Marco Perduca Guido Long

Nel mese di luglio c’è stata un’escalation della pressione internazionale sul Presidente delle Filippine Duterte che ha innescato risposte tattiche da parte dell’interessato. Il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha votato e deciso a maggioranza che venga preparato un rapporto di esperti sulle modalità con cui Duterte ha lanciato la sua guerra alla droga. La risoluzione, approvata con 18 voti favorevoli, 14 contrari e 15 astensioni, esprime “preoccupazione per le violazioni di diritti umani nel paese”, e “invita il governo a collaborare con meccanismi e esperti di diritti umani dell’ONU” per accertare il modus operandi dei coinvolti nelle operazioni di polizia. A favore della risoluzione si sono schierati i paesi europei, mentre la Cina ha descritto la risoluzione come una questione di politica interna e ha votato contro.

L’amministrazione delle Filippine ha criticato il voto, e sta considerando la rottura delle relazioni diplomatiche con l’Islanda, la cui delegazione ha guidato la campagna in seno all’ONU.

Dal suo insediamento il 30 giugno 2016 il Presidente delle Filippine Rodrigo Duterte, e FuoriLuogo non ha mancato di denunciarlo, ha lanciato una guerra alla droga su larghissima scala. Chiunque sia sospettato di essere spacciatore, o anche solo utilizzatore di droga, rischia di venire ucciso in mezzo alla strada, o in casa, per mano di forze governative o di vigilantes di varia natura.

Si stima che in tre anni questa guerra alla droga abbia portato a oltre 12,000 morti, di cui oltre 2,500 per mano della polizia nazionale. Continuando a questo ritmo, il bilancio dei morti potrebbe arrivare a 60,000 nei prossimi sei anni. Rapporti indipendenti sul tema sono difficili da compilare perché il governo mantiene uno stretto controllo sui media e sulla società civile. Human Rights Watch nel 2017 ha completato uno studio che parla di prove falsificate, per esempio posizionando armi, munizioni e droga vicino ai cadaveri delle vittime per giustificare la loro uccisione.

È possibile affermare che questa politica aggressiva abbia comunque un supporto popolare, in quanto è stata parte centrale della campagna elettorale del futuro presidente e dei suoi 22 anni da sindaco di Davao. Alla vigilia della sua vittoria del 9 maggio 2016 Duterte aveva infatti dichiarato: “Se arrivo al palazzo presidenziale farò esattamente ciò che ho fatto come sindaco. Voi spacciatori, rapinatori e buoni a nulla fareste meglio ad andarvene perché vi ucciderò”. La popolarità delle misure adottate non può comunque giustificare l’uso della violenza e le violazioni dei diritti umani.

E’ da notare che le uccisioni extragiudiziali sono state condannate dalla Giunta Internazionale per il Controllo degli Stupefacenti, che raramente interferisce là dove le politiche sulle droghe sono severe.

Negli anni Duterte ha preso di mira la vice-presidente della Repubblica Leni Robredo, che nel 2017, nel corso di un dibattito organizzato alla Commissione ONU sulle Droghe, aveva denunciato in un video la strategia presidenziale di aggressione fisica nei confronti di spacciatori e consumatori di droghe.

La risoluzione del Consiglio sui Diritti Umani è comunque un passo avanti nella direzione giusta e si distanzia dal silenzio che aveva sempre accompagnato gli interventi delle Filippine all’ONU di Vienna quando si parla di droghe e controllo del crimine. Se non fosse stato per degli incontri promossi dalla Stop the Drug War, Forum Droghe e l’Associazione Luca Coscioni, gli stati membri della Commissione Droghe non avremmo mai denunciato direttamente Duterte e le sue politiche criminali.