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Pubblichiamo la traduzione, a cura della redazione di Fuoriluogo, dell’introduzione al volume “How How to Regulate Psychedelics. A Practical Guide” pubblicato da Transform. Il volume è scaricabile gratuitamente dal sito di Transform – Drug Policy Foundation. Potete anche acquistarlo in versione cartacea o supportare l’attività di Transform.

come regolare gli psichedeliciLe sostanze psichedeliche sono una fonte di fascino e meraviglia per molti. Il rapporto dell’uomo con queste sostanze risale a ben 8.000 anni fa, a partire dall’uso di piante contenenti DMT presso le antiche civiltà mesoamericane e all’uso cerimoniale dei funghi allucinogeni presso le comunità delle Americhe e dell’Europa, sino all’uso del cactus peyote come sacramento religioso tra le comunità indigene del Nord e del Centro America. [2]

Nonostante questa relazione risalga all’antichità, la storia più recente ha visto la produzione, il possesso e la cessione di questo gruppo di sostanze (sia di origine vegetale che sintetica) proibiti nella maggior parte del mondo nell’ambito del più ampio modello di politica punitiva sulle droghe, ovvero della war on drugs, come è comunemente conosciuta a partire dagli anni ’70.

Più recentemente, le esplorazioni della scienza degli psichedelici, che hanno compreso il loro modo d’azione e il loro potenziale medico-terapeutico, hanno alimentato un dibattito in rapida espansione sul loro ruolo nella società, spesso indicato come rinascimento psichedelico. La ricerca sull’uso medico degli psichedelici e il relativo discorso pubblico sono entrambi relativamente avanzati. Tuttavia, l’uso non medico è rimasto marginale in gran parte del dibattito pubblico. Questa guida, quindi, si concentra sulle questioni politiche sollevato dalla realtà di un ampio uso non medico di psichedelici.

Vi è oggi un crescente consenso sul fatto che la cosiddetta war on drugs non solo è fallita nei suoi stessi obiettivi, con il promesso mondo libero dalle droghe più lontano che mai, ma è stata anche un enorme spreco di risorse pubbliche e spesso attivamente controproducente. Ha reso le droghe più rischiose, ha incentivato comportamenti più a rischio, ha creato ostacoli a interventi sanitari efficaci, ha generato stigmatizzazione e criminalizzazione di comunità già oppresse e sfruttate, e ha infine alimentato la criminalità organizzata e la violenza e la corruzione associate, contribuendo all’insicurezza in tutto il mondo. [3]

C’è invece meno consenso su cosa fare dopo la “guerra alla droga”. Pur a fronte delle numerose ed eloquenti critiche sul fallimento del proibizionismo, queste non hanno necessariamente prodotto visioni credibili per un approccio alternativo che il pubblico, professionisti e decisori politici possano supportare, su come potrebbe funzionare un futuro mercato legalmente regolamentato. È comunque un segno positivo che il dibattito sulla politica delle droghe si sia sempre più spostato dal “dobbiamo regolamentare le droghe?” al “come regolamentare in modo responsabile ed efficace?” Qui ci concentreremo su quest’ultima domanda. Le proposte di Transform si concentrano su modelli di regolamentazione per l’uso non medico di quattro degli psichedelici più comunemente usati, a volte indicati come i classici psichedelici classici: LSD, psilocibina, DMT e mescalina. Transform propone un modello flessibile a quattro livelli che cerca di gestire sia la varietà di preparazioni di questi psichedelici (sia di origine vegetale che sintetica), così come i vari modi in cui vengono utilizzati. [4]

Questa guida riflette l’ambiente sociale e politico di Transform e dei suoi autori, collocati nel “Nord del mondo”, e anche se speriamo che la sua analisi e le sue raccomandazioni possano essere utili in senso più ampio, esse devono essere viste in questo contesto. Questa guida affronta alcuni dei punti di discussione all’interfacciarsi tra l’uso occidentale e quello indigeno degli psichedelici, ma non include proposte specifiche per la regolamentazione dell’uso religioso e dell’uso tradizionale indigeno. Questo è giustamente il dominio politico delle comunità interessate (di cui gli autori non fanno parte). Inoltre, in alcuni casi l’uso religioso e l’uso indigeno tradizionale sono già coperti da quadro giuridico e normativo locale (si veda: Tutela degli usi religiosi e indigeni, p. 56).

Note

[2] Guerra-Doce, E. (2015), Psychoactive Substances in Prehistoric Times: Examining the Archaeological Evidence, Time and Mind. 8(1) https://doi.org/10.1080/1751696X.2014.993244; Jay, M. (2019), Mescaline: A global history of the first psychedelic (New Haven and London: Yale University Press), p.15.; Santiago, F.H., Moreno, J.P., Cázares, B.X. et. al. (2016), Traditional knowledge and use of wild mushrooms by Mixtecs or Ñuu savi, the people of the rain, from Southeastern Mexico. Journal of Ethnobiology and Ethnomedicine. 12(35), p.3. https://doi.org/10.1186/s13002-016-0108-9; Jones P.N. (2007), The Native American Church, peyote, and health: Expanding consciousness for healing purposes, Contemporary Justice Review. 10(4) https://doi.org/10.1080/10282580701677477.

[3] Rolles, S., Murkin, G., Powell, M. et. al. (2016), Alternative World Drug Report 2nd edition (Transform Drug Policy Foundation) https://transformdrugs.org/publications/the-alternative-world-drug-report-2nd-edition

[4] Per semplicità – e scusando l’imprecisione tassonomica – le piante e i funghi che contengono i composti chimici psilocibina/DMT/mescalina sono d’ora in poi indicati collettivamente come “psichedelici di origine vegetale”. Questo termine si riferisce anche a tutte le preparazioni psicoattive da esse derivate. Quando LSD/psilocibina/DMT/mescalina vengono sintetizzati, si parla di psichedelici sintetici.