I paradossi dello spinello olimpico
La vicenda olimpica di Ross Rebagliati ha suscitato sulla stampa italiana una serie di commenti, in cui (come spesso capita) il moralismo si sposa con l’analfabetismo farmacologico. Un dato su tutti: nessuno (fra i cosiddetti “esperti” consultati) ha ricordato che la presenza di THC nelle urine non prova uno stato di intossicazione in atto, ma semplicemente l’aver usato cannabis nel passato. Di conseguenza, l’ipotesi più ragionevole e probabile è che Ross Rebagliati abbia fumato uno spinello non qualche minuto ma qualche giorno o settimana prima della gara, e, se così fosse, tutto il disquisire circa gli effetti dello spinello sull’impresa di Ross sarebbe puro vaniloquio. D’altra parte, i commenti “scandalizzati” erano concettualmente minati da una contraddizione insolubile: se si asseriva che lo spinello non può influire positivamente sulla prestazione sportiva (semmai, al contrario, come è ragionevole pensare), si doveva ammettere che la punizione per “doping” era, sul piano sportivo, ingiustificata; se si sosteneva, invece, che Ross ha vinto l’oro grazie a una “canna” fumata prima della gara, si doveva rinnegare tutto ciò che è stato sostenuto da decenni dalla propaganda proibizionista: cioè, che gli effetti dello spinello sono deleteri per l’integrità psicofisica di chi lo usa. Alla fine, il tribunale sportivo del CIO ha deciso di restituire a Ross la sua medaglia. La decisione ha scatenato altre polemiche, basate non su argomenti farmacologici, ma sui princìpi. L’argomento-chiave era che l’attribuzione della medaglia avrebbe dato un “cattivo esempio” ai giovani. In realtà, è proprio vero il contrario. Nel convalidare la medaglia, il CIO ha implicitamente considerato l’uso di cannabis ininfluente sulla prestazione sportiva. Se la medaglia fosse stata revocata, sarebbe stato come ammettere che Ross aveva vinto “grazie” allo spinello, attribuendo alla cannabis una proprietà “positiva” che non le appartiene: quella di far diventare più bravi e più veloci coloro che affrontano le discese sulla neve o altre imprese del genere. Ma, comunque si fosse conclusa, la storia ha il sapore di un beffardo “autogol”. Se l’antidoping fosse basato su fattori “tecnico-sportivi”, dovrebbe limitarsi a rilevare l’uso di sostanze che possono influire positivamente sulla prestazione sportiva avvantaggiando un concorrente rispetto agli altri. Aver voluto includere la cannabis fra le sostanze proibite, per motivi evidentemente “morali”, ha contribuito paradossalmente a dimostrare che questa droga è perfettamente compatibile con la normalità, anzi addirittura con l’eccellenza nell’attività sportiva. Uno sconcertante accostamento fra due categorie che nell’opinione convenzionale apparivano speculari e inconciliabili: quella “patologica” delle droghe e quella “sana” dello sport. La vicenda olimpionica ripropone, inoltre, una riflessione sulla pratica del ritiro delle patenti di guida ai soggetti positivi per THC (cui vorrebbe porre rimedio la proposta di legge del deputato verde Paolo Cento e di altri). Comunque vengano interpretati, i fatti hanno dimostrato che un test positivo per il THC non compromette una prestazione psicofisica altamente impegnativa come quella dello snow-board. Non si capisce quindi perché in Italia la positività delle urine al THC venga considerata sufficiente per ritirare la patente di guida. Ai commenti di giornalisti ed “esperti” sportivi italiani sulla paradossale vicenda olimpionica dedichiamo le nostre “drugstories”.

DESTREZZA E CORAGGIO CON MARIJUANA
“Non migliora le performance muscolari e tantomeno l’attività cardiaca (…), ma è una droga come un’altra, e se gli atleti la prendono un effetto ce l’ha certamente, quanto meno sulla sfera psicologica. Se mi sento più tranquillo e rilassato, se soffro meno l’ansia del pre-gara è chiaro che posso rendere meglio”. [prof. del Monte, direttore dell’Istituto di scienza dello sport del CONI, La Repubblica, 12 febbraio 1998]. “Non conosco i particolari, ma (…) se non avesse avuto in corpo la marijuana sarebbe andato giù con più prudenza (…). Lo snow-board è una specialità in cui serve coraggio, e non c’è dubbio che la somministrazione di marijuana aiuti. L’hashish ad esempio lo usavano i Mammalucchi, le truppe d’assalto dell’esercito ottomano, perché infondeva coraggio, sicurezza e spirito assassino. (…) La marijuana migliora la destrezza e incrementa il coraggio quando si scende fra i paletti” [cit., Il Corriere dello Sport, 12 febbraio 1998].

ONNIPOTENZA CON MARIJUANA
“Alcuni sportivi la usano, perché due o tre inalazioni aumentano il senso di euforia (…) incrementano l’acuità visiva e annullano gli stimoli inibitori, cioè danno un senso di onnipotenza. L’effetto (…) si ha quasi subito, circa 20 minuti, e svanisce dopo 2-3 ore. Solo più tardi, e per i fumatori cronici, intervengono gli altri sintomi (…)” [Dott. Benzi, commissario antidoping del CONI, Gazzetta dello Sport, 12 febbraio 1998].

QUELLI DELL’HASH-PIPE
“Fumavano almeno altri due atleti che hanno gareggiato a queste Olimpiadi e hanno fatto i test “ciechi” dell’antidoping, quelli in cui si garantisce l’anonimato (…). Un altro campione olimpionico, lo svizzero Gian Simmen, vincitore nella specialità dell’half-pipe (sempre snow-board) aveva espresso solidarietà a Ross e confessato che qualche volta anche lui aveva fumato hashish con gli amici. Al villaggio Olimpico, Simmen e i suoi colleghi sono stati ribattezzati “quelli dell’hash-pipe”” [La Repubblica, 20 febbraio 1998].

DALLA MARIJUANA ALLO STUPRO
“Ci sono nel mondo milioni di individui che vanno sulla neve con il surf, e ci chiediamo se siano tutti come quelli che hanno spedito alle Olimpiadi, oppure se a Nagano sia giunta una pattuglia particolarmente selezionata: il campione olimpico che si fa di marijuana, un altro che per divertire scaglia botti di birra e scatena una rissa: vedrete che il prossimo verrà sicuramente accusato di stupro, perché ci sembra che, dopo droga e alcool, un po’ di sesso ci stia bene” [Ansaldo, La Stampa, 13 febbraio1998].

PULIZIA OLIMPICA
“(…) Uno dei motivi che ha spinto la maggioranza (…) e i due organismi CIO a prendere una decisione punitiva è la giusta preoccupazione dell’esempio che il caso Rebagliati, se lasciato passare, avrebbe dato alla gioventù del mondo. Il principio che sta sotto è sacrosanto: lo sport deve essere pulito, anzi ripulito da qualsiasi stupefacente. Non si può non essere d’accordo. Se mai è decisivo, perché sia credibile, che il CIO lo persegua sempre, in qualsiasi disciplina e sotto qualsiasi latitudine” [Vaccari, La Gazzetta dello Sport, 12 febbraio 1998]

SI DROGAVA DA TEMPO
“(…) Il surfista (…) ha detto, fra l’ilarità generale, che il 31 gennaio scorso era stato a una festa in cui tutti fumavano come ciminiere e si è intossicato. Forse, dalle sue parti, gli spinelli hanno il diametro di un gasdotto, e sprigionano nubi tossiche come a Seveso. In realtà, a quanto pare, Rebagliati farebbe da tempo uso di marijuana” [Ansaldo, La Stampa, 12 febbraio 1998].

ANCHE PRIMA DELLA GARA
“La versione del fumo passivo sostenuta da Ross Rebagliati dopo la vittoria nel gigante di snow-board non è attendibile. (…) L’alta concentrazione della sostanza individuata dall’analisi suggerisce che l’atleta possa avere fumato direttamente e poco prima della gara”. [Il Tirreno, 19 febbraio 1998].

COME UN DIO
“Immaginiamo uno scenario futuro. La bandiera olimpionica con i cerchi fatti di fumo. Il tiro con il cannone nel calendario della federazione tiro a segno. Caniggia CT degli argentini. I testi di Bob Marley materia di studio a Coverciano. La nazionale giamaicana campione del mondo di calcio dopo una finale stupefacente. Grazie a Rebagliati e ai cavilli del CIO, lo sport ha svoltato. Sarà solo più facile spiegare ai nostri figli che una droga, seppur leggera, fa male. “Papà, stai male tu. Guarda quello, scia come un dio”” [Ansaldo, La Stampa, 13 febbraio 1998].

MORALE
“Qual è la morale che il mondo dello sport invia (…) alla società? Che fumando uno spinello si può diventare campioni olimpionici. Permetteteci di dire che non ne siamo felici” [Torromeo, Il Corriere dello Sport, 13 febbraio 1998].