Ieri, a Trento, in una mostra sull’umorismo, ho rivisto una vecchia copertina di Cuore, settimanale sa-tirico degli Anni Ottanta. Il titolo era: «I Beatles si drogavano, Mino Reitano no: parliamone». Dopo quello che abbiamo sentito dire da Corleone e da Klein può essere quasi necessario cominciare con una battuta per stemperare un po’ la tensione storica e sociale che è derivata dai due interventi che mi hanno preceduto. Ma si tratta soltanto di un momento di alleggerimento, perché l’argomento è davvero decisamente serio visto che, parlando di La canapa in Giamaica tra politica e cultura, non si entra soltanto nell’argomento delle co-siddette “sostanze” e del loro rapporto con le culture, ma ci si trova a doversi confrontare con veri e propri problemi di democrazia e di rispetto per il cittadino.
Parlo di culture, al plurale, e non della cultura, al singolare, perché quella della pluralità è una delle ca-ratteristiche principali della cultura, assieme a quella di essere il vero contraltare del dogma perché il dogma per sua natura è immobile mentre la cultura deve essere sempre in divenire, deve saper accettare sfide, inda-gare, capire, essere capace di mutare.
E in quest’ottica viene naturale di provare a soffermarsi a parlare, come abbiamo sentito fare per il rapporto tra la cultura giamaicana e la ganja, del rapporto della cultura friulana con l’alcool. Perché è indub-bio che il consumo di bevande alcoliche è stato ed è, sia pure in forme differenti, parte importante del vivere in questa regione. E non soltanto tra le classi più disagiate, ma anche nelle cosiddette classi elevate. A dimo-strare che l’alcol non è visto soltanto come rifugio nello scappare da una vita insopportabile, o come ricerca di momentaneo benessere, ma anche come vero e proprio status symbol.
E, proprio come la ganja, anche l’alcol è entrato nella farmacopea popolare che gli ha attribuito capa-cità terapeutiche in molti casi inesistenti o almeno esagerate. Ma, d’altro canto, anche tante medicine appro-vate e vendute in farmacia tanto bene non fanno (tranquillanti che rincitrulliscono, stimolanti che logorano il fisico pur di assicurare ritmi lavorativi al di là dell’umano, dopanti che imbrogliano gli avversari e distrug-gono il corpo; come gli anabolizzanti, ma non soltanto quelli).
Ma l’alcol è del tutto diverso dalla ganja: non porta a elevare il distacco tra sacro e profano, non indu-ce alla meditazione, non rilassa e porta benessere. L’alcol, usato in quantità smodate, porta soltanto all’abbruttimento.
E non dimentichiamo anche che in Italia, a fronte di nessun morto per l’uso di cannabis e di alcune centinaia di morti per droghe pesanti, ogni anno si contano decine di migliaia di vittime causati dall’abuso di bevande alcoliche e che si ritiene che circa due terzi dei decessi della nostra regione siano da addebitarsi di-rettamente o indirettamente al consumo smodato di alcol: per cirrosi, tumori, incidenti automobilistici che coinvolgono, tra l’altro, anche persone del tutto sobrie.
Eppure contro l’alcol – vino, birra, grappa, o altri superalcolici – non si fa praticamente nulla, se non blande campagne che hanno sicuramente un impatto minore rispetto ai più o meno sottili, più o meno esplici-ti inviti al bere. E sono campagne che insistono sulle minacce e sullo spavento. Mai sulla cultura e sul suo cambiamento.
Questo comportamento deriva forse da un rispetto per la cultura locale? Ma figuriamoci. Anzi, è pro-prio il mancato rispetto della cultura locale – che in realtà con l’alcol ha ben poco a che fare, anche se alcuni pensano di sì – che induce a fare così. Se questo rispetto ci fosse, si cercherebbe di discutere, di confrontare, di ragionare, proprio come fanno due culture diverse che vogliono conoscersi e, conoscendosi, crescere in-sieme.
Non si tratta di una valutazione culturale, bensì di una vocazione impositiva e repressiva che si adotta sempre proprio con quelle che si considerano culture inferiori. Basti pensare – come è già stato ricordato – ai fondamenti del colonialismo.
Impositiva perché, visto che il fenomeno non è arginabile, lo si tassa pesantemente – soprattutto i su-peralcolici, proprio così come si fa per il tabacco – per guadagnare mentre si fa finta di condannare. Repres-siva perché per le cose nuove, non già praticate, si preferisce proibire comunque più che capire. Anche per-ché capire comporta molta più fatica che proibire dall’alto della propria autorità.
D’altro canto in uno stato che vorrebbe proibire l’ingresso di altri uomini soltanto perché hanno la pel-le di colore diverso, oppure hanno un’altra religione, e che comunque da un paio di giorni li ha resi delin-quenti per legge solo per il fatto di essere arrivati qui da noi per cercare di sopravvivere, la cosa è perfetta-mente comprensibile.
Barry Chavanes, in un passo del libro, come del resto ha sottolineato anche Alex Klein pochi minuti fa nel suo intervento, dice che «i parlamentari locali tentavano di affrontare i problemi sociali soprattutto con la repressione». E noi in Italia lo comprendiamo benissimo visto che dobbiamo convivere con la legge Fini-Giovanardi.
Ma la legge Fini sulla droga almeno un pregio incontestabile ce l’ha: con il suo nome ci ricorda quoti-dianamente chi è in realtà Fini, anche se adesso, soprattutto per smarcarsi dall’imperatore Berlusconi al cre-puscolo di credibilità internazionale anche se forse non ancora alla fine del successo elettorale nazionale, egli cerca di accreditarsi come persona liberal, democratica, rispettosa dei diritti di tutti.
Ma il suo nome è quello di una legge autoritaria, irrazionale e antiscientifica.
Autoritaria perché in essa c’è tutta la volontà punitiva di uno stato per il quale l’uomo non è cittadino, ma suddito; di uno stato che rispolvera il proibizionismo, affidando ampi margini discrezionali alle forze di polizia. E c’è anche – per i centri di recupero, come già per la scuola – la voglia di mortificare il pubblico per premiare il privato, tenendo ben presenti i risultati economici e molto meno quelli sociali e medici.
Irrazionale perché naviga tra contraddizioni profonde che nessuno ha avuto la volontà di risolvere. Una legge che ha espropriato il Parlamento della potestà di legiferare. Ma questa è diventata ormai la prassi.
Antiscientifica perché soltanto per ignoranza, o per preconcetto si può parificare uno spinello con una dose di eroina: e invece la legge non distingue più tra droga leggera e pesante
Fini e i suoi dicono che la droga è considerata un veleno, sia perché consumata in grandi quantità fa male, sia in quanto dà assuefazione. Ed è vero per marijuana, hashish, Lsd, cocaina, eroina e mille altre so-stanze, come, del resto, e come abbiamo visto, per l’alcool, la nicotina, la cioccolata; per quanto mi riguarda anche per il salame che induce in me un irrefrenabile desiderio anche se so che in forti quantità può far stra-me delle mie arterie.
Ma, visto che parliamo di veleni e di cultura, vi voglio raccontare quanto accedeva nella Francia del diciottesimo secolo. In quei tempi la salute che premeva alle autorità erano quella dell’anima e quella del re-gno e non certamente la salute fisica dei sudditi. Di quest’ultima si occupavano, per i ricchi, i medici privati; per i poveri, i guaritori e le streghe, o alcuni ordini religiosi caritatevoli: comunque allo Stato non costava niente né preservarla, né curarla, ragion per cui ognuno poteva fare del suo corpo quel che voleva.
Assai diversa era invece la questione della salute ideologica, sia religiosa, sia politica (quando le due cose non coincidevano) della popolazione, il cui mutamento poteva alterare l’ordine stabilito, propiziare di-sordini, attentati, rivolte e rivoluzioni. E, quindi, quel che si supponeva avvelenasse la mente era rigidamente controllato: innanzitutto, la carta stampata. In Spagna e in Italia di questa vigilanza si occupò l’Inquisizione; in Francia, a metà del diciassettesimo secolo, il ministro del re, Jean-Baptiste Colbert aveva istituito un “cor-po di polizia letteraria” che funzionò con temibile efficienza anche per buona parte del secolo successivo, fi-no a quando non fu spazzata via dalla Rivoluzione francese.
I libri avevano bisogno del permesso reale per poter essere pubblicati e messi in circolazione, permes-so che poteva essere negato per diversi motivi: offese alla religione per difetto (come per Helvétius) o per eccesso (come per i giansenisti), per discrepanza religiosa (come per i protestanti), per attentato alle sane consuetudini (come per i libertini), per propaganda sovversiva (come gli opuscoli contro i nobili o contro la persona del re), per critiche poco rispettose nei confronti dei sapienti dell’accademia, e così via.
Ovviamente, anche i libri proibiti venivano pubblicati e messi in circolazione, con i problemi tipici della clandestinità, ma con l’aggiunta di una notorietà supplementare. Più le opere erano proibite e più erano ricercate perfino dai semianalfabeti, mentre i loro autori diventavano ancor più famosi: le regole e gli effetti di ogni proibizionismo! Inoltre, i libri vietati erano plagiati senza scrupolo, falsificati, smontati e rimontati, adulterati in mille modi a seconda dell’interesse economico dei librai. La gente voleva leggere i proibiti Vol-taire e Rousseau e finiva per leggere assurdi surrogati qualsiasi o addirittura il demenziale filosofeggiare di Marat, i cui effetti e, soprattutto, difetti erano destinati a diventare letali.
Per meglio comprendere la situazione forse è meglio dare la parola a uno specialista dell’epoca: Ro-bert Lepape. La citazione è lunga, ma non contiene parti inutili: la polizia letteraria, dice, «riposa su una convinzione che dirige i suoi metodi: i libri illeciti sono droghe pericolose che avvelenano il corpo della so-cietà. Di qui la definizione dei membri dell’ambiente letterario come “popolazione a rischio” che conviene vigilare, con l’aiuto di spie e di provocatori. Si spiano i tipografi; si controllano minuziosamente gli arrivi della carte e il flusso delle merci; si limitano i luoghi di fabbricazione e di vendita dei libri, si moltiplicano le ispezioni e le perquisizioni; si ottiene spesso di smantellare le reti di produzione e di diffusione delle opere proibite; si arrestano anche i piccoli rivenditori il cui commercio si lascia invece prosperare in cambio della speranza di informazioni su delinquenti più importanti. Si imprigionano, si puniscono con il divieto di eserci-tare la professione, si multano tipografi e venditori, operai e autori».
«La controparte di questa accanita repressione – continua Lepape – sono due effetti contraddittori. Da un lato un certo marciume morale del mezzo editoriale, in mano a personaggi torbidi, delatori e autentici de-linquenti: assimilato dalla polizia al mondo dei pericolosi bassifondi, quello del libro ha una certa tendenza ad avvicinarvisi, trascinato dalla solidarietà che nasce dall’emarginazione. Però, d’altra parte, la polizia del libro ha anche l’effetto di stabilire solidarietà e complicità fra i professionisti che, malgrado ciò, spesso si abbandonano a una selvaggia concorrenza. Perfino fra gli opulenti e puntigliosi tipografi e librai parigini ben avviati e ben organizzati nella difesa della propria corporazione c’è chi non resiste al piacere e al vantaggio di prendersi gioco di quella polizia, di partecipare a circuiti illegali, di infrangere regolamenti asfissianti e di offrire i libri proibiti a un pubblico sempre più numeroso e avido». Vi ricorda qualcosa?
E per di più, sempre per il Settecento, bisogna anche menzionare il traffico di materiale clandestino stampato nella permissiva Olanda, gli affari della polizia in combutta con i librai, i censori che per indulgen-za o per avidità nascondevano le opere proibite in casa propria, i chierici e gli scrittorucoli  conservatori che fabbricavano con redditizia diligenza innumerevoli “preservativi” letterari contro gli scrittori pericolosi, trat-tati terapeutici per compensare i danni provocati dai loro errori e così via. Continua a ricordarvi qualcosa?
Sì, perché immagino che questa carrellata di persecuzioni vi risulti estremamente familiare in quanto, in effetti, oggi in Europa la situazione non è molto diversa, eccetto per il fatto che le persecuzioni attuali non servono tanto a controllare i pericoli della carta stampata, quanto quelli della chimica. Le autorità – per il momento – si preoccupano meno delle idee che abbiamo in testa che delle sostanze che ci scorrono nel san-gue. Anche adesso ci sono droghe legali con licenza di circolazione, e altre che invece non ce l’hanno per motivi stabiliti dalle autorità secondo varie argomentazioni ideologiche; ma alcune di queste droghe vietate in taluni casi possono essere assunte, con l’opportuna ricetta medica, cioè con l’equivalente della dispensa del Santo Uffizio che era necessaria per leggere i libri elencati nell’Indice delle Opere Proibite.
Quanto all’adulterazione dei prodotti, al maggior interesse suscitato proprio perché proibiti, alla for-mazione di un ambiente criminale intorno alla loro fabbricazione e distribuzione, alla proliferazione di im-broglioni specializzati nella lotta contro il veleno, i risultati sono più o meno identici: le stesse cause danno luogo agli stessi effetti, ingigantiti nella nostra epoca dalla massificazione urbana e da altri problemi socio-strutturali. Storicamente chiunque può constatare che le droghe non sono state proibite a causa della delin-quenza organizzata, della perversa influenza sociale e delle morti per abuso che esse provocavano, ma che, anzi, cominciarono a essere causa della delinquenza organizzata, di un’influenza perversa sulla società e di morte proprio a partire dalla loro proibizione.
Le misure repressive non arrestarono la stampa, né impedirono che ci fosse sempre maggior offerta di libri vietati: tanto meno impedirono che i lettori di quelle opere celebrassero la fine del diciottesimo secolo con una grande rivoluzione, quella che oggi si potrebbe definire la madre di tutte le rivoluzioni.
L’efficacia della persecuzione delle droghe non è stata maggiore e per molti aspetti ha avuto risultati ancor più disastrosi. La stampa e la chimica sono strumenti potenti per fomentare la creatività umana e ri-spondere ai suoi desideri: ai migliori e ai peggiori, naturalmente.
La persecuzione non serve ad altro che a potenziare e a ingigantire ciò che si pretende di sradicare con la coercizione. Indubbiamente alcuni libri possono turbare negativamente certe persone, spingendole a far del male a sé e agli altri. Le parole e le idee sono in potenza molto più pericolose di qualsiasi composto chimico, perché scendono più in profondità e hanno un effetto più attivo e duraturo sui gruppi umani. E, per quanto riguarda gli scritti, oggi la maggior parte di noi è convinta che questi potenziali danni si accompagnino a im-portanti effetti positivi che non possono essere separati nettamente da essi e che comunque non possono es-sere evitati se non con la cultura e con le regole che regolano le società civilizzate.
Questo non significa che la società debba lavarsi le mani del problema della droga e delle tossicodi-pendenze, alcol compreso, delegandolo esclusivamente alla responsabilità individuale, anche perché, come disse una volta Adorno, «la libertà non sta nello scegliere tra il bianco e il nero, ma nel sottrarsi a questa scel-ta prescritta».
Vorrei tentare di dare una prima risposta a Franco Corleone che ha concluso il suo intervento chieden-do cosa si può fare per cambiare questo andazzo, per progredire sulla strada dell’antiproibizionismo senza disperdersi nelle critiche a questo governo. Ebbene, io credo sia impossibile, riuscire a progredire sulla strada dell’antiproibizionismo, ma anche della democrazia e di qualsiasi libertà compiuta, se prima non ci liberere-mo di questo governo che ha tutte le leve del potere in mano e che ha il sacro terrore che lo scambio di in-formazioni e di idee possa coagulare una vera e propria resistenza che torni a far votare tanti italiani delusi e schifati e che porti a far sparire che concepisce il potere democratico soltanto per suo beneficio personale.
Quindi la colpa è nostra, perché abbiamo votato e i risultati delle elezioni hanno premiato coloro che non la pensano come noi.
Cosa fare? Non lo so. Quello di cui sono sicuro è che l’unica strada attualmente perseguibile è una che possa rendere vano lo strapotere che Berlusconi ha sull’informazione e che colpevolmente non è stata limita-ta dal centrosinistra quando è stato al governo. Noi non possiamo urlare più forte dei mezzi di Berlusconi; non mi piace democraticamente l’idea di farli tacere, o, in qualche modo, di mettere loro la sordina. L’unico sistema che posso concepire è uno antico, ma sempre molto efficace: è quello di bisbigliare nel’orecchio di un altro, o di un gruppetto di altri, le proprie idee, quelle di cui si è convinti, cercando di convincere anche chi ci ascolta. E poi sperare che anche coloro che ci hanno ascoltato continuino a sussurrare nelle orecchie di altri ancora dando vita a una catena – questa sì virtuosa – di Sant’Antonio. Sarà sicuramente molto faticoso, ma è l’unico modo per cercare di uscirne.