Francesco Crestani

Alcune metanalisi pubblicate nella letteratura medica internazionale sollevano dubbi sull’efficacia antidolorifica della cannabis. Le metanalisi sono degli studi statistici che riassumono i dati provenienti da varie ricerche cliniche e rappresentano uno dei più validi metodi scientifici per definire l’effetto di una terapia, secondo le linee della cosiddetta “Medicina basata sulle prove di efficacia” (Evidence based medicine).

Vero è che talora gli autori di queste metanalisi sono esperti in statistica medica, ma certe volte non hanno forse mai avuto a che fare con il reale mondo della prescrizione di cannabis e con il vissuto dei pazienti (che, ammettiamo, può essere fonte di “bias”, cioè di errori basati sul pregiudizio, se pregiudizio può essere definito il convincimento che si è fatto un medico con la sua esperienza clinica). Inoltre le metodiche statistiche possono a loro volte essere applicate in maniera diversa, e i risultati essere diversamente interpretati, e talora infatti abbiamo letto metanalisi, basate in pratica su studi simili, giungere a conclusioni non coincidenti. Ribadiamo comunque che il recente (2017) rapporto ufficiale delle Accademie delle Scienze americane, stilato da alcuni dei maggiori esperti della cannabis, conclude che “ci sono prove consistenti che la cannabis è un trattamento efficace nel dolore cronico degli adulti”.

Un recente articolo di autori israeliani (M- Lavie-Ajayi e P. Shvartzman), pubblicato sulla rivista specializzata Pain Medicine, ha un approccio diverso e originale. E’ stato infatti compiuto uno studio “fenomenologico” sui malati affetti da dolore cronico e trattati con la cannabis. Gli autori infatti ammettono che nella pratica clinica i pazienti spesso riferiscono senso di sollievo con l’uso della cannabis medica, anche se non vi è riduzione del livello del dolore così come misurato dalla scala “VAS” (nella quale al paziente viene chiesto di indicare quanto è il suo dolore in una scala da zero a dieci). Scala che peraltro è spesso alla base delle metanalisi di cui sopra. E’ d’altra parte noto che la cannabis non è un un analgesico “puro”, ma i suoi effetti vanno ben al di là del “semplice” sintomo dolore, con miglioramento del sonno, riduzione della nausea, aumento dell’appetito, riduzione di ansia e depressione.

In pratica per “esplorare l’esperienza soggettiva del sollievo dal dolore con la cannabis”, i malati sono stati sottoposti a interviste secondo modalità scientifiche ben precise. Sono stati usati il metodo qualitativo DIPEx sviluppato all’Università di Oxford, e il metodo di analisi IPA, che punta a un’analisi dettagliata di istanze di esperienza vissuta. È considerato un utile strumento per esplorare il “significato collegato agli stati corporei”; focalizza sulla percezione che ha una persona sulla propria condizione, non tanto sulla condizione stessa.

I pazienti studiati erano diciannove, e assumevano da venti a sessanta grammi di cannabis al mese mediante fumo (tale modalità, comune in Israele, causa la perdita fino al 50% dei principi attivi, e da questo deriva probabilmente la quantità elevata di infiorescenza consumata). Sei soffrivano di artrosi, sei di esiti di trauma con lesioni spinali o altro tipo di lesioni, sei di altre forme di dolore cronico come la Complex Regional Pain Syndrome, e uno era affetto dal cancro.

L’analisi delle interviste ha messo a fuoco tre temi ricorrenti.

Il primo è stato denominato “sospiro di sollievo”. I pazienti avevano difficoltà a definire le sensazioni date dalla cannabis, ma affermavano, con differenti parole, che la pianta facilitava lo sviluppo di una differente soggettività corporea rispetto all’esperienza del dolore. Molti intervistati riferivano che la cannabis facilitava uno stato di rilassamento, o che riduceva il dolore, spiegando che la pianta non aveva eliminato il sintomo, ma lo aveva ridotto. Altri percepivano che la cannabis allontanava il dolore, più che ridurlo. Molti non si sentivano sballati, al contrario descrivevano la riduzione del dolore e la sensazione di relax come qualcosa che permetteva loro di essere maggiormente concentrati.

Il secondo tema era il “ritorno alla normalità”. La cannabis rappresentava per i pazienti una terapia in grado di cambiare la vita, non solo perchè riduceva il dolore, ma perchè in grado di risolvere molti altri aspetti del loro dolore cronico. Un paziente la definiva una cura “all-inclusive“, perchè gli permetteva di sostituire non un solo farmaco, ma molti, per il dolore, la mancanza di sonno, l’irritabilità, l’irrequietezza, l’incapacità a concentrarsi e la depressione. Per tali motivi molti malati usavano la parola “normale” per descrivere la loro vita dopo aver iniziato la cura. Infatti tutti riferivano la loro esperienza con il dolore cronico come “perdita di sè; non potevano avere una vita “normale”, e il dolore non solo cambiava la loro vita, ma anche essi stessi come persone. Molti dicevano che “non avevano più vita”. Naturalmente non tutti riferivano di ritornare pienamente se stessi, ma almeno una certa percentuale di quanto erano prima del dolore, con miglioramento anche delle relazioni.

Il terzo tema era quello degli “effetti collaterali”. Pochi in realtà descrivevano effetti negativi dovuti alla cannabis (mal di testa, disorientamento, sensazione di essere confusi, tosse o cattivo odore della pianta). La discussione sugli effetti collaterali era sempre presentata invece in relazione a quelli degli altri farmaci. Tutti infatti descrivevano la sofferenza dovuta agli effetti avversi delle terapie assunte, che rappresentavano un’ulteriore aggressione contro di loro, con sensazione di perdere se stessi, di sentirsi come uno zombie o una mummia. Gli intervistati riferivano di come in passato si erano trovati di fronte alla scelta impossibile tra il dolore e gli effetti collaterali dei farmaci. Riacquistare la normalità con la cannabis era descritto in termini di bilanciamento fra gli effetti avversi deglle altre terapie, di riduzione della dose dei farmaci o di riduzione al minimo degli effetti collaterali.

Gli autori riassumono le istanze qui descritte descrivendo gli effetti della cannabis medica in termini di “Restored Self“, che potremmo tradurre come ripristino del sè. Si tratta di una sensazione soggettiva corporea che indica il recupero del senso di sè, della normalità e del controllo sulla propria vita; non necessariamente essa è correlata con livelli obiettivi di funzionalità. Tutto ciò sfida l’attuale comprensione biomedica della terapia con la cannabis.