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Nel presentare il 25 giugno scorso la relazione del Governo sulle dipendenze, il sottosegretario Mantovano ha, come ormai consuetudine, lanciato l’ennesimo allarme sulla cannabis, che sostanzialmente non è più “leggera” perché i derivati sequestrati arrivano al 29% di principio attivo di media. Al di là del fatto che si parla di concentrati, e che la media delle infiorescenze sequestrate è invece da alcuni anni ferma intorno al 12-13% di THC, l’allarme di Mantovano nasconde solo l’ennesimo fallimento del proibizionismo. Il mercato illegale non solo sopravvive alla repressione ma riesce ad aumentare pure la qualità dei suoi prodotti a prezzi invariati. Infischiandosene serenamente dei miliardi di euro spesi fra un paio di controproducenti spot di propaganda, centinaia di cani nelle scuole e 20.489 operazioni antidroga, 27.674 persone denunciate per spaccio, altre 32.346 segnalate per uso, 215.577 sotto processo e altre 20.515 nelle patrie galere. Nel solo 2023, nella sola Italia.

Qualcuno diceva che fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati differenti è semplicemente follia. In effetti l’unico modo sinora rivelatosi efficace per far aumentare l’età media di primo uso, diminuire i consumi dei minori e i comportamenti a rischio, oltre che avere un reale controllo sul principio attivo, sono le regolamentazioni legali. Lo dimostrano i dati provenienti dalle legalizzazioni della cannabis, dall’Uruguay al Canada, passando per 25 stati degli USA.

Per decostruire la narrazione proibizionista, da quindici anni la Società civile italiana impegnata nella riforma delle politiche sulle droghe produce il Libro Bianco sulle droghe (www.fuoriluogo.it/librobianco), un rapporto indipendente sugli effetti della legge italiana sugli stupefacenti. Il volume quest’anno è intitolato “Il gioco si fa duro”, ed è stato presentato in occasione della Giornata mondiale sulle Droghe del 26 giugno, nell’ambito della campagna internazionale di mobilitazione Support! don’t Punish che chiede politiche sulle droghe rispettose dei diritti umani e delle evidenze scientifiche. Il rapporto, promosso da La Società della Ragione, Forum Droghe, Antigone, CGIL, CNCA, Associazione Luca Coscioni, ARCI, LILA e Legacoopsociali, ha l’adesione di A Buon Diritto, Comunità di San Benedetto al Porto, Funzione Pubblica CGIL, Gruppo Abele, ITARDD, ITANPUD, Meglio Legale e EUMANS.

Dopo 34 anni di applicazione del Testo Unico sulle droghe, i dati purtroppo confermano sé stessi. Gli effetti penali sono sempre devastanti e testimoniano come il proibizionismo continui a essere il volano delle politiche repressive e carcerarie. Senza non avremmo alcun problema di sovraffollamento carcerario. Nel 2023 tornano a salire gli ingressi in carcere, trascinati da quelli per droghe. Oltre un quarto (26,3%) di chi è entrato in carcere lo scorso anno era accusato di violazione di un articolo di una legge: l’art. 73, quello che punisce lo spaccio, spesso di lieve entità. È quindi poi naturale che i detenuti per droghe in carcere rappresentino oltre un terzo della popolazione detenuta. Per la precisione il 34,1%, sostanzialmente il doppio delle media europea (18%) e molto di più di quella mondiale (22%). Restano poi catastrofici i dati sui detenuti definiti “tossicodipendenti”: lo sono il 38,1% di coloro che entrano in carcere, mentre al 31/12/2023 erano presenti nelle carceri italiane 17.405 detenuti “certificati”, il 28,9% del totale.

Anche sulle misure alternative si confermano i trend storici in aumento, ma il dato politico è un altro. Queste sono diventate in realtà una alternativa alla libertà piuttosto che alla detenzione. L’area del controllo quindi aumenta: a fine 2023 oltre 143.000 persone erano detenute o soggette ad una qualche misura alternativa o sanzione di comunità in Italia.

Per quello che riguarda la repressione dell’uso di sostanze stupefacenti, continuano ad aumentare i minori segnalati, anche con i dati ancora non consolidati. Sono 3799 la quasi totalità è stata segnalata per cannabis (97,3%). In termini più generali vengono colpite principalmente persone che usano cannabis (76%), seguono a distanza cocaina (16,7%) e eroina (3,7%) e, in maniera irrilevante, le altre sostanze. Il 38% dei segnalati subisce una sanzione amministrativa, le più comuni la sospensione della patente (o il divieto di conseguirla) e del passaporto. Questo anche in assenza di un qualsiasi comportamento pericoloso messo in atto dalla persona sanzionata, provocando spesso serie conseguenze sulla vita sociale e lavorativa del soggetto colpito.

Oltre ai dati, il Libro Bianco quest’anno contiene una serie di riflessioni e proposte alternative rispetto all’ipotesi introdotta nel dibattito pubblico dal sottosegretario Delmastro di esternalizzazione della custodia dei tossicodipendenti e dei marginali in “comunità educanti”, ma rigorosamente “chiuse”.

Nella seconda parte del Libro Bianco si trovano approfondimenti sullo scenario internazionale, a partire dalle riflessioni degli organismi di tutela dei diritti umani delle Nazioni Unite in tema di politiche sulle droghe. Viene poi ricostruito lo stato dell’arte del percorso di riforma delle politiche nazionali sulla cannabis, che con la Germania ha cominciato a coinvolgere anche il centro dell’Europa. Infine, si fa il punto sulle terapie psichedeliche, alle soglie dell’approvazione dell’uso negli Stati Uniti dell’MDMA per la sindrome da stress post traumatico (PTSD).

Questi quindici anni sembrano quindi essere passati invano. Come ricordano Stefano Anastasia e Franco Corleone, sin dal titolo della loro introduzione, si tratta di un “eterno ritorno dell’identico”. Proibire e punire sembrano essere l’unica chiave di lettura delle politiche sulle droghe italiane. Il Governo Meloni in questo si è distinto: prima con il decreto anti-rave, poi con l’aumento delle pene per fatti di lieve entità nel decreto Caivano, infine con la crociata sulla cannabis light nell’ultimo Ddl Sicurezza, ancora in discussione in Parlamento. Senza dimenticare la ritrita propaganda proibizionista trasformata negli spot del Dipartimento Antidroga e la continua strumentalizzazione di fatti tragici. Possono essere gli incidenti stradali causati da persone in stato alterato, anche se solo l’1,5% degli incidenti ha visto coinvolto un conducente sanzionato per droghe. Oppure l’omicidio del ragazzo a Pescara per questioni di droghe: una tragedia che in un regime di legalizzazione non sarebbe mai avvenuta. Attenzione però: anche quando ve ne fu la possibilità, fra il 2006 e il 2008 con il secondo Governo Prodi o nel 2014 quando la Corte costituzionale offrì sul piatto d’argento la testa della Fini-Giovanardi al Governo Renzi, nessuno colse l’urgenza di intervenire per riformare le politiche. Anzi: nel 2014 la Ministra Lorenzin provò addirittura a riproporre tale e quale la Fini-Giovanardi, ripristinando quindi l’uguaglianza penale di tutte le sostanze. Solo la moral suasion degli alleati e della società civile riuscì ad evitare il peggio. Anche durante il Governo giallorosso del Conte II si era aperto un varco, non sfruttato. Tanto che la legge sulle 4 piantine Magi-Licatini, che avrebbe potuto anticipare la regolamentazione tedesca, morì poi tristemente alla Camera nell’estate del 2022 insieme alla caduta del Governo Draghi.

Oggi che “il gioco si fa duro”, che la sfera del controllo aumenta e la repressione torna a colpire forte e con bersagli precisi, a partire dai giovani, come ricorda Patrizio Gonnella nelle sue conclusioni “va riproposta… la cultura nobile e nonviolenta della disobbedienza” per costruire “un nuovo movimento capace di mettere al centro la libertà e la dignità delle persone”.