Guido Long

Se non ti trattasse di un contesto tragico che ha portato alla morte di migliaia di persone ci sarebbe quasi da ridere. Lunedì 14 ottobre il capo della polizia delle Filippine, Oscar Albayalde, si è dimesso. Il motivo? Avrebbe protetto dei poliziotti che hanno rivenduto la droga sequestrata, intascandosi pure parte del profitto. E anche se la sua carriera non ne risentirà più di tanto (aveva già annunciato di voler porre fine alle sue funzioni il 29 ottobre, poco prima di andare in pensione l’8 novembre), questo scandalo mette alla luce, per l’ennesima volta, l’inadeguatezza della presidenza Duterte e della sua politica sulle droghe.

Oscar Albayalde (Joey O. Razon for the Philippine News Agency [Public domain])Queste pagine hanno trattato gli sviluppi onusiani in materia, ma i fatti di oggi potrebbero aprire uno spiraglio per una riforma e un maggiore rispetto dei diritti umani.

Il motivo delle dimissioni di Albayalde è il suo ruolo nel caso “poliziotti ninja”, su cui ha indagato il Senato filippino, ai tempi in cui era il capo della polizia nella provincia di Pampanga. In cambio di una parte del profitto, avrebbe agito per bloccare il licenziamento di 13 poliziotti accusati di aver accettato oltre 100kg di metanfetamine da un trafficante in cambio della sua liberazione, incastrando poi un innocente. Rivendendo la droga, il profitto sarebbe di circa 50 milioni di pesos (circa 900,000€ in un paese in cui il salario medio di un militare si aggira sui 480 euro mensili). Albayalde nega qualsiasi coinvolgimento, dicendo che aveva lasciato la gestione della “semplice” retata ai suoi collaboratori, e gridando a un complotto per screditarlo prima della pensione. Il punto è che, indipendentemente dal coinvolgimento personale del capo della polizia, queste cose accadono, sotto il naso se non con la complicità del governo.

Le ONG internazionali, incluse Forum Droghe e l’Associazione Luca Coscioni, non hanno mai perso occasione, negli ultimi anni, di denunciare quanto sta accadendo nelle Filippine. È ormai risaputo come la guerra alla droga del Presidente Duterte sia un liberi tutti in cui poliziotti e milizie varie sono autorizzati a sparare su presunti spacciatori e consumatori. Concetti come il giusto processo non esistono, e spesso persone che con la droga non hanno niente a che vedere vengono incastrate: dopo che sono state uccise, la polizia posiziona armi e droghe vicino al cadavere per giustificare il proprio operato.

Sebbene nel recente passato nel paese le speranze siano state vane, è legittimo sperare che il coinvolgimento diretto del capo della polizia nel traffico che dovrebbe combattere possa risvegliare qualche coscienza. È comunque importante sottolineare come Oscar Albayalde se la sia cavata con una dimissione, mentre piccoli spacciatori vengono regolarmente freddati in mezzo a una strada.