Tempo di lettura: 3 minutiFabio Scaltritti

Nel 2019 in una frazione vicina ad Alessandria, Quargnento, i Vigili del Fuoco intervengono per spegnere un incendio sviluppato all’interno di una tenuta, che ha coinvolto un locale adiacente la Villa padronale. I proprietari, una coppia del paese, sono chiamati dai VVFF e avvisati che le fiamme sono domate e che le squadre operative stanno facendo un sopraluogo negli altri locali per verificare che non vi siano altri focolai. Purtroppo dopo pochi minuti un’esplosione inattesa e di proporzioni devastanti rade al suolo l’intera proprietà e provoca la morte di tre giovani pompieri e il ferimento di altri colleghi. Si scoprirà che all’interno della villa erano state posizionate sette bombole di GPL con un innesco e, nel corso delle indagini, emerge la colpevolezza della coppia che confessa di aver agito per incassare il premio dell’assicurazione.

Alessandria si stringe così a fianco del Corpo dei Vigili e, in particolare, accanto alle famiglie dei tre “pompieri” uccisi: Marco, Matteo e Antonio che avevano tra i 30 e i 40 anni e che erano conosciuti e amati per il loro impegno sociale e culturale.

Durante il processo per omicidio colposo e per più di un anno tutta la popolazione sostiene, ricorda e commemora i tre ragazzi uccisi nello scoppio.

Per i media locali e nazionali diventano “I nostri Eroi” e tutti noi, ancora oggi, li ricordiamo come “eroi normali”, lavoratori instancabili. Il Comune di Alessandria decide di intitolare una via alla loro memoria, in deroga ai regolamenti che prevedono dieci anni di tempo dalla scomparsa.

Un fulmine a ciel sereno, una sorpresa odiosa, è rappresentato dalla pubblicazione la settimana scorsa su “Il Piccolo”, bisettimanale locale, di un servizio che denuncia la presenza di tracce di stupefacenti nei cadaveri dei tre Vigili del fuoco e di un editoriale dal titolo “Se gli eroi perdono il loro mantello”.

La reazione della cittadinanza è immediata e fragorosa, i social media de “Il Piccolo” vengono inondati di messaggi di disapprovazione, molti chiedono le dimissioni del direttore e qualcuno arriva a proporre il boicottaggio verso il giornale. L’indignazione per l’offesa subita è profonda: non si contesta la pubblicazione della notizia e la libertà di stampa, o il dovere di cronaca, ma la scelta di enfatizzare un elemento conosciuto da più di un anno, delicato e personale, per gettare discredito immotivato e per colpire tre vittime del dovere e del lavoro. Uno schiaffo alla memoria, alle famiglie e a chi li ha amati.

Si scopre che la notizia era già emersa durante gli esami autoptici di fine 2019 e che i media locali avevano scelto di non rendere pubblico il ritrovamento delle “tracce di sostanze”, cannabis e cocaina, anche perché non influente ai fini delle indagini e delle fasi processuali.

Secondo il direttore del giornale lo scoop invece rimette in discussione l’immagine che ci si era fatta dei tre pompieri morti nell’adempimento del loro dovere: non tre eroi quindi, ma tre giovani, vittime anch’essi della fragilità e facenti parte di quella umanità che trova nelle sostanze il modo di alleviare le proprie debolezze.

E per di più positivi a sostanze mentre erano al lavoro. Le evidenze scientifiche testimoniano con certezza che il rilevamento di tracce di sostanze nelle urine o nel sangue o nel capello non vuol dire di essere sotto l’effetto di sostanze; questa semplificazione è puro terrorismo mediatico.

Questo episodio di giornalismo di provincia ci riporta alle argomentazioni di una subcultura moralistica che pensavamo archiviata e legata alla esperienza arcaica di Muccioli: consumatori di sostanze tacciati come deboli da imprigionare e da stigmatizzare.

Per fortuna il confronto nel mondo è cambiato dopo la sconfitta della war on drugs. Negli Stati Uniti la legalizzazione della cannabis per uso ricreativo e/o per scopi terapeutici si diffonde. In Italia si guarda ancora al passato.