Alessandro Metz

Avevo 10 anni quando mi sono rotto il naso giocando a rugby. All’ospedale infantile Burlo Garofalo di Trieste mi operarono e mi misero una sorta di protezione per rinsaldare il setto nasale.
Durante la notte, mentre dormivo, il fastidio e il prurito probabilmente mossero le mie mani e tolsi quella protezione e la medicazione.
Al risveglio, con molto fastidio, le infermiere e il medico si accorsero di quello che avevo fatto. Mi riportarono d’urgenza in sala operatoria e rifecero tutto di nuovo. La notte successiva, per impedire il ripetersi della “disobbedienza” notturna, mi legarono le mani al letto, una a sinistra e una a destra.
Era il 1978, subito dopo l’approvazione della legge 180 alla Camera, meglio conosciuta come legge Basaglia. Finalmente si chiudevano i manicomi.
Per una notte, una notte sola, sperimentai la “contenzione meccanica”, pratica molto in uso nei manicomi.

Il 14 agosto, pochi giorni fa, Elena una ragazza di 19 anni è morta carbonizzata nel suo letto all’interno del Servizio Psichiatrico ospedaliero di Diagnosi e Cura dell’ospedale di Bergamo.
Era legata al letto.
La contenzione meccanica è una pratica ancora largamente diffusa nei Servizi Psichiatrici ospedalieri di Diagnosi e Cura e in molte strutture sociosanitarie. Lo ha denunciato nel 2015 il documento del Comitato Nazionale per la Bioetica e nel 2017 il rapporto della Commissione diritti umani del Senato presieduta da Luigi Manconi. Spesso questo viene definito “necessario” a fronte delle carenze di personale. Il problema, molto spesso, è culturale prima ancora che organizzativo. Una “cultura” che permette ancora oggi, nel nostro Paese, di legare le persone a letto.
Una giovane psichiatra negli anni ’70, Giovanna Del Giudice, racconta spesso, anche in un suo libro, del suo arrivo nel Manicomio di Trieste e di come davanti alla vista di una persona legata si confrontò con il Direttore del manicomio e gli espresse il proprio disagio davanti a quella scena. La risposta del Direttore fu semplice: “E tu slegalo subito!“. Quel Direttore era Franco Basaglia e in quegli anni a Trieste si stava facendo la storia e la rivoluzione.
L’Azienda Sanitaria Unica Regionale (ASUR) delle Marche, regione in cui vivo, ha adottato nel novembre 2018 le Linee guida ed istruzioni operative circa interventi sanitari di contenzione meccanica in psichiatria, in cui il legare i pazienti è definito “atto sanitario assistenziale”, “indispensabile”, da applicare come ultima ratio per il minor tempo possibile.
Linee guida di una Azienda Sanitaria che spiegano come “legare bene”, invece di vietare tale pratica e spiegare come non farlo.
Luigi Benevelli, in un articolo a commento di queste Linee Guida ricorda: “Nel 1904, a ridosso dell’approvazione della legge manicomiale n. 36, il XII Congresso di Genova della Società Freniatrica Italiana approvò all’unanimità un ordine del giorno in cui si deplorava “che in molti Manicomi d’Italia, per necessità di ambiente o di personale di servizio, si faccia ancora uso dei mezzi di contenzione meccanica nelle custodia degli alienati”, e faceva voti “perché tutti i Soci si impegnino a provocare, con ogni loro energia, dalle Amministrazioni quei provvedimenti, che nei vari casi speciali sono necessari a toglierli; e che, col provvedere alla diminuzione dell’affollamento dei Manicomi, coll’aumento di numero dei Medici e degli Infermieri, colla elevazione intellettuale e morale di questi ultimi, con una migliore disposizione e ripartizione dei locali […] si attui anche in Italia, come ormai nella maggior parte delle altre Nazioni, l’abolizione dei mezzi di coercizione per gli alienati”.
(Nel 1904!)
E ancora: lo psichiatra John Conolly nel 1856 scriveva: “Se si permette che mani e piedi vengano legati, in breve si riscontrerà nel paziente un totale processo di regressione e si darà l’avvio a ogni genere di trascuratezza e tirannia”, “fino a che la repressione diventerà l’abituale sostituto dell’attenzione, della pazienza, della tolleranza e della gestione corretta”.
John Connolly (1794-1866) psichiatra inglese di origine irlandese, abolì l’uso dei mezzi di contenzione dei pazienti nel manicomio di Hanwell dove aveva cominciato a lavorare nel 1839. Sulla sua esperienza pubblicò nel 1856 il testo tradotto e pubblicato in Italiano col titolo Il trattamento del malato di mente senza metodi costrittivi, Einaudi, Torino, 1976, con la prefazione di Agostino Pirella).
Il rispetto della persona è misura della qualità professionale degli operatori.”
(Nel 1856!)

Il tema evidentemente non è nuovo, il trattamento di cura e il rispetto e la dignità della persona interrogava sui metodi da utilizzare già più di un secolo fa. Molto è cambiato da allora, forse.
In mezzo abbiamo avuto rivoluzioni, riforme, trasformazioni culturali e sociali enormi, leggi e decreti.
Ma ancora si può morire legati a un letto.
La fase regressiva che stiamo vivendo è pericolosa, non per gli “altri”, per tutti, nessuno escluso. Quando si distoglie lo sguardo da quello che succede nelle Questure o nei Servizi Psichiatrici, in mezzo al Mediterraneo o nelle carceri, rischiamo di arretrare dal piano del diritto e dei diritti e riguarda veramente ognuno di noi.
Per quanto mi riguarda impedire che qualcuno venga lasciato annegare in mare o che venga legato a un letto non fa parte di storie diverse, fa parte della stessa attenzione che dobbiamo verso il mondo che viviamo e in cui vogliamo vivere.
Un mondo in cui si lega al letto chi sta male o si lascia annegare chi tenta di salvarsi attraversando un mare è un mondo che impone pratiche di trasformazione e assunzione di responsabilità. Ognuno a modo proprio e nel proprio quotidiano può distogliere lo sguardo, fino a quando tocca agli “altri”, oppure decidere di agire una differenza. Si può sempre decidere di slegare, si può sempre decidere di salvarsi, salvando. O almeno provarci.

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