Tempo di lettura: 3 minutiMaurizio Coletti

Una fenomenale discussione, aperta dalla docuserie Netflix, che interrompe un silenzio decennale sui consumi di sostanze, sulle politiche locali, regionali, nazionali, europee ed internazionali di cui sono colpevoli soprattutto i decisori politici e i media.

Una discussione surreale perché si sta parlando di qualcosa che è accaduto così tanto tempo fa, che penso di ricordare che mi sentivo, allora, giovane.

Come accade ed accadeva (non solo su questo tema), si sono formati due schieramenti contrapposti, due tifoserie: quella per cui “hanno salvato tante vite, nell’assenza totale dello stato; i tossicomani sono incapaci di volontà e loro decidevano per il loro bene”; e quella  per cui “le catene sono sempre catene, l’omicidio è sempre omicidio, l’individuo deve essere lasciato libero di decidere”.

Come accadeva ed accade, caleranno progressivamente le luci dei riflettori e le politiche sulle droghe (che non hanno nemmeno un sottosegretario con uno straccio di delega, un assessore competente a livello regionale, un ufficio-agenzia nazionale minimamente attivo, un’affidabilità nella raccolta e nell’elaborazione dei dati relativi ai consumi) saranno dimenticate.

Ciò che mi interessa affermare di San Patrignano è la mancanza di criteri minimi per essere definita una Comunità Terapeutica.

Nonostante le assenze, i silenzi, le risorse progressivamente sottratte, le comunità professionali hanno continuato a studiare il fenomeno dei consumi (di e senza sostanze) e le risposte che possono essere considerate trattamenti, con riflessioni di carattere nazionale ed internazionale.

Ad oggi, il termine “Comunità Terapeutica” ha molto poco appeal nella letteratura scientifica. Si preferisce il termine Trattamento Residenziale; declinato in durata (breve, media o lunga), in specificità dei pazienti accolti (maschi/femmine/donne con bambini, etc.), in specificità dei programmi (orientamento comportamentale, dinamico, sistemico o misto), in ammissione di pazienti in trattamento farmacologico o no, in peso della componente psichiatrica.

San Patrignano, invece, ha avuto (non so se ha ancora) le seguenti caratteristiche:

  1. mancanza di un programma terapeutico conosciuto e riconosciuto, che vada oltre allo stare insieme e al lavoro; in realtà si puntava su un programma di sostituzione della dipendenza: dalle sostanze alla comunità;
  2. mancanza di uno staff professionale o professionalizzato;
  3. mancanza di un sistema di valutazione degli outcomes e del processo (sullo “studio di valutazione” di Guidicini e Pieretti mi rifaccio allo statement della Consulta delle Società Scientifiche; proponemmo allora un confronto professionale, ma la richiesta cadde nel vuoto);
  4. mancanza di criteri adeguati circa il numero dei pazienti accolti. Ormai da decenni, le norme e gli studi prevedono per i programmi residenziali numeri che non superino le 40 unità. Oltre questo numero, la struttura non può essere adeguata;
  5. mancanza di una “replicabilità” del modello e del programma. È stato tentato molte volte di fondare un’altra San Patrignano sia sul territorio nazionale, che all’estero, ma senza successo. San Patrignano è unica e questo, dal punto di vista scientifico, è un punto debolissimo;
  6. mancanza di uno “spirito di rete”. È molto noto che il trattamento dell’addiction deve essere multimodulare. Nel senso che i bisogni del paziente dovrebbero essere affrontati da strutture, centri, professionisti diversi. Quello che a me consta, è che San Patrignano ha sempre avuto un atteggiamento supponente e giudicante nei confronti di altri centri di trattamento;
  7. mancanza di un’accoglienza che includa una diagnosi multipla e che permetta di identificare un percorso personalizzato;
  8. il fatto di non percepire una retta diaria per paziente ne appanna l’immagine: sono (erano) volontari. Ma titolati? Il sistema delle rette può essere formale ed è talvolta fiscale, ma è una garanzia.

Vi sono due punti ancora, che esulano dalla lettura di San Patrignano come Comunità Terapeutica.

Il primo: nella docuserie sono testimoniate le feroci critiche allo Stato assente da parte dei genitori. Lavorando con le famiglie, ricordo bene questa ondata di attacchi. E, se è vero che l’intero sistema socio sanitario, i professionisti, le strutture, le Istituzioni furono “prese di sorpresa” dal montare veloce dei consumi di sostanze, non si può non ricordare che, a partire dalla legge 685 del 1975 sono stati istituiti i servizi territoriali: prima i CMAS, poi i SAT, poi altre sigle differenti per Regioni, poi i SerT o SerD. E, verso la metà degli anni ’90, si contavano più di 600 servizi pubblici territoriali le cui prestazioni sono state sempre libere e gratuite. In quegli anni, i servizi di privato non lucrativo (in rapporto – difficile – con i servizi pubblici, destinatari di rette insufficienti, ma convenzionati con il pubblico) arrivò a superare le 1300 strutture: Servizi residenziali, ambulatoriali, semiresidenziali e unità di Riduzione del Danno. A questo difficile, faticoso percorso per il raggiungimento di un’integrazione articolata, solida e permanente, San Patrignano non ha partecipato mai.

E, collegate con queste ultime, direi che il loro bilancio di vite salvate è basato sulla scelta di rivolgersi a quelle popolazioni di consumatori che non esprimevano apparentemente nessuna domanda di trattamento. In silenzio, senza giudicare, accogliendo, supportando, offrendo strumenti (siringhe, acqua distillata, materiale sterile) che rendevano l’uso meno rischioso, offrendo consultazione medica e, sempre, un suggerimento per intraprendere una strada di cambiamento.

Ora sarebbe tempo di girare lo sguardo all’oggi: Conferenza Nazionale sulle Droghe subito, appena le condizioni per riunire diverse centinaia di persone lo permettano. Immediatamente, identificazione nel Governo della delega alle Politiche sulle Droghe.