Intorno alle quattro di mattina del 19 ottobre, in uno stabile abbandonato a San Lorenzo, muore Desirée Mariottini, sedicenne di Cisterna di Latina. La vicenda resterà nelle cronache per una decina di giorni, per poi lasciare spazio agli alberi caduti e al ritrovamento, forse, dei resti di Emanuela Orlandi. Un crimine odioso quale lo stupro di gruppo di una ragazza minorenne in stato alterato diviene l’occasione per mettere a tema fenomeni complessi e controversi come l’offerta e la domanda di sostanze psicotrope, la gestione degli spazi urbani e le attività di loisir notturno (la movida). I titoli dei giornali e il conseguente dibattito mediatico su questi temi certificano una regressione culturale impressionante. A titolo di esempio, il 26 ottobre ‘Avvenire’ titola al centro pagina: “La droga e il degrado trappola per Desirée”. Il primo lemma del titolo, la droga, è al singolare. Serve ideologicamente a ribadire che le droghe sono la droga, che non occorrono distinguo, che fanno tutte indistintamente male, entità rispetto alle quali, per dirlo con Nancy Reagan, deve valere il motto “just say no”: “dì semplicemente di no”. Da decenni, in presenza di un mercato degli stupefacenti sempre più vasto e differenziato, di stili di consumo improntati alla poli-assunzione e di un abbassamento dell’età di primo consumo (soprattutto di alcol), gli operatori della prevenzione e della riduzione del danno hanno adottato lo slogan “just say know”: “ciò che devi sapere è che devi conoscere”. Un approccio scelto dai progetti “Nautilus” e “Oltre il Muro”, due realtà romane, ma non le uniche, che tentano di diffondere la consapevolezza dei diversi rischi che le diverse sostanze comportano, allertando sui pericoli del mixare gli stupefacenti tra di loro e con l’alcol. L’obiettivo è soprattutto evitare che i più giovani, in presenza di una propria determinazione al consumo, vengano etero diretti dal mercato illegale, che assumano ciò che al momento è disponibile senza alcuna idea delle conseguenze. Allo stesso modo, sempre sull’Avvenire compare la formula “mix letale di droga” (e non di droghe); a quanto pare, declinare al plurale le sostanze e i loro rischi è ancora considerata una forma di cedimento alla droga, quasi il primo passo verso sciagurate legalizzazioni.

Il secondo lemma del titolo è degrado: ora, che San Lorenzo sia un quartiere degradato è una fandonia. Come spiegare altrimenti le migliaia di cittadini (compresi i giornalisti) che tutti i giorni, in ogni settimana dell’anno, vi si recano per affollare i locali del settore food and beverage? Degrado è lo stato fatiscente in cui vengono lasciati interi stabili come l’ex fabbrica di penicillina LEO di via Tiburtina, trasformato dall’incuria in rifugio malsano per chi non vogliamo accogliere né vedere in giro. Il degrado non risiede nelle occupazioni, ma negli abbandoni. Proprio a San Lorenzo, nel 2011, l’occupazione del Nuovo Cinema Palazzo ha impedito l’apertura dell’ennesimo casinò, e da allora, con la sua programmazione culturale, rappresenta un autentico presidio antidegrado.

Degrado è non spendere i fondi (€ 1.547.110) stanziati dalla Regione Lazio per attuare servizi sulle droghe; è lasciare che resti chiuso il Centro Diurno a Bassa Soglia per le dipendenze di Scalo San Lorenzo, attivo fino a sei anni fa a due passi da dove è morta Desirée; cancellato nel 2012 dalla Giunta Alemanno insieme ad altri quattro servizi non è mai stato riaperto, nonostante la sua attività fatta di migliaia di contatti, consulenze e pasti annui, le decine d’inserimenti in comunità e il presidio continuo e costante del territorio Forse il degrado che ha ucciso Desirée è ritenere questi servizi un costo inutile.