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Mai come oggi possiamo valutare le politiche sulle droghe, incardinate da 60 anni sull’ideologia proibizionista, confrontandole con alternative verificabili nella realtà. In particolare per quel che riguarda la regolamentazione legale della cannabis, che l’associazione Transform ha analizzato in due report dedicati al Canada e agli USA.

In Canada, gli obiettivi prioritari della riforma erano stati esplicitati dal Presidente Trudeau: promozione della salute pubblica, protezione dei più giovani e riduzione della criminalità. Su questi punti sono stati predisposti “solidi sistemi di analisi dei dati” in modo da poter misurare l’efficacia delle politiche. Se la domanda di cannabis si rivolge ancora in buona parte al mercato nero e grigio (anche se nell’ultimo quadrimestre il mercato legale ha superato quello illegale) questo è dovuto ad una politica di prezzi che ha privilegiato la salute pubblica, evitando sovra disponibilità di sostanza, rispetto all’aggressione del mercato illegale. Anche la diffusione della rete di vendita al dettaglio, e le problematiche legate alle competenze locali, ha influito sull’incidenza del mercato legale sull’offerta complessiva di cannabis. Le ricerche sui consumi dei più giovani hanno rilevato un crollo del consumo dei minori, sostanzialmente dimezzato. Se è presto per fare una analisi rispetto alla criminalità generale, è scontato che la decriminalizzazione delle condotte legate alla cannabis, ha determinato una diminuzione dei reati per droghe. Mancava, fra gli obiettivi della riforma canadese, il ripristino della giustizia e dell’equità sociale. Le procedure per la rimozione dei precedenti penali dai casellari giudiziari sono state introdotte in ritardo, risultando inadeguate. Nulla è stato fatto per promuovere un equo accesso al mercato, che è stato preso in mano dalle grandi corporation. Con relativa bolla finanziaria, peraltro scoppiata rapidamente.

Negli Stati Uniti invece l’expungement (cancellazione, ndr) o i provvedimenti di grazia, perdono e rimozione, hanno funzionato laddove sono stati resi automatici e non su richiesta, più o meno onerosa, da parte dei singoli. Stiamo parlando di milioni di persone che hanno subito condanne con relativo stigma che hanno inciso sulle loro opportunità di vita. Negli Stati che hanno legalizzato più recentemente, e che hanno potuto calibrare le proprie scelte sulle esperienze pregresse, le autorità regolatrici hanno scelto di promuovere l’accesso al mercato a coloro che erano stati colpiti in modo sproporzionato dal proibizionismo. Come sottolinea Transform,il momento opportuno per promuovere la “diversity” (ovvero le politiche che garantiscono la presenza di tutti i gruppi sociali o etnici, ndr) nel settore è all’avvio del processo” essendo impossibile garantirla a licenze già distribuite.

Un tema delicato è come garantire l’accesso al mercato ai piccoli produttori locali. Ciò che è successo in Canada e Usa è problematico e replica il modello di alcol e tabacco, che non ha sempre dato buoni risultati in termini di salute pubblica. Ma è anche un tema internazionale, laddove le grandi corporation hanno la meglio sui produttori tradizionali. Non è un caso che in Messico la proposta di legalizzazione preveda la possibilità di concorrere per un solo tipo di licenza (produzione, trasformazione, vendita e controllo) in modo da evitare processi di integrazione verticale, che inevitabilmente portano all’acquisizione o all’emarginazione dei piccoli soggetti locali.

Tutti spunti utili, anche per prepararci ad un mese di referendum sulla cannabis. Il 17 ottobre infatti si vota in Nuova Zelanda, mentre insieme al voto sul Presidente degli Stati Uniti il 3 novembre i cittadini di Arizona, Montana, New Jersey, Mississippi e South Dakota decideranno su quattro quesiti per legalizzare l’uso di cannabis per gli adulti e due sull’uso terapeutico.

I sommari in italiano dei rapporti “Altered States” e “Capturing the market” su www.fuoriluogo.it/oltre-la-carta/