Peter Cohen

Dopo anni di cattiva gestione, l’Unodc non solo ha il difficile compito di riconquistare un proprio status, ma mira anche a far rinascere un atteggiamento fideistico nei confronti del suo “core business”, il business della lotta alla droga. Come il suo direttore, Antonio Costa, giustamente osserva nelle frasi di apertura del rapporto sulla Svezia: “Sempre più persone sperimentano le droghe, e sempre più persone divengono consumatrici abituali…”. Dunque, a livello europeo, si osserva che le politiche sulle droghe non sono riuscite a contenere un “problema diffuso” (p. 5).

Il rapporto che qui discuteremo va letto tenendo conto del calo dei consensi registrato in tutto il mondo nei confronti delle attuali politiche proibizioniste. A mio parere esso non è animato da un’ambizione puramente scientifica – è troppo maldestro e primitivo per questo – ma corre in soccorso dei disorientati funzionari che dovrebbero portare avanti la lotta alla droga e che sono alle prese con l’evidente aumento del consumo e della produzione in tutto il mondo, e con la stupefacente inadeguatezza delle politiche globali. Il rapporto va considerato un tentativo sincero di sostenerli.
Il rapporto sulla Svezia è “una rapida valutazione basata su documenti pubblici e integrata da documenti di fonte governativa e informazioni ottenute da esponenti del governo stesso” (p. 7). Perché l’Unodc ha scelto la Svezia come esempio? “…Nel caso della Svezia, colpisce l’evidente associazione tra la severità della politica sulle droghe e i bassi livelli di consumo” (p. 7). “La politica sulle droghe svedese è estremamente efficace nel prevenire il consumo di droga…” “…l’analisi delle fluttuazioni dei tassi di abuso dimostra che i periodi in cui i livelli di abuso di droga osservabili nel paese scendono corrispondono ai momenti in cui il problema droga è stato considerato una priorità” (p. 7).
Così, se per caso dubitavamo che le politiche di repressione incidano sui livelli di consumo, dovremmo studiare l’esempio della Svezia: il messaggio del rapporto sembra essere questo. Oltre naturalmente al fatto che se le nostre politiche di repressione non sono buone, o non lo sono abbastanza, avremo problemi con le droghe! Il direttore dell’Unodc Costa ha detto, in occasione del lancio del World Drug Report 2006, che ogni stato ha il “problema droga” che si merita. Costa ripete questa osservazione nel rapporto sulla Svezia, dicendo che “ciascun governo è responsabile delle dimensioni del problema droga nel suo paese. Spesso le società hanno il problema droga che meritano” (p. 5).
Dunque, questo rapporto dell’Unodc è stato confezionato su misura per portarci a concludere che la repressione funziona e che la sua mancanza si tradurrebbe in un peggioramento del “problema droga”.
Vediamo come è fatto questo prezioso rapporto, e se è in grado di superare il test rappresentato dalla formulazione di semplici domande.
Procederò a selezionare alcuni esempi su come è stato realizzato.
Per cominciare: il “problema droga” non è definito in modo chiaro e può consistere in qualunque cosa l’Unodc pensi. Così, esso è definito come il livello di uso di droga nella popolazione, o in determinate fasce di età. Questo materiale è supportato da livelli di “consumo pesante” o abuso di droga, una categoria anch’essa priva di definizione. Nel rapporto i termini “uso” e “abuso” sono usati in modo interscambiabile riproponendo così una fonte di confusione ormai abituale in tanti testi che trattano il “problema droga”.
Il primo problema riguarda evidentemente i dati prescelti. Il livello di consumo in Svezia è definito ricorrendo a molte tabelle sui consumi di droghe (cannabis), in particolare con studenti quindicenni o militari di leva diciottenni. In pochi altri luoghi vengono forniti i dati sulla prevalenza per la popolazione svedese tra i 15 e i 75 anni di età. Tutti questi dati vengono poi raffrontati solo alcune volte con quelli di altri paesi; nella maggior parte dei casi essi sono invece messi a confronto con la media europea, così come riferita dall’Osservatorio europeo di Lisbona (Emcdda).
Ad ogni modo, se si studiano le tabelle sui consumi fornite dall’Emcdda, come il consumo nell’ultimo anno di canapa per la fascia di età 15-34 anni, non può sfuggire il fatto sconcertante che 14 paesi su 19 presentano cifre sulla prevalenza inferiori alla media europea. Dunque, in teoria, è possibile produrre un rapporto dell’Unodc intitolato “Il successo della politica sulle droghe in Olanda” poiché su molti indicatori di consumo di droghe e alcol e sul numero di “consumatori pesanti” osservati in trattamento, l’Olanda produce indicatori che sono (ben) al di sotto della media europea, e molto al di sotto degli Usa o dell’Australia. Proprio come la Svezia.
Analogamente, l’Unodc potrebbe produrre una serie di rapporti intitolati “La catastrofe della politica sulle droghe” della Francia, del Regno unito o della Repubblica Ceca o degli Usa, perché questi stati membri dell’Onu presentano indicatori di (alcuni) consumi che sono più alti o molto più alti della media europea.
Invitiamo l’Unodc a redigere rapporti di tal fatta, appena possibile.
Va sottolineato il fatto che non ha alcuna base scientifica l’assunto di partenza di questo rapporto, è cioè che i bassi livelli di consumo registrati dalla Svezia in una serie di indicatori sul consumo ricreativo di sostanze siano dovuti alla politica sulle droghe praticata in questo paese. Forse! E, per semplificare il discorso, evitiamo di addentrarci in una discussione sulla qualità dei dati. Ma se si propone questo collegamento, come il rapporto dell’Unodc fa esplicitamente, si dovrebbe proporre almeno qualche evidenza che tra i due fenomeni vi sia un rapporto di causa-effetto, e spiegare perché. Queste evidenze sono assenti in modo così totale, che ci si potrebbe domandare se il rapporto non debba essere considerato un documento religioso avente lo scopo di rafforzare un atteggiamento fideistico nei confronti delle politiche di repressione, più che uno strumento scientificamente rigoroso e chiarificatore.

L’altra tesi: le politiche di repressione dei consumi sono irrilevanti per i livelli di consumo di droghe

Forse la politica sulle droghe della Svezia è soltanto un fenomeno a sé, vicino ai bassi livelli di consumo di alcol e droghe, che esprime una cultura della temperanza ma non la determina. In altre parole, anche se fosse possibile per gli svedesi adottare delle politiche meno estreme, la loro cultura della temperanza produrrebbe livelli bassi di consumo intossicante: più bassi di alcuni paesi, ma non di tutti.
I greci presentano anch’essi bassi tassi di consumo di alcol e droghe, ma questi ultimi derivano da una serie di caratteristiche e determinanti culturali o demografiche completamente diverse, così come avviene per gli olandesi.
Niente contraddice la tesi secondo cui le politiche sulle droghe, quali che esse siano, hanno poco a che vedere con il determinarsi della situazione esistente, per quanto riguarda droghe e alcol. Per l’Unodc, persino il semplice prendere in considerazione questa nozione di “costruzione culturale” sarebbe un disastro, perché essa aprirebbe la strada a un’analisi scientifica dei consumi, separandola dall’analisi ideologica che piace all’Unodc. E questa nozione invaliderebbe completamente la convinzione di Costa secondo cui i paesi hanno il problema droga che “meritano”, se si allontanano dall’ortodossia delle politiche repressive.
Harry Levine scrive che gli svedesi usano molto meno alcol di altri paesi “ma se ne preoccupano molto di più di quasi tutti gli altri, fatta eccezione per i paesi nordici e per alcuni paesi anglofoni” (comunicazione personale), illustrando così la sua ben nota osservazione sul carattere specifico delle culture protestanti della temperanza in relazione all’uso di alcol e droghe. Lo stesso studioso scrive in una comunicazione personale. “È importante capire che il modello nordico sull’alcol è stato recentemente scosso da onde sismiche. Queste hanno costretto le società nordiche a riconsiderare radicalmente cent’anni di politiche sull’alcol orientate alla temperanza”.
Le osservazioni di Levine ci suggeriscono che, dietro la brutale pervicacia esibita nella difesa della guerra alla droga dei fondamentalisti svedesi, potrebbe esserci in parte il declino delle politiche di repressione sull’alcol, sia in Svezia che in altri paesi nordici. L’Unodc vuole vedere questa pervicacia applaudita, e temiamo che userà l’anno 2009 per promuovere la Cina allo status di eroe della lotta alla droga, nonostante i disastri che essa sta creando in relazione ai diritti umani cinesi (persino più gravi che in Svezia o negli Usa). Non saremmo sorpresi se l’Unodc sostenesse in un rapporto che le politiche di repressione del consumo di droghe in Cina sono eccellenti, danno ottimi risultati e il numero di esecuzioni pubbliche degli spacciatori sta diminuendo da 1909 a 1896 all’anno!

È giunto il momento di un bel giro di giostra a Shanghai.

*Cedro (Centre for Drug Research), Università di Amsterdam

Il rapporto sulla Svezia dell’Unodc è disponibile su fuoriluogo.it, insieme alla traduzione della versione integrale del presente saggio.

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  • pdf Swedish_drug_control
    SWEDEN’S SUCCESSFUL DRUG POLICY: A REVIEW OF THE EVIDENCE
    Aggiunto in data: 25 Marzo 2020 16:26 Dimensione del file: 2 MB Download: 6