L’allegro e combattivo corteo delle associazioni antiproibizioniste ha attraversato venerdì le vie di Vienna per raggiungere la sede delle Nazioni Unite. Così Encod, il coordinamento internazionale antiproibizionista, ha salutato i delegati che a Vienna stavano confluendo da ogni parte del mondo per l’apertura dei lavori della 51esima sessione della Commission on narcotics drugs dell’ Onu (Cnd). Non si tratta di routine: da ieri e fino al 14 marzo molti rappresentanti politici, ministri e capi di governo (per l’Italia c’è il ministro Paolo Ferrero) sono riuniti con l’impegnativo compito di avviare la valutazione della strategia politica mondiale approvata dall’assemblea generale Onu di New York nel 1998. Il processo è destinato a concludersi nel 2009, con un incontro politico ad alto livello, sempre a Vienna. Gli obiettivi fissati nella Dichiarazione politica finale di New York erano, si ricorda, molto ambiziosi: niente di meno che «l’eliminazione, o la riduzione significativa, della coltivazione illecita della pianta di coca, della canapa e del papavero da oppio». Il «successo» delle politiche adottate per raggiungere tale obiettivo è sotto gli occhi di tutti, e per questo i seguaci della Conservazione Globale, ben rappresentati nelle varie agenzie Onu sulle droghe, stanno facendo di tutto per non entrare nel merito. Nel 2003, anno in cui si sarebbe dovuto fare un bilancio intermedio, la manovra dilatoria riuscì alla grande, anzi, dietro la spinta decisiva degli Usa e di alcuni stati totalitari, col sostegno del direttore dell’Unodc, Antonio Costa, fu sferrato un attacco alle mild policies dell’Europa, le politiche «miti» sulla canapa.
Nel suo intervento il ministro Ferrero, criticando i risultati fin qui raggiunti dalle politiche proibizioniste, ha suggerito per il prossimo decennale di cambiare strategia politica cominciando per esempio col non abbandonare lo studio di «processi volti a favorire l’acquisto a fini sanitari di parte della produzione di oppio afghano». «L’eradicazione forzata delle piantagioni – ha spiegato il ministro Prc – dovrebbe essere sostituita da interventi tesi a separare gli interessi dei contadini da quello dei trafficanti, dando ai primi alternative concrete». Dal lato della domanda invece Ferrero ha evidenziato che «il carcere non è stato un deterrente efficace contro l’uso di stupefacenti», e che troppo spesso vengono violati i diritti umani dei tossicodipendenti.
Parole che potrebbero perfino non cadere nel vuoto nella partita che si apre quest’anno, meno scontata del solito. Non c’è solo Encod infatti a vigilare che il tutto non si risolva in una farsa: col sostegno della Ue e di stati come Canada, Svezia, Regno Unito, Ungheria e Italia, si è svolta da poco a Budapest la conferenza regionale europea delle Ong, dove tra tanti orientamenti diversi è stato individuato una via comune verso una graduale riforma delle politiche sulle droghe. L’obiettivo a breve termine non è il cambio delle convenzioni internazionali, ma una maggiore «flessibilità» nell’applicarle, considerato che – si legge nel rapporto sulle conferenze – «la loro inflessibile applicazione ha comportato che una proporzione significativa dei detenuti nelle carceri dei vari paesi sia costituita da consumatori di droghe». Se la proposta politica è cauta, chiarissima è la denuncia della criminalizzazione indotta dal regime globale proibizionista. Inoltre si chiede un riequilibrio fra la «riduzione dell’offerta» e quella della domanda: in pratica, meno repressione e più investimenti in prestazioni sociosanitarie. Altre organizzazioni, come Idpc (International Drug Policy Consortium, di cui fa parte Forum droghe) denunciano la violazione dei diritti umani perpetrata da molti paesi nel proclamato intento di adempiere gli obblighi previsti dalle Convenzioni: basti pensare alla Cina che in vista delle Olimpiadi ha annunciato di voler rinchiudere un milione di consumatori in centri di disintossicazione coatta, mentre la Thailandia ha intenzione di riscatenare la guerra alla droga che nel 2003 portò all’uccisione senza processo di oltre tremila persone.
Il trend riformista è presente anche nel documento che l’Ue, sotto la presidenza della Slovenia, presenta alla Cnd. E’ una pressione congiunta che neppure gli organismi Onu possono ignorare del tutto, come si evince dalla lettura del Rapporto 2007 dello Incb (International Narcotic Control Board). Quest’anno per la prima volta lo Incb – tradizionalmente proibizionista al punto da bacchettare paesi cautamente riformisti come la Svizzera, la Germania o addirittura il Regno Unito – , invoca più moderazione verso i reati minori (come il consumo), in nome del principio di «proporzionalità» fra reato e pene, e sembra attenuare la consueta resistenza alla riduzione del danno. Solo che le buone intenzioni rimangono sulla carta: il Rapporto condanna la Bolivia perché non persegue l’uso tradizionale della foglia di coca (e tace sui paesi che applicano la pena di morte); chiede di chiudere le stanze del consumo (e tace sulla richiesta dell’Oms di distribuire siringhe pulite in carcere). Il confronto comunque è aperto, ed è un bel passo avanti rispetto alle stanche celebrazioni cui siamo abituati.