Jorge Hernández Tinajero

A fine ottobre, la Corte Suprema di Giustizia (SCJ) ha risposto positivamente a due ingiunzioni in materia di cannabis. Con questi pronunciamenti si è costituito il presupposto giurisprudenziale per cui le leggi sulla cannabis dovranno essere forzatamente modificate dal Congresso. Questo presupposto in Messico si crea quando il tribunale si esprime nella stessa direzione, sullo stesso argomento, 5 volte di fila. Così stabilito, qualsiasi altro tribunale del paese dovrà decidere allo stesso modo in qualsiasi caso simile che rientri nell’ambito della sua giurisdizione.

La giurisprudenza raggiunta ieri nella SCJ presenta aspetti diversi. In primo luogo, esso fornisce un atto giuridico specifico: comanda un’autorità, in questo caso la Commissione federale per i rischi sanitari (COFEPRIS) di concedere un permesso alle parti civili (che avevano iniziato il processo richiedendo un permesso a questa agenzia) per coltivare cannabis sotto determinate condizioni; poi si afferma che alcune norme delle leggi nazionali che si occupano di cannabis sono incostituzionali; infine, stabilisce i limiti dell’azione legale dello Stato contro qualsiasi decisione privata di adulti che non incida su terzi.

La nuova giurisprudenza protegge quindi tutti quegli adulti che decidono di usare la cannabis privatamente, indipendentemente dallo scopo per cui lo fanno. Poiché i querelanti chiedevano esplicitamente di coltivare le proprie piante, sostenendo che si rifiutavano di ottenere cannabis nel mercato illegale, la Corte ha stabilito che potevano coltivarle in spazi privati ​​a condizione che la coltivazione non avesse scopo commerciale, fosse attuata da adulti e non incidesse su terzi.

Al momento c’è una discussione – e molti dubbi – su come queste frasi cambieranno il modo in cui ci rapportiamo come società alla cannabis. Ad esempio, ho ricevuto diverse domande sul fatto se sia necessario ottenere un permesso per coltivare. Non posso dirlo con certezza, ma secondo me è assurdo chiedere un permesso che per legge deve essere negato, per compiere un atto che alla fine un giudice non potrà giudicare un crimine. Dal mio punto di vista, il giudizio e la giurisprudenza hanno definito un diritto e riconosciuto nella coltivazione privata senza scopi commerciali un modo per esercitarlo. In base a tale logica, qualsiasi adulto che coltiva le proprie piante (personalmente o in maniera associata, dal momento che la sentenza non specifica se devono essere in un modo o nell’altro) potrebbe essere arrestato dalle autorità, dal momento che in base alle leggi attuali commetterebbe comunque un crimine. Tuttavia, una volta dinanzi al giudice, il giudice dovrebbe giudicare in modo uguale alla giurisprudenza esplicitata dalla Suprema Corte, purché la coltivazione sia mantenuta entro i limiti definiti dalla stessa. Cioè, sarei incline a non chiedere alcun permesso e a coltivare responsabilmente, in attesa che i legislatori modifichino tutte le disposizioni incostituzionali della legge attuale.

In un modo molto schematico, riassumo i punti più importanti di questa risoluzione:

  1. La Corte stabilisce chiaramente che il divieto assoluto di usare cannabis in Messico è incostituzionale.
  2. Riconosce che lo Stato messicano garantisce – e deve proteggere – il libero sviluppo della personalità e dell’autonomia personale come diritti inalienabili degli adulti. Ciò significa che siamo liberi di decidere su noi stessi su tutto ciò che consideriamo necessario o desiderabile per raggiungere il nostro sviluppo personale nella vita. I limiti di entrambi i diritti sono che quando vengono esercitati, terze parti non ne sono influenzate.
  3. Nonostante le risoluzioni della Corte, le leggi sulla cannabis in Messico NON sono cambiate. (Tutte le forze politiche sono responsabili per questa mancanza, avvenuta sia per calcolo politico, conservatorismo, pregiudizio o mancanza di visione e impegno per i diritti umani, per decenni). Ciò significa che qualsiasi atto relativo alla pianta di cannabis, in Messico, rimane illegale e costituisce un reato, compreso il semplice possesso anche se inferiore a 5 grammi. In questo modo, il consumo non è proibito, ma qualsiasi atto inerente ad esso è e costituisce un crimine. (La trappola eterna, che permette il ricatto ai danni dei consumatori).
  4. Nonostante ciò, la nuova giurisprudenza significa che se uno coltiva per se stesso, ed entro i limiti stabiliti (adulti, senza influenza su terzi e non commercia il prodotto del suo raccolto), e per qualche motivo è sorpreso dalle autorità, il giudice dovrà decidere nello stesso senso che la Corte ha indicato: cioè, dovrà sentenziare a favore del coltivatore e lasciarlo libero con le sue piante, dal momento che lo Stato protegge i diritti legali di cui sopra: il diritto all’autonomia personale e al libero sviluppo della personalità.
  5. La Corte apre le porte, alla possibilità che i consumatori abbiamo un’alternativa al mercato nero. Questo è molto importante, e la legge dovrà cambiare in questo senso: attualmente è più grave coltivare, anche per se stessi, che comprare in circuiti illeciti. (Cioè, la stessa legge incoraggia ciò che dice di combattere).
  6. La giurisprudenza non stabilisce che questo raccolto debba essere per uso personale. Ciò apre la possibilità di formare associazioni di coltivatori in futuro che permettano ai membri di non dover ricorrere al mercato nero. IN quel momento sarà necessario creare regolamenti al riguardo, perché attualmente, quando ci sono tre o più soci adulti che collaborano in un’azione che la legge considera un crimine, questo comportamento può essere considerato crimine organizzato.
  7. Infine: quello che succederà adesso è una modifica delle norme per porre fine al divieto assoluto e regolare la coltivazione privata della cannabis. Ma finché questo non sarà successo è importante sapere che il diritto è dalla nostra parte e che se uno coltiva entro i limiti stabiliti, non può essere condannato per questo.
[Traduzione a cura di Hassan Bassi]