KINGSTON – È finita la lunga fuga di Christopher “Dudus” Coke, il boss giamaicano della droga per cui un mese è scoppiato uno scontro armato senza precedenti tra i suoi fedelissimi e la polizia di Kingston, che cercava di catturarlo: più di 70 i morti. Coke è stato preso in una zona periferica della capitale: quindi è stato portato in un commissariato nel distretto di St. Catherine, presidiato da uomini dell’esercito che hanno attivato strettissime misure di sicurezza. Era accompagnato dal reverendo Al Miller, un predicatore evangelista che giorni fa ha mediato nella consegna del fratello di Dudus, anch’egli latitante. Di fronte all’edificio si sono radunati molti curiosi. Tempo fa era stata deliberata una ricompensa di 5 milioni di dollari per chi avesse dato informazioni sul boss. Gli Stati Uniti ne hanno chiesto l’estradizione.

IL BOSS AMATO DAL POPOLO – Coke, 41 anni, è ritenuto uno dei narcotrafficanti più pericolosi del mondo. È stato per anni alla guida di un’agguerrita organizzazione i cui tentacoli si estendono dai Carabi fino agli Usa, al Canada e alla Gran Bretagna. A Kingston Coke controllava un quartiere chiamato Tivoli Gardens, un’area ai margini della città dove imperano violenza e miseria. Lì Coke è nato e cresciuto: i suoi uomini si sono distinti per la fedeltà al capo, tant’è che pur di bloccarne l’estradizione negli Usa hanno messo a ferro e fuoco la capitale dell’isola. Il boss ha sempre sostenuto di lavorare per aiutare i più poveri del quartiere guadagnandosi un ampio sostegno popolare, come anni fa in Colombia Pablo Escobar. Di fatto per molti ragazzi di Tivoli era una sorta di padrino, un eroe che dà cibo agli indigenti e fa da mediatore nei conflitti locali. Di sicuro era molto potente visto che l’area che controllava, dove c’è il porto, coincide con il distretto elettorale del primo ministro Bruce Goldling.

AMNESTY DENUNCIA ABUSI
– Washington lo considera responsabile di un numero incredibile di omicidi – 1.400 negli Usa, altrettanti in Giamaica – e lo accusa altro sulla base di una serie di intercettazioni telefoniche. Coke era d’altra parte quello che in Giamaica viene chiamato un “don”, cioè il capo di una “garrison”, comunità armata. Secondo alcuni esperti era in realtà il capo di tutti i “don”, una quindicina, di Kingston. La sua organizzazione criminale è la “Shower Posse”, specializzata nel traffico di droga ma anche responsabile dell’ingresso di gran parte delle armi che circolano nell’isola. Un mese fa, con fatica, gli uomini della polizia e dell’esercito erano riusciti a entrare a Tivoli, durante una serie di operazioni militari che avevano sollevato seri dubbi di abusi nei confronti della società civile: abusi denunciati da Amnesty International, mentre il governo aveva lanciato un’indagine «indipendente» proprio per i blitz portati a termine sia a Tivoli sia a Dhham Town, un altro dei ghetti controllati dagli uomini di Dudus. Ma le autorità giamaicane avevano anche assicurato che avrebbero fatto ogni sforzo per catturarlo vivo «e processarlo davanti a un tribunale del Paese».