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New York, New Mexico e Virginia. In poco più di una settimana 30 milioni di americani hanno visto il proprio Stato legalizzare la cannabis. Questi sono diventati 18, più il Distretto della Capitale Washington, le Isole Marianne Settentrionali e Guam: oltre il 40% della popolazione statunitense vive in uno stato che ha abbandonato il proibizionismo sulla cannabis.

Il 30 marzo 2021, esattamente 60 anni dopo la firma, proprio a New York, della Convenzione Unica sugli stupefacenti che aveva introdotto il divieto globale della cannabis, lo Stato della Grande Mela ha legalizzato la cannabis. Il Governatore Cuomo, in difficoltà nei sondaggi ed alla ricerca di una “issue” popolare ha sfruttato il largo consenso nell’opinione pubblica: il 64% dei newyorchesi è favorevole alla legalizzazione. “Non saremo i primi, ma il nostro programma sarà il migliore” aveva dichiarato, presentando la cannabis come priorità assoluta del suo governo per il 2021 e riuscendo ad approvarla letteralmente dalla mattina alla sera.

In effetti il testo tiene conto di luci e ombre di questi primi anni di regolamentazione legale, a partire dal tema della giustizia sociale e della cancellazione dei precedenti penali. Ricordiamo che New York ha storicamente dato la linea alle politiche repressive sulle droghe, a partire dalle “Rockfeller Drug Laws” degli anni ‘70, sino alla “zero tolerance” di Rudolph Giuliani. Secondo l’American Civil Liberties Union, nel 2018, quasi 60.000 newyorkesi sono stati arrestati per violazioni della legge sulla marijuana, di questi, il 95% per solo possesso. Secondo la Legal Aid Society nel 2020 nei cinque distretti di New York City, neri e ispanici rappresentavano oltre il 93% degli arrestati per violazioni per cannabis. Tenendo conto di ciò saranno cancellate automaticamente dalle fedine penali le condanne per condotte rese oggi legali, mentre coloro che consumano cannabis, o lavorano nell’industria saranno protetti contro discriminazioni in materia di alloggi, accesso all’istruzione e diritti genitoriali. La polizia inoltre non potrà più usare l’odore della cannabis come giustificazione per le perquisizioni. Il sistema di licenze impedisce l’integrazione verticale, onde evitare concentrazioni e favorire i piccoli produttori locali, ad eccezione delle microimprese e degli operatori già esistenti nel programma della cannabis medica. Per quel che riguarda invece l’equità sociale e la riparazione dei danni del proibizionismo, l’obiettivo è di avere almeno il 50% delle licenze commerciali rilasciate a richiedenti provenienti da “comunità colpite in modo sproporzionato dall’applicazione del divieto della cannabis“, nonché imprese di proprietà di minoranze e donne, veterani disabili e agricoltori in difficoltà finanziaria. Le entrate fiscali, oltre a coprire i costi del programma, saranno ripartite in questo modo: il 40% ad un fondo di reinvestimento sulle comunità, il 40% a sostegno delle scuole pubbliche statali e il 20% alle strutture per il trattamento degli usi problematici di droghe e per campagne e programmi di educazione pubblica.

La cannabis vola alto anche nel paese: oltre il 75% degli americani è oggi contrario alla sua proibizione e criminalizzazione. Forte anche di questo il leader della maggioranza democratica al Senato Schumer ha ribadito la sua intenzione di andare avanti con la proposta di legalizzazione a livello federale “con o senza l’accordo di Biden”.

Se la legalizzazione in California ha rappresentato il punto di non ritorno del processo di riforma negli USA, è evidente che New York rappresenta un passaggio simbolico decisivo nei confronti di tutto il mondo. Ancora di più pensando che nella città saranno anche consentiti luoghi di consumo sociale della cannabis: New York tornerebbe alle origini, un poco “New Amsterdam”.