Tempo di lettura: 3 minutiSusanna Ronconi

Il 30 marzo 1961 a New York, l’Onu approvava la Single Convention on Narcotic Drugs, la convenzione in tema di droghe che da allora – integrata da altre due convenzioni, del 1971 e del 1988 – orienta le politiche globali sulle droghe illegali a guida UNODC. L’approccio penale e proibizionista sancisce l’illegalità delle sostanze elencate nelle tabelle della Convenzione per eliminarne produzione e consumo al di fuori del controllo medico. I primi obiettivi erano azzerare le produzioni illegali di oppio in 15 anni e quelle di cannabis e coca in 25. Sappiamo che non è avvenuto. Ma, nonostante anno dopo anno i dati di produzione e consumo rendessero gli obiettivi via via sempre meno credibili, nel 1998 la Sessione Speciale dell’Assemblea Generale Onu sulle droghe, a guida di Pino Arlacchi, azzarda l’obiettivo di “un mondo senza droghe” entro il 2008. Inutile dire che la Commission on Narcotics Drugs (CND) riunita a Vienna nel 2009 non farà che registrarne il fallimento e che così farà anche quella del 2019. Gli stessi dati UNODC dicono che in vent’anni chi consuma droghe illegali è aumentato del 54%, e che in dieci anni la produzione di coca è aumentata del 25% e quella di oppio del 125%, e la cannabis non ha registrato flessioni. I rapporti a cura delle ONG aggiungono dati su dati, a colmare i troppi silenzi dell’Onu in tema di valutazione delle proprie politiche. Tuttavia, anche nel 2019 la strategia globale non cambia, la potente inerzia del sistema globale ONU, gli interessi geopolitici e quelli interni dei governi tengono duro nonostante le evidenze.

Eppure, non si può dire che le acque siano stagnanti. Ci sono due diverse correnti che le agitano. La più potente è certamente quella che scorre fuori dagli auditorium di Vienna e di New York, quella degli ormai numerosi stati che, pure aderenti alle Convenzioni, esercitano la propria autonomia riformando le politiche nazionali nella direzione di una regolazione legale delle droghe. Gli Stati che hanno legalizzato la cannabis hanno potuto farlo senza essere estromesse dalle Convenzioni, e questo significa che la flessibilità del sistema è una via praticabile: sono lontani i tempi in cui l’Olanda veniva messa sotto processo (per altro senza poi conseguenze) per le Stanze del consumo, cioè per una misura di Riduzione del danno. La seconda corrente, certo più debole, è quella che punta a modificare il sistema stesso, sotto la spinta della società civile e di alcuni stati: sono aperture -come alcuni passaggi del documento finale della sessione UNGASS del 2016 o la Common position a cura di diverse agenzie Onu – che spingono verso una parziale depenalizzazione (ma non decriminalizzazione) e per un maggior rispetto dei diritti umani. E sono cambiamenti di processo, come il “movimento degli indicatori” che preme per una valutazione indipendente dell’impatto della strategia Onu, o la spinta per sottrarre all’UNODC l’esclusiva delle politiche sulle droghe, per includervi le agenzie che hanno a che fare con diritti umani, salute, sviluppo sostenibile. Tra i cambiamenti importanti c’è anche il recente voto sulla cannabis terapeutica, dopo anni di blocco imposto alla ricerca scientifica: sebbene dimezzate e a maggioranza risicata, le raccomandazioni dell’OMS sulle proprietà mediche della cannabis sono passate, cosa che per 60 anni non è stata possibile. Va preso come un buon segno. Dopo 60 anni di fallimenti globali, sembra arrivato il tempo di invertire la direzione di marcia. Ieri si è svolto un seminario internazionale, “Un fallimento epico”, per ricordare una data che ha condizionato le scelte della politica e per rinnovare l’impegno per la riforma.

Il punto su Single Convention on Drugs 1961. An Epic Fail (in italiano e in inglese), https://www.fuoriluogo.it/epicfail