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Marco Perduca

Neanche 20 giorni in tutto è quanto è durata la nomina di Leni Robredo, vice presidente delle Filippine, al vertice dell’agenzia per le politiche anti-droga del paese governato col pugno di ferro da Rodrigo Duterte. La nomina era arrivata, non senza cogliere di sorpresa alleati e avversari, alla fine di ottobre e fin da subito aveva tutti gli ingredienti di una trappola tesa ad arte dal padre padrone della politica filippina.

La Robredo, che appartiene al Partito Liberale e per anni, tanto in patria quanto alle Nazioni unite, aveva criticato le esecuzioni extra-giudiziarie promosse o condonate dal Presidente contro l’uso e il traffico di sostanze stupefacenti è stata fatta fuori com’era stata scelta: con una decisione ingiustificata e irrevocabile di Duterte.
Che la politica filippina sia intricata, complicata e oscura non è una novità, ma in questo caso le motivazioni della scelta delle Robredo risultavano difficili da comprendere anche al più scafato dietrologo; più chiaro invece è il perché della revoca. Dirigere l’Inter-Agency Committee on Anti-Illegal Drugs (ICAD), anche se assieme all’ex-generale Aaron Aquino, avrebbe consentito l’accesso a una serie di informazioni e documenti riservati che avrebbero potuto confermare nel dettaglio molte delle accuse che negli anni son state mosse contro la polizia, l’esercito e squadroni para-militari che in tre anni e mezzo hanno causato la morte di decine di migliaia di persone. E’ vero che l’ICAD è stato creato a oltre un anno dall’avvio delle violenze, e magari per riportare sotto il controllo centrale una serie di omicidi sfuggita di mano anche al Presidente, ma la persecuzione senza motivo di decine di migliaia di persone con il fine ultimo di forzare confessioni di uso di narcotici è proseguita fino all’estate scorsa.
 
Nei pochi giorni di co-gestione, Aquino ha sfidato la Robredo a unirsi a delle operazioni anti-droga per dimostrare sia la gravità del fenomeno che la correttezza del modus operandi dell’agenzia che delle forze dell’ordine. Altri screzi tra i due si sono registrati nell’attribuzione della provenienza di metanfetamine (in gergo shabu), per la vice Presidente dalla nemica Cina, per l’ex-generale dal Triangolo d’Oro (Tailandia, Myanmar, Laos). Alle conferenze stampa partecipavano sempre entrambi con sfoggio di grandi sorrisi di circostanza.
 
Tra i primi a correre in sostegno della Robredo c’è stato Robert Reyes, un prete molto critico del governo in passato al centro di una campagna diffamatoria da parte di un sito internet che aveva dato la notizia (falsa) della sua scomunica da parte del Papa. Secondo Reyes, e altri analisti vicini all’opposizione, i documenti custoditi dall’ICAD, o passati da lì, non potevano non esser stati autorizzati, o ispirati, o visti, anche dal Presidente Duterte che della guerra alla droga aveva fatto uno dei punti centrali della sua campagna elettorale – oltre che della sua gestione pluridecennale di sindaco di Davao in una delle zone di maggior traffico anche internazionale.
 
Il giorno della cessazione del mandato della Robredo all’ICAD, Bernard Banac, portavoce della polizia, ha tenuto a sottolineare come nei 19 giorni di reggenza della vice Presidente non sono state registrate vittime a seguito di operazioni anti-droga. E questo non perché la caccia agli spacciatori sia fosse rallentata (solo in novembre sono state sequestrate sostanze del valore di 2,6 miliardi di dollari (50 milioni di dollari) in operazioni separate a Makati e Las Piñas. In passato la polizia si era sempre rifiutata di rilasciare dati sul numero di presunti consumtori e spacciatori uccisi e/o arrestati. Su insistenze pubbliche l’ex capo della polizia Oscar Albayalde aveva riferito che almeno 6.800 erano rimaste uccise in presunte sparatorie con poliziotti.
 
Nell’annunciare il licenziamento della sua vice, Duterte ha voluto sottolineare che la “goccia che ha fatto traboccare il vaso” era stata la decisione della Robredo di voler incontrare i rappresentanti dell’Ambasciata USA per condividere con loro un rapporto sull’impatto della guerra alla droga del Presidente. Duterte ha inoltre accusato la sua rivale politica di aver accettato l’incarico per farsi pubblicità e per complicare le relazioni diplomatiche con la Cina verso cui Duterte, dopo un primo momento, ha cercato di riavvicinarsi indispettendo Washington. In una serie di messaggi sui social Duterte ha sconsigliato la Robredo di candidarsi perché non all’altezza del compito. La vice presidente ha confermato che la sua priorità è la politica dell’oggi e non quella domani (si vota nel 2022). Infine, c’è chi ritiene che il presidente abbia voluto anche distrarre l’attenzione mediatica dal disastro organizzativo dei giochi sportivi della Comunità degli stati del sud est asiatico.
 
Qualsiasi sia stato il reale motivo è certo che tutta questa mediaticità della guerra alla droga nelle Filippine ha avuto come risultato, almeno per il momento, una significativa diminuizione delle violenze. Vedremo se e come Duterte condividerà questo suo nuovo approccio alla Commissione ONU sulle droghe dove, nel 2017, proprio con la Robredo aveva avuto uno diverbio a distanza.