Hassan Bassi

Il 1° dicembre si è insediato il nuovo governo messicano sotto la guida del Presidente Andrés M. López Obradorin, e di cui fa parte la senatrice Olga Sánchez Cordero prima donna nella storia messicana ad essere nominata a capo della Secretaría de Gobernación ovvero del Ministero dell’Interno. Olga Cordero aveva presentato al Senato, ad inizio novembre un progetto di legge di regolamentazione della cannabis, promosso già in campagna elettorale, ma reso ancora più urgente dai pronunciamenti della Corte Costituzionale messicana.

Alla fine dello scorso ottobre infatti la Corte si era pronunciata per la quinta volta a favore del diritto fondamentale per un adulto alla libertà dello sviluppo della propria personalità, libera da proibizioni insensate, come quella di essere perseguito per uso e coltivazione personale di marijuana. Questa pronuncia ha di fatto dichiarato incostituzionali le norme proibizioniste vigenti nel paese, ed imposto ai tribunali di assolvere gli imputati per i reati di uso e coltivazione a scopo personale. “Non siamo favorevoli alla liberalizzazione totale delle droghe, ma siamo a favore della libertà e dei diritti, (…) all’autodeterminazione, e per liberare coloro che sono sotto la minaccia del crimine organizzato“, queste sono le parole usate dalla senatrice nel presentare la proposta al Parlamento e che ha aggiunto: “non vogliamo più morti, non importa che siano poliziotti, militari o narcotrafficanti, non vogliamo più vittime collaterali, non vogliamo famiglie in lutto, non vogliamo più sangue che sporchi il nostro paese quando avremmo potuto evitarlo”.

Il Messico è infatti uno dei paesi più martoriati dalle guerre causate dal narcotraffico e solo lo scorso anno gli omicidi sono stati 31.000 secondo l’Istituto Nazionale di Statistica messicano, mentre da quando l’esercito è stato impegnato nella “guerra alla droga” 12 anni fa, i morti sarebbero 235.00. Numeri da guerra civile. La legge sulla legalizzazione della cannabis sarà il primo passo per una nuova politica sulle droghe, che affronti il tema fuori dall’ottica repressiva e proibizionista, ma dal punto di vista dei diritti umani e della tutela della salute. Promotore nel 2012 insieme con Guatamela e Colombia dell’appuntamento speciale dell’Onu sulle droghe Ungass 2016, durante il quale anche il Presidente Peña Nieto aveva preso posizione seppure con cautela e qualche indecisione iniziale contro “i limiti del paradigma proibizionista”, il Messico si avvia così ad essere la terza nazione dopo Uruguay e Canada, a legalizzare la produzione, il commercio ed il consumo di cannabis. Secondo la proposta i maggiorenni potranno richiedere un permesso per seminare, coltivare, raccogliere, preparare e trasformare fino a 20 piante di cannabis destinate al consumo personale con una produzione che non superi i 480 grammi all’anno, e non vi sarà alcun divieto di fumare negli spazi pubblici. Per la commercializzazione sono previste delle licenze per coltivazione, conservazione, trasporto e vendita a negozi specializzati, mentre rimane vietata la pubblicizzazione, la vendita o cessione ai minorenni. Rimane anche l’indicazione di divieto di guida di veicoli sotto l’effetto della cannabis.

Con l’approvazione della legge si potrà attraversare il continente nord americano sulla costa ovest dal Canada al Messico senza mai uscire da una giurisdizione che abbia legalizzato la marijuana. E chissà che questo non rappresenti il primo passo della previsione espressa dall’ex Presidente della Repubblica Vincente Fox che ha dichiarato: “Tutte le droghe, inclusa la cocaina, l’eroina e la metanfetamina saranno legali in Messico entro 10 anni. La marijuana è un primo passo, ma il processo è irreversibile”.