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Nel pomeriggio di martedì 2 febbraio 2021, per oltre 3 ore, operatori ed esperti del settore italiano della canapa si sono confrontati online (in un webinar al quale potevano accedere solo le persone registrate) in vista di un tavolo tecnico che si aprirà oggi al ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (questa la pagina “Canapa” del dicastero). Obiettivo dell’iniziativa, a detta dei promotori soltanto la prima di una serie visto che lo scambio sul tema durerà anni, «cercare di creare un’azione sinergica e trasparente rispetto agli obiettivi e le azioni per l’evoluzione del settore». Tanto che sono state coinvolte non solo le associazioni che faranno parte del tavolo tecnico, vista ad esempio la presenza anche di quella di settore europea. Questo primo confronto di martedì scorso tra addetti ai lavori, esperti e portatori di interesse era finalizzato, hanno spiegato ancora gli organizzatori, a mettere a punto le «idee da poter suggerire al tavolo tecnico per lo sviluppo delle filiere, degli impianti di trasformazione e la ricerca». Il Tavolo di Filiera sulla Canapa era stato annunciato già a maggio 2020 e durante l’estate si era svolto quello di concertazione tra ministero e settore per designare i 48 membri che vi prendono parte (in carica per 3 anni): oltre agli altri ministeri coinvolti (Salute, Sviluppo Economico, Interno, Difesa e Ambiente), ci sono università, enti pubblici di settore, organizzazioni agricole, associazioni del comparto canapa, Agenzia delle dogane e dei monopoli e vari portatori d’interesse. Terminato quel passaggio, a dicembre 2020 era così stato firmato dall’allora ministro dell’Agricoltura, Teresa Bellanova, il decreto di istituzione del tavolo, il cui primo incontro è come detto previsto oggi. A governo Conte bis ormai dimissionario e quello tecnico di Mario Draghi alle porte di Palazzo Chigi.

Normative molto restrittive sul THC

Tornando ai contenuti del confronto online di martedì, Lorenza Romanese e Francesco Mirizzi della European industrial hemp organization (Eiha) hanno innanzitutto esposto un quadro delle normative di settore, approfondendo poi tutte le destinazioni industriali della canapa, quali seme, farine e oli, tessile e fibra, produzione di materie prime, novel food e cosmesi. Riguardo ai limiti residuali negli alimenti del Thc (il principale componente psicoattivo della canapa), l’associazione europea di settore ha ad esempio denunciato la presenza nel Vecchio Continente di norme molto restrittiva, con soglie accettate da 6 a 20 volte inferiori rispetto a quelle adottate in altri Paesi del mondo. A livello comunitario non esiste una normativa ma solo delle linee guida che hanno valori limite ammessi pari a circa il doppio rispetto a quelli italiani. In altre parole, a detta degli operatori, queste soglie più restrittive impediscono il corretto sviluppo del settore, minando inoltre la competitività in questo mercato delle imprese nazionali. La scelta europea di catalogare il Cbd tra i novel food (cioè i nuovi alimenti o ingredienti alimentari) ha portato l’Eiha a creare un consorzio con l’obiettivo di unire tutti gli operatori del settore e consentire alle singole aziende di affrontare la spesso complicata registrazione di questi prodotti, i relativi studi e gli standard necessari. Nell’ambito della cosmesi, l’associazione di settore europea ha inoltre segnalato l’aggiornamento del database comunitario delle sostanze ammesse come ingredienti (il Cosing) che ora consente di usare anche il Cbd naturale estratto dalla pianta e non più, com’era finora, solo quello sintetico. La direttrice generale della European industrial hemp organization (Eiha), Lorenza Romanese, ha infine segnalato diversi progetti per lo sviluppo della fibra e delle relative filiere già avviati in collaborazione con 5 università italiane e si è detta «felice di avere interloquito con le associazioni italiane, in quanto nell’Eiha non c’è una grande rappresentanza per tutto ciò che riguarda le infiorescenze».

La ricerca sulla canapa continua

Anche il responsabile scientifico del Centro studi sui cannabinoidi dell’Istituto zooprofilattico del Mezzogiorno (Reica), Alfonso Gallo, ha posto l’accento sugli sviluppi normativi e le problematiche legate principalmente al mercato alimentare e all’utilizzo dei vari principi attivi della canapa nei vari settori industriali. Gallo ha innanzitutto confermato il problema segnalato nell’intervento precedente dall’associazione europea di settore Eiha dei limiti molto bassi per i residui di Thc negli alimenti, sottolineando la necessità di utilizzare quanti più dati scientifici ed empirici possibili per la determinazione di queste soglie. Il responsabile scientifico del Reica ha ricordato inoltre la sua attività in corso per lo sviluppo della filiera: dalla stesura di linee guida per il campionamento e l’attività di controllo delle forze dell’ordine, all’attività di ricerca per la definizione dei parametri di sicurezza alimentare. Gallo sta poi sviluppando modelli agronomici predittivi, con l’ausilio di sensori e dell’intelligenza artificiale, per il monitoraggio ambientale al fine di ottimizzare la risorsa idrica e ridurre l’utilizzo di eventuali fitofarmaci grazie alla prevenzione delle patologie. Infine ha ricordato l’attività di sperimentazione sia di nuove genetiche di cannabis a seconda dei diversi usi (semi, fibra, fiori, etc.), sia per il monitoraggio della presenza del Thc, dei suoi precursori e di altri derivati della cannabis nell’alimentazione degli animali da reddito, al fine di ottemperare alla apposita raccomandazione Ue 2016/2115.

Tra gli operatori di settore intervenuti anche Elia Barban, allevatore di terza generazione che per diversificare la propria attività coltiva di canapa (anche se per lo più a uso foraggio) e parte del progetto di ricerca dell’Università Agripolis di Padova, del Crea di Rovigo e di Coldiretti Veneto sull’uso di questa pianta come alimento per animali. In merito alle problematiche relative ai residui di Thc nei prodotti da foraggio e derivati, già segnalati da Mirizzi dell’Eiha e da Gallo del Reica, l’allevatore ritiene che tra gli aspetti approfonditi nel citato progetto di ricerca c’è proprio quello di valutare l’eventuale presenza di cannabinoidi nella carne e gli effetti positivi o negativi in termini nutrizionali e terapeutici.

Questione di fiori

All’incontro online è inoltre intervenuto Giuseppe Cannazza, ricercatore chimico all’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, già consulente scientifico dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) prima del processo di revisione della cannabis in sede Onu del dicembre scorso, nonché membro del tavolo tecnico per la canapa. Per Cannazza il primo problema di fondo è chiarire se dal punto di vista normativo quando si parla di canapa indutriale si comprenda o meno l’infiorescenza. «Escludere i fiori limiterebbe la canapa industriale a un mercato estremamente ristretto e, a mio avviso, poco fruttuoso per i coltivatori poiché il suo impiego (relativo al consumo umano, nda) potrebbe essere solo quello in ambito farmaceutico». A suo dire «il primo punto essenziale su cui intervenire è quindi l’aspetto legislativo, chiarendo che non si tratta di una sostanza stupefacente, altrimenti ritengo inutile parlare del suo impiego in campo alimentare, cosmetico, da inalazione e tecnico. Credo che la strada da percorrere sia una norma chiara sullo status legislativo dell’infiorescenza di canapa coltivata secondo la legge 242/16», ha sintetizzato il ricercatore. La recente sentenza della Corte di Giustizia Europea (a questo link un nostro focus) indica chiaramente che non si può considerare il Cbd uno stupefacente quando estratto dalla pianta nella sua interezza. «I finanziamenti – suggerisce quindi Cannazza – potrebbero essere destinati alla ricerca di nuove varietà ad alto contenuto in cannabinoidi, ad alto valore aggiunto come il Cdb, il Cbg o estratti per un impiego cosmetico o nutraceutico. Gli impieghi possibili sarebbero troppi da elencare qui».

La filiera

Dei contratti di filiera ha invece parlato Giacomo Patteri, agronomo, esperto di canapa e ricercatore presso il Dipartimento di Agraria dell’Università di Sassari, per il quale anche se verranno affrontate le condizioni economiche, non verrà ugualmente risolta la situazione commerciale in bilico che c’è al momento in Italia. A suo dire non c’è infatti bisogno solo di fondi ma di sicurezza normativa: «Oggi le filiere – ha spiegato Patteri – non si rafforzano a causa dell’incertezza normativa e questa situazione porta gran parte degli operatori ad un comportamento mordi e fuggi, a tenersi sganciati da tutto quello che può rallentare un rapido cambio di rotta». Secondo l’agronomo e ricercatore esperto della materia, in un contesto di regole certe le varie filiere della canapa andrebbero a delinearsi naturalmente e rapidamente. Con le considerazioni di Patteri si sono trovati d’accordo anche molti operatori del settore. «In questo momento credo che il ritorno economico solo sia palese – continuato il ricercatore dell’università di Sassari – molte aziende anche solo con regole chiare potrebbero decidere di investire molto. Non mi riferisco solo al mercato delle infiorescenze della cannabis light, ma a una vasta gamma di prodotti che aspetta solo autorizzazioni e protocolli da seguire». Ma attualmente, sempre a suo dire, non è ancora ben chiaro nemmeno fino a che punto si possa parlare di trasformazione agricola o successive lavorazioni. «In prospettiva la canapa – ha concluso Patteri – può dare molto in termini di diversificazione e green economy e regole chiare possono innescare un processo virtuoso». Ecco perché a suo dire «i tavoli tecnici possono essere il giusto luogo di incontro, dove ragionare per segmento produttivo tenendo un filo comune e premiando la larga diffusione dei risultati, la formazione e l’informazione, anche su progetti pubblico-privato». Staremo a vedere.

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