Con un editoriale sul sito di Questione Giustizia, l’organo ufficiale di Magistratura Democratica, l’associazione dei magistrati componente dell’ANM prende posizione rispetto alla legalizzazione della cannabis.

Bisogna imporre nel dibattito pubblico il tema della legalizzazione delle droghe leggere e, più in genere, della depenalizzazione delle condotte di minore offensività in materia di stupefacenti” si legge infatti nel testo pubblicato in questi giorni su Questione Giustizia on line.

“È un lavoro difficile – continua l’editoriale – perché si muove in direzione contraria rispetto alle ragioni mondane del proibizionismo, dalla passione contemporanea per il punire alla perdurante egemonia di quell’approccio farmacologico – ormai smentito dai più approfonditi studi scientifici – per il quale vi sarebbe una connessione diretta tra assunzione delle sostanze e propensione al crimine, senza peraltro distinguere tra assunzione di droghe leggere e assunzione di quelle pesanti.

In tempi in cui si discute di diritto penale minimo, confinandolo però in una prospettiva utopica, il ripensamento della politica criminale in materia di stupefacenti ci appare una via da percorrere per innalzare il livello di tutela della salute pubblica, per restituire al diritto penale efficacia selettiva e capacità di orientamento e al processo ragionevole durata e, non ultimo, per togliere “fette di mercato” alla criminalità organizzata.

Per questi motivi sentiamo tutta l’urgenza di contribuire, da giuristi, a questo lavoro difficile e necessario.

Sono passati ormai trent’anni dalla prima legge radicalmente proibizionista, la Iervolino-Vassalli del 1990, ma la war on drugs nel nostro Paese non ha conosciuto tregue, almeno sino ad epoca recente. Il salto di qualità in senso repressivo si è avuto con la legge Fini-Giovanardi (49/2006): equiparazione tra droghe pesanti e droghe leggere, inasprimenti repressivi, affievolimento della distinzione tra tossicodipendente, consumatore e spacciatore.

Nonostante le critiche di giudici e giuristi e il prezzo pagato in termini di sovraffollamento carcerario (ben due sentenze di condanna della Corte di Strasburgo) è stato necessario attendere la Corte costituzionale del 2014 per bocciare l’equiparazione tra droghe leggere e pesanti e i decreti legge del 2013 e 2014 per trasformare il “fatto di lieve entità” da circostanza attenuante speciale a reato autonomo.

Ma tutto questo è ancora poco. Una ricerca promossa dal Garante della Regione Toscana delle persone private libertà, in collaborazione con la fondazione Michelucci, e la decima edizione del Libro bianco sulle droghe servono a chiarire il senso di questa affermazione. L’Italia, con il suo 31% di detenuti ristretti per violazione delle leggi sulla droga, continua a essere il Paese del Consiglio d’Europa con il più alto numero di condannati in via definitiva per reati di droga. Un processo su due per droga si conclude con condanna a pena detentiva, rispetto agli uno su dieci nel campo dei reati contro la persona. Tanti (troppi) sono i condannati per fatti di lieve entità che finiscono nelle galere e ogni alternativa terapeutica (peraltro incoerentemente praticata) è rimandata al “dopo”, all’esecuzione penale. Anche le scelte giurisprudenziali in tema di cannabis light – aggiungiamo –, a partire dalle prime interpretazione della sentenza a Sezioni Unite (2019/30475), stanno lì a dimostrare che il paradigma repressivo è più che mai attuale.

Le vicende di cronaca, però, rendono ormai plastico il fallimento di questa strategia. Il proibizionismo indiscriminato ha di fatto rafforzato il mercato gestito dalle mafie, aumentato le occasioni di approccio alle sostanze, favorito la criminalizzazione secondaria del tossicodipendente, aperto le strade delle città alla violenza e rallentato ogni strategia terapeutica e di riduzione del danno. Come hanno scritto Franco Corleone e Grazia Zuffa, il motto proibizionista del ‘mondo libero dalla droga’ ha finito per dividere la società e ha tutelato «una parte dei cittadini (coloro che saranno convinti ad astenersi) contro l’altra parte (di chi consuma)». Oggi, tutte e due le parti sembrano avvinte dalla paura e il messaggio per il tossicodipendente è ancora uno, quello cantato con disperazione da Enzo Jannacci: arrangiarsi da solo.

Occorre, dunque, una mobilitazione culturale del mondo giuridico, insieme ai settori della società da sempre impegnati su questi temi, per ragionare su un ventaglio di strategie diverse da quella unicamente repressiva e per imboccare vie finalmente ancorate all’etica dell’efficacia e alla necessità di cura delle persone e delle relazioni sociali.”