Fra i documenti che il Forum droghe propone in occasione dell’incontro di Torino, credo che il più importante sia l’editoriale con cui il “Lancet” propone la legalizzazione della cannabis. Un articolo che si può definire rivoluzionario, per almeno tre ragioni: a) perché il “Lancet” è una delle più antiche e certamente più autorevole rivista medica d’Europa; b) perché l’articolo non spreca più di una decina di parole per discutere la nocività della sostanza, evidentemente considerando la questione “medica” fuori discussione; c) perché prende una netta posizione “politica”, ed accusa esplicitamente i legislatori di chiudere gli occhi davanti all’evidenza.

            Ancora una volta, e da una fonte di massima autorevolezza, viene messo in evidenza uno dei punti cruciali del dibattito sul proibizionismo: il contrasto tra scienza e politica. Un contrasto che dura ormai da più di un secolo, considerando che il primo rapporto medico sulla cannabis è stato pubblicato nel 1894: si tratta del Rapporto della Commissione Governativa Anglo-indiana, che sosteneva in 3281 pagine quello che oggi viene affermato dalla redazione del “Lancet” in una riga: “l’uso di cannabis non è pericoloso  per la salute”.

            Sempre sul problema fra scienza e politica, occorre segnalare alcuni dati che emergono da un altro documento presentato dal Forum: la relazione di Nadelmann-Cohen-Drucker-Locher-Stimson-Wodak, che passa in rassegna le esperienze di riduzione del danno realizzate in diversi paesi occidentali.

            Ci sembra assai significativo chi iniziative assai avanzate sulla “riduzione del danno” si siano concretate in Inghilterra, a dispetto del governo conservatore (e, come spiega “The Lancet”, anche del partito laburista) grazie all’ampia autonomia di cui godono tradizionalmente le autorità sanitarie di quel Paese. Sul piano politico, interessante è anche la situazione tedesca, in cui iniziative di riduzione del danno vengono promosse dalle autorità (per lo più socialdemocratiche) dei Laender del nord, in contrasto con il governo nazionale: il che dipende sia da una scelta politica generale (i socialisti tedeschi hanno preso posizioni piuttosto avanzate anche a livello nazionale), sia dal fatto che lo stimolo al cambiamento viene dalle autorità periferiche, che sono a contatto coi problemi concreti, piuttosto che da quelle centrali.

            La riluttanza dei politici al cambiamento trova un potente appoggio nella sclerosi burocratica delle agenzie ONU – che come replicanti di Don Chisciotte continuano a condurre la loro battaglia contro i mulini a vento: cioè contro i fantasmi di un concetto di “droga” astratto e ideologico, del tutto slegato dalla realtà.

            Ma l’atteggiamento dei politici trova soprattutto una motivazione nella paura di perdere voti. In quasi tutti i Paesi la “questione droga” è un argomento “caldo”, in cui si rischia di urtare contro le posizioni della maggioranza della popolazione – e poco importa se tali posizioni siano basate su ignoranza e conformismo. Il problema diventa più grave con un sistema maggioritario, in cui per vincere occorre avere il consenso della maggioranza dell’elettorato. E non ci sembra un caso che, nel panorama presentato dalla relazione di Nadelmann et al, le realizzazioni concrete di riduzione del danno risultino quasi assenti negli Usa, dove vige un sistema “maggioritario secco”, considerato da molti in Italia come il sistema più adatto a stroncare la “filosofia dello status quo”.

            In effetti, negli Usa abbiamo avuto quattro anni fa (per la prima volta dopo 12 anni) un ricambio al vertice: Democratici al posto dei Repubblicani. Ma con l’avvento di Clinton la politica della droga non è cambiata di una virgola.

            Per chi si batte per una riforma delle leggi sulla droga, questo problema è oggi più che mai di attualità anche in Italia, con le elezioni alle porte.

Giancarlo Arnao
Responsabile scientifico del Forum droghe