le neuroscienze dominano il panorama, anche se i risultati della Brain Research sono al di sotto delle aspettative sia sotto l’aspetto della comprensione dei comportamenti umani, sia dell’avanzamento dei trattamenti. Ma la addiction come “malattia del cervello” è entrata nel senso comune svalutando gli interventi diversi da quelli medici per eccellenza.

Note

  1. Gene Hayman, del Boston College, ha rivisitato nel 2013 i tre estesi studi nazionali americani sull’uso di droghe e la salute mentale, trovando che molti soggetti possono interrompere il loro stato di consumatori, qualsiasi sia la fase dell’uso/abuso di droghe in cui si trovano (Gene M. Hayman: Quitting Drugs: Quantitative and Qualitative Features. Annual Review of Clinical Psychology Vol. 9:29-59 (Volume publication date March 2013)  First published online as a Review in Advance on January 16, 2013. https://doi.org/10.1146/annurev-clinpsy-032511-143041).
  2. Ma, quale profilassi, se, come è gia stato detto, il vaccino non esiste?
  3. Ciò che è veramente inspiegabile resta l’assenza degli Ordini Professionali diversi da quelli dei Medici, sempre così pronti a difendere e farsi carico degli spazi lavorativi dei loro iscritti. Ma in questo campo silenti e disinteressati perfino ad un dibattito su che ruolo ha (ancora) la psicologia, per esempio, nel campo delle addiction.