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L’argomento che intendo trattare è la cultura del bando della cannabis. Il mio obiettivo principale non è esplorare come questa cultura sia nata, quanto piuttosto comprendere le ragioni del suo persistere. Il bando, introdotto molto tempo fa – negli anni ’20 del Novecento – come questione marginale durante le consultazioni sull’oppio della Lega delle Nazioni, si è protratto nel corso degli anni attraverso le alterne vicende della cultura e dell’economia.
Il mio intento originale era fornirvi un resoconto dettagliato di quelle vecchie deliberazioni di Ginevra. Ma poi ho deciso che non importano più. Quello che importa è che il bando è ancora in vigore, ed è giusto presumere che raggiunga determinati obiettivi. Perciò mi sforzerò di definirli.
Il mio intento principale non è rispondere a domande sui presunti pericoli connessi al consumo di cannabis. Chiaramente, questi pericoli possono non essere gli stessi in Grecia piuttosto che in Svezia o in Belgio, e possono essere cambiati in molti modi nei singoli paesi o nelle specifiche culture politiche tra il 1936 e il 2007. Tornerò ai presunti pericoli della cannabis tra un momento, per riferire cosa alcuni dei ricercatori che ho consultato in Svezia, Francia e Regno Unito mi hanno riferito su come questi pericoli sono definiti nei loro paesi.
Ma come ho appena detto, descrivere questi pericoli e confutarli non è oggi il mio obiettivo principale. Quello che voglio fare qui è offrire una descrizione generale della funzione primaria del bando sulla cannabis a prescindere dall’area geografica: un bando che viene apparentemente giustificato invocando la versione in voga in un particolare momento dei pericoli rappresentati da questa sostanza.
Con l’espressione “cultura del bando della cannabis” intendo riferirmi a un insieme di teorie sui mali della cannabis. Queste teorie sono date per scontate, non sono sottoposte a test seri per verificarne la validità, vengono tramandate e ripetute nelle varie strutture e nei vari sistemi politici che abbiamo nel mondo, e culminano dappertutto in una qualche forma di imposizione del divieto della cannabis.
In questo processo, tutte queste teorie si mescolano nei modi più diversi, a seconda dei complessi sviluppi storici nei vari sistemi politici. La dissertazione di Tim Boekhout van Solinge, “Dealing with drugs in Europe” ha dimostrato questo in modo convincente per la Svezia, la Francia e l’Olanda.
A Jerome Himmelstein si deve un’altra osservazione affascinante sulla natura di queste teorie sui pericoli della cannabis. Nel suo famoso articolo “From killer-weed to drop-out drug”, egli descrive il breve periodo da quando negli Stati Uniti vige il divieto della cannabis, e discute le argomentazioni usate per giustificarlo. Mentre nei primi anni del bando, gli anni ’30 del Novecento, gli americani accusavano la canapa di causare violenza, stupri e perversioni sessuali, negli anni ’60 essa è stata definita come una delle basi della ribellione culturale di allora. In quell’epoca, la cannabis era identificata come la causa principale di drop-out sociale, la mancanza di entusiasmo per la cultura dominante in America dei consumi. In altre parole, Himmelstein dimostra che nello spazio di pochi decenni, le ragioni scientifiche e sociali addotte per il bando, così come sono state invocate negli Stati Uniti, sono cambiate drammaticamente. [1] Trovo questi cambiamenti interessanti per il modo in cui essi rimandano al mio tema di oggi, la sopravvivenza della cultura del bando.
Spero di convincervi che l’unica cosa che conta per il bando della cannabis è il bando stesso, e la sua sopravvivenza, e non le varie teorie che sulla cannabis vengono sostenute in un particolare momento. Perché il bando fu imposto inizialmente, e chi ne trae beneficio – e come – sono naturalmente questioni significative, sono cose interessanti da sapere. Tra un momento, ad esempio, spiegherò quali vantaggi ne ricava il Dipartimento di polizia di New York. Ma il bando della cannabis – questo il punto che voglio sottolineare oggi – gode di un certo status che lo protegge da valutazioni razionali e funzionali. Esso ha trasceso i confini della ragione, e soddisfa esigenze spirituali di una natura diversa rispetto a quelle per cui è stato creato. Ecco perché penso sia importante presentare qui questa relazione, a una conferenza accademica. Probabilmente qui vi sono persone convinte che una ricerca corretta sul consumo e sulla produzione di cannabis potrebbe ragionevolmente influenzare il modo in cui il divieto della cannabis viene mantenuto, modificato o persino abolito! Desidero cancellare questa illusione, dimostrando che il bando della cannabis ha acquistato un significato sacro che lo pone oltre il confine di ciò che chiamiamo discorso scientifico.
Il mio uso dell’aggettivo “sacro” deriva dall’aggettivo olandese sacraal così come utilizzato dall’antropologo Jojada Verrips, il cui lavoro mostra una certa fascinazione nei confronti dell’origine sacra degli omicidi rituali nell’Olanda degli inizi del XX secolo. Il bisogno di commettere questi omicidi veniva vissuto come un comandamento divino; si credeva che gli omicidi purificassero i responsabili, che li liberassero da forme di contaminazione precedentemente attribuite alle vittime. Secondo Verrips, non solo le persone ma anche le piante possono essere vittime! [2] Perciò mi interessa la natura sacra del bando della cannabis, il suo legame con la “purificazione” e la fede in questo processo, che lo sottrae all’ambito del dibattito ordinario sulle politiche, o sulle questioni scientifiche o economiche. Ma prima consentitemi di passare in rassegna alcuni degli aspetti più banali della proibizione.
L’esempio che vi ho promesso un attimo fa sulle organizzazioni che ricavano un vantaggio dalla cultura del bando della cannabis proviene dalla attuale ricerca di Harry Levine sugli arresti per cannabis nella città di New York. [3] Egli sostiene che la spinta propulsiva dietro il numero sempre più alto di arresti per possesso di cannabis a New York non è il consumo di cannabis o un suo possibile aumento. La forza propulsiva è il locale dipartimento di polizia. Levine conclude dalle innumerevoli interviste condotte che questi arresti comportano alcuni vantaggi determinati. Ne indicherò tre:
1. Il grande aumento delle cifre relative alla produttività della polizia. Quest’ultima ha bisogno di grandi numeri per via del modo in cui è gestita, che richiede statistiche sulla “produzione”.
2. Le opportunità offerte ai funzionari di polizia di lavoro straordinario, un’esigenza molto sentita, con un tipo di lavoro che è relativamente facile e privo di pericoli.
3. Arrestare, scrivere rapporti ufficiali, mettere le persone sotto la custodia della polizia, fare indagini, multare e rilasciare più di trentamila consumatori di cannabis all’anno – per non parlare delle sanzioni pecuniarie irrogate: tutto questo permette di tenere occupato un numero consistente di poliziotti, che possono essere facilmente utilizzati altrove in caso di bisogno. Mettiamola così: permette di tenere un gran numero di poliziotti in stand-by senza lasciarli a girarsi i pollici in modo “improduttivo”. [4] Ho fatto questo esempio per dimostrare che le agenzie coinvolte nella implementazione del divieto possono ricavare da esso vantaggi significativi; esso svolge una funzione importante. Inoltre, è cresciuta una grossa industria attorno al trattamento coatto dei consumatori di cannabis, e non solo negli Stati Uniti. Ma questo non spiega perché queste agenzie possono ricavare tali enormi benefici dal divieto senza attrarre la minima critica da parte dei politici, e senza essere soggette ad alcun controllo. La spiegazione sta nella cultura del bando stesso, i cui benefici sopra elencati sono solo una conseguenza.

Le teorie in Svezia, Francia e Gran Bretagna

Mentre preparavo questa relazione, ho chiesto a cinque ricercatori europei di spiegare perché l’uso di cannabis è proibito nel loro paese, secondo le più importanti agenzie antidroga. Tutti e cinque hanno risposto. Il primo ricercatore svedese ha detto che il bando è giudicato necessario perché la cannabis sarebbe una droga di passaggio verso altre droghe, perché provocherebbe apatia, e perché potrebbe causare la schizofrenia. Il secondo ricercatore svedese ha detto che la cannabis è una droga di passaggio verso altre droghe, che causa dipendenza, e che provoca psicosi di tutti i tipi.
Uno dei ricercatori britannici ha risposto molto più brevemente. A suo parere si ritiene universalmente che la cannabis possa causare la follia, specialmente per l’attuale diffusione di un tipo di marijuana forte. Nessuno di questi ricercatori ha sostenuto che queste tesi abbiano una qualche validità scientifica.
Il ricercatore francese, che come gli altri ha condotto ricerche sulle droghe per molto tempo, ha risposto che la cannabis è «semplicemente considerata nociva» sotto tutti gli aspetti per le persone, e che è universalmente considerata una droga di passaggio. [5] Tra le risposte vi sono somiglianze e differenze, e ormai la storia sulla cannabis come fonte di violenza la troviamo solo in Gran Bretagna. È noto che tutte queste teorie – dal punto di vista scientifico – sono false o ampiamente discutibili. L’idea che la cannabis spinga a consumare altre droghe – la teoria che incontriamo dappertutto – in effetti non è più sostenibile, come hanno dimostrato molti studi compresi quelli condotti dal Cedro. Uno degli studi più dettagliati mai dedicati alla questione, che ha usato due grandi campioni casuali della popolazione di Amsterdam, conferma le risultanze di D.B. Kandel secondo cui l’uso di droghe inizia con il tabacco, seguito dall’alcool. [6] Per la minoranza della popolazione di Amsterdam, dai dodici anni di età in su, che passa alla cannabis dopo l’alcool e il tabacco, non può essere dimostrato nessun modello significativo di uso di altre droghe, ad eccezione di una piccola minoranza e, in questa minoranza di casi, generalmente solo per un breve periodo di tempo. [7] Non voglio qui entrare in ulteriori dettagli riguardo al dibattito sulla cannabis come droga di passaggio ad altre droghe: basti dire che si potrebbe pubblicare un vasto corpus di evidenze epidemiologiche che smentiscono questa teoria. Lo stesso vale per le teorie secondo cui la cannabis provocherebbe comportamenti violenti, follia o apatia: disturbi che – sia detto incidentalmente – nel XVIII e XIX secolo erano tutti attribuiti alla masturbazione. [8] E i potenziali effetti negativi presumibilmente causati da modelli di consumo intensivo e frequente (come il tumore al polmone) sono quasi sempre discussi in relazione a tutti i modelli di consumo. [9] Forse possiamo ipotizzare conseguenze fisiche o psicologiche per una piccola minoranza di consumatori intensivi di cannabis, ma questo vale per tutte le affermazioni, per quanto stravaganti: simili associazioni possono sempre essere trovate, se partiamo con dei preconcetti, o se prendiamo un campione di persone attentamente selezionate, come quelle che consumano cannabis molto frequentemente, oppure persone ricoverate in reparti psichiatrici, o detenuti. Nel caso della gran parte dei consumatori di cannabis, misurati in campioni casuali, queste ipotesi non trovano conferma.
Se le forze politiche dominanti avessero assunto un atteggiamento diverso verso il consumo di cannabis, si sarebbero potuti stanziare più fondi per le ricerche – e per la loro pubblicazione – che dimostrano questa mancanza di scientificità (ma senza sopravvalutare l’effetto che ciò avrebbe potuto avere). [10] Chiaramente, c’è qualcosa di strano nel bando della cannabis. Le diverse teorie cui si ricorre per prolungarla indefinitamente non sono sostenibili. Ma cosa sta succedendo veramente? Il secondo ricercatore britannico che ho consultato ha aggiunto che, lasciando da parte i molti diversi problemi relativi alla cannabis, il bando rappresenta anche uno standard morale imposto in nome della società. Esso veicola alla popolazione il messaggio che usare cannabis non è giusto. Sono certo che sia così. Veicola questo messaggio. Ma qualcuno lo ascolta? Alcuni sì, non c’è dubbio. Ma in Olanda, in Portogallo e in Grecia, paesi che sostanzialmente hanno meno consumatori della Gran Bretagna, le persone ricevono lo stesso messaggio. La Gran Bretagna ha più consumatori di cannabis di qualunque altro paese europeo, a parte la Repubblica Ceca, ma anche nei paesi con livelli di consumo molto più bassi le autorità pensano che questo messaggio vada dato. E ciò a prescindere dal fatto che, dopo quasi un secolo di uso di cannabis, nessuno sa se esso sia ascoltato, o se produca l’effetto desiderato. Né vi sono – e questo è molto rivelatore – analisi scientifiche o tentativi seri di spiegare le forti discrepanze nell’uso di cannabis che esistono non solo in Europa ma anche all’interno dei singoli paesi.
Il livello più basso di consumo di cannabis in Europa, circa il 7% della popolazione in Portogallo, e il più alto, il 30% nel Regno Unito, differiscono con un rapporto di uno a quattro. [11] Nessuno sa perché. Nessuno conosce le cause di queste cifre sui consumi, né se esse possano essere influenzate – e se sì, da cosa. Nel caso di un problema ordinario, interrogativi del genere sarebbero una priorità per la ricerca, ma per il consumo di cannabis ciò non avviene. Nessuno vuole sapere perché in Portogallo si fuma canapa così poco, e in Gran Bretagna così tanto. Nessuno vuole sapere perché l’Olanda occupa una posizione intermedia tra il Portogallo e la Gran Bretagna nonostante gli oltre trent’anni di cannabis shops e di libero accesso all’hashish e alla marijuana. In Olanda, per molti anni, chiunque avesse compiuto i sedici anni poteva acquistare marijuana. Successivamente il limite di età è stato portato a diciotto anni. I maggiori di diciotto anni possono tuttora acquistare marijuana in quantità illimitata. In altre parole, una situazione che secondo gli inglesi, e secondo i francesi e gli svedesi, porterebbe al disastro o almeno a livelli di consumo molto alti, semplicemente non produce questi effetti!
Nessuno vuole sapere il motivo. La gente non vuole saperlo perché non è considerato rilevante. Nella cultura del bando della cannabis, non c’è spazio per una argomentazione scientifica. Il teatrino politico di questo divieto non è pensato per un pubblico critico. [12]

Una questione di fiducia

Nell’Italia del XVII secolo, la dottrina cattolica era imbarazzata dai calcoli di Galileo Galilei sui movimenti rotatori del sole e della luna, che lo resero colpevole di un peccato mortale. Nessuno voleva vedere questi calcoli. Galileo sopravvisse solo perché lui e il papa erano vecchie conoscenze. Faccio spesso riferimento al destino di Galileo per illustrare l’importanza della dottrina della fede nella politica sulle droghe, ma non per riferirmi alla fede in generale. La chiesa del XVII secolo non era contraria al progresso scientifico; la scienza diventava un affare aleatorio solo quando questo progresso sembrava minare la base della fede religiosa.
Galileo non era un eretico perché praticava la scienza, ma perché la sua scienza indesiderabile minacciava uno dei dogmi centrali delle autorità religiose del momento, e le autorità secolari che da esse derivavano – ossia, il dogma che la Bibbia fosse basata interamente sulla parola di Dio, e dunque fosse del tutto “vera”. Se quel dogma centrale fosse stato messo in discussione da calcoli contrastanti con il testo biblico, ciò avrebbe minato non solo la fede cristiana, ma anche la stessa istituzione ecclesiastica! E senza la chiesa, le persone non avrebbero avuto la salvezza! Possiamo aggiungere che a quel tempo nessuno sapeva se il credo nella infallibilità della Bibbia fosse il valore centrale su cui riposa l’adesione alla chiesa cattolica. Le persone avrebbero davvero lasciato la chiesa, se si fossero rese conto che la cosmologia di Galileo era più solida di quella della Bibbia e di Roma? Le persone tenderebbero a fare un maggior consumo di cannabis, se questo fosse dipinto dai media come qualcosa che non comporta praticamente nessun rischio per la maggior parte dei consumatori e se non incorresse nella marginalizzazione che inevitabilmente accompagna la sua illegalità? Non possiamo rispondere a queste domande con certezza, ma sulla base di molti anni di esperienza con l’accesso legale alla cannabis in Olanda tendo a pensare di no, in entrambi i casi. Chi usa cannabis impara a farlo da altri consumatori, i quali offrono un certo esempio che si vuole seguire. L’esistenza di persone, al di fuori della loro cerchia, che condannano la cannabis e insistono per il mantenimento della sua proibizione può fare un po’ di differenza, ma non molta. In Svezia, dove il divieto viene fatto strettamente rispettare e ai bambini vengono raccontate enormi assurdità ed esagerazioni sulla cannabis fin dalle scuole elementari, i consumatori di cannabis sono il doppio del Portogallo, dove questa pratica non esiste e i consumatori non sono nemmeno perseguiti penalmente. In Olanda, dove gli adulti possono acquistare tutta la cannabis che vogliono in modo perfettamente legale, le persone che vivono nelle zone rurali hanno livelli di consumo simili a quelli della Svezia, mentre chi vive in città consuma la stessa quantità della Gran Bretagna, anche se in tutta l’Olanda viene dato lo stesso messaggio. A San Francisco ci sono molte più persone (compresi i consumatori di cannabis) che usano cocaina rispetto ad Amsterdam, e almeno il doppio di esse fuma canapa sia a San Francisco che ad Amsterdam. Questo avviene anche se i prezzi sono più bassi ad Amsterdam, [13] i consumatori possono acquistare quantità molto piccole in negozi facilmente accessibili che hanno un vasto assortimento di prodotti, una rete di distribuzione che a San Francisco non esiste. [14] La cannabis è bandita dappertutto, nonostante i diversi gradi di imposizione del bando. Comunque, non vi è alcun luogo in cui sia stato dimostrato che la proibizione abbia un qualche effetto sul consumo. In paesi grandi, come l’Australia o gli Stati Uniti, o la Gran Bretagna o la Francia, che hanno delle normative piuttosto severe, vasti settori della popolazione ignorano del tutto il divieto. Nelle principali città del Nord America sono poche le persone che non abbiano mai provato la cannabis. Ma sono molte meno quelle che la usano settimanalmente, per non parlare del consumo quotidiano. Che le persone non consumino più frequentemente sembra dipendere non dalla proibizione, ma dal fatto che a loro la cannabis non piace particolarmente, oppure dal fatto che essa è legata a un numero limitato di contesti sociali. Il contesto sociale e fisico che determina se le persone usano cannabis e, se sì, quanta, è descritto in dettaglio nello studio comparativo sui modelli di consumo di cannabis che abbiamo condotto ad Amsterdam, Brema e San Francisco. [15] La cultura del bando della cannabis censura qualsiasi argomento che dimostri l’irrilevanza del tipo di normativa vigente in quanto modo deviante e indesiderabile di ragionare, un po’ come la cultura della infallibilità della Bibbia – ossia, della chiesa – accusava Galileo di eresia. Proprio laddove Galileo eccelleva – nelle osservazioni dei corpi celesti e nei calcoli che mostravano come i loro movimenti rotatori fossero stranamente incoerenti rispetto alle Sacre Scritture – il suo ragionamento era destinato a rappresentare il rischio più grave per il potere della Chiesa. L’idea che questa argomentazione sui rischi per la Chiesa potesse essere erronea, era impensabile! C’era la certezza che se la Chiesa avesse permesso a Galileo di studiare e insegnare senza restrizioni, l’istituzione della Chiesa, e quindi la salvezza degli esseri umani, sarebbero state intaccate. La cultura del bando della cannabis è sostenuta da una certezza altrettanto dogmatica. Si crede che se lo stato smettesse di far rispettare il divieto, la salute fisica e mentale della popolazione (o dei “deboli”) subirebbe un danno.
Tutto questo significa che la cultura della proibizione della cannabis non è soggetta a osservazioni o dati che dimostrano come essa sia incompatibile con i diritti umani, pericolosa, distruttiva, impossibile da far rispettare, disumana, costosa, criminogena e disfunzionale. Il divieto fu uno sbaglio grossolano concepito a Ginevra verso il 1924. Da allora, attorno ad esso una intera cultura è cresciuta e ha acquistato uno status di semi-santità. Permettetemi di darne una definizione più precisa. La cultura del bando della cannabis rappresenta un modo di pensare il valore degli esseri umani, e in particolare del singolo essere umano, come il centro delle cose, il bene più alto che lo stato deve proteggere. Perciò possiamo dire che la cultura del bando della cannabis riflette un tipo di umanesimo fossilizzato e frainteso. Frainteso perché all’interno della cultura del divieto, i politici perseguono l’aspirazione repressiva e paternalistica a proteggere i cittadini dalle “calamità”. Lo stato è qui l’erede secolare della Chiesa come protettore del nostro benessere spirituale e fisico. E in effetti esso non pone al centro il singolo essere umano, ma solo una pallida ombra dell’individuo. All’interno di questa cultura, gli esseri umani sono visti come creature deboli bisognose di protezione, creature che sarebbero perdute se il divieto della cannabis fosse abolito.
Il bando della cannabis ha acquistato un significato sacro come strumento protettivo e purificatore, e dunque è inconfutabile. Perciò molti politici continuano a sostenerlo, e non hanno niente da guadagnare dal metterlo in discussione. Sollevare la questione delle follie e delle atrocità che vengono commesse nel suo nome è controproducente. Proclamare che il bando della cannabis non può proteggere, e non protegge, i cittadini equivale a quello che sarebbe stato proclamare nella Roma del XVII secolo che la Chiesa era un pagliaccio e che le persone erano mature abbastanza per badare al proprio benessere spirituale. [16] Finché la cultura del bando della cannabis sarà il simbolo vivente della protezione dei cittadini da parte dello stato, nessuna argomentazione avrà la minima importanza. La cultura del bando è protetta rispetto alle informazioni, è coperta con una armatura concettuale che devia o distorce le argomentazioni ragionate. Perciò a mio avviso il bando esiste non per una ragione sostenibile, ma per il suo significato sacro. [17]

La proibizione della cannabis, un auto-da-fé

Vorrei concludere con alcune osservazioni sulla mancanza di necessità di fornire basi razionali alle regole religiose. Un articolo sul significato del “kosher” apparso su un sito web americano, chiamato “Judaism 101”, cita un rabbino. Questo rabbino avrebbe detto che la cultura del cibo kosher non ha nessuna ragion d’essere, se non per il fatto che le regole sono menzionate nel Vecchio Testamento, la Bibbia ebraica. Un altro rabbino ha osservato anche lui che esse non hanno ragion d’essere, se non per il dovere di obbedire alle leggi divine: “La capacità di distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, tra il bene e il male, tra ciò che è puro e ciò che è immondo, tra il sacro e il profano, è molto importante nel giudaismo. Imporre regole su cosa si può o non si può mangiare infonde quel tipo di autocontrollo, imponendoci di imparare a controllare anche i nostri istinti più basilari, i nostri istinti primari”.
In altre parole, c’è un certo valore intrinseco nella semplice prescrizione e difesa delle regole. Se la provenienza del divieto è, o è ritenuta essere, positiva, non è necessaria nessun’altra ragione per affermare questo valore. In una visione del mondo religiosa (o ideologica), obbedire e proteggere queste regole è indicativo della vera fede, e dunque è richiesto come necessario. La sostanza e le conseguenze della regola non possono essere messe in discussione, poiché questo significherebbe sottomettere la fede stessa alla ragione, e quindi al dubbio. Il dubbio significa la fine della fede.
Nella cultura del bando della cannabis, imporre e far rispettare questo divieto è un segno di fede nell’importanza ma anche nella debolezza dell’uomo moderno, insieme alla fede nella capacità dello stato forte di proteggere esseri umani deboli. E questo rende il bando irrefutabile.

La cultura del bando della cannabis, dell’alimentazione kosher, della costante affermazione della infallibilità della Bibbia, sono tutti esempi di regole immaginarie basate sulla fede, preservate da una lunga catena di istituzioni e sacerdoti. Questo non avrebbe tanta importanza, se non fosse che la cultura del bando della cannabis, come ogni caccia all’eretico, è accompagnata da una ingiustizia degradante e dal perdurare di pratiche magiche, infantili, contraddittorie e in alcuni casi del tutto folli. Nessun prezzo è troppo alto per far rispettare un divieto, se una cultura lo ha investito di un valore sacro.

Il testo originale è on-line sul sito del Cedro: www.cedro-uva.org/lib/cohen.cannabisverbod.en.html

Note

Desidero esprimere la mia sincera gratitudine a Job Arnold, Jan van der Tas e Eric van Ree per i loro commenti sulle precedenti versioni di questo testo. Traduzione in inglese di Beverley Jackson.

1. “From Killer Weed to Drop-out Drug: The Changing Ideology of Marihuana,” Contemporary Crises 7 (1983):13-38.
2. Jojada Verrips, 1987: “Slachtoffers van het geloof, drie gevallen van doodslag in Calvinistische kring.” Sociologisch Tijdschrift, 14-3, p. 357-406.
3. The Great Marijuana Arrest Crusade: Racial Bias and The Policing of Marijuana in New York City, 1997-2006 di Harry G. Levine e Deborah P. Small. Rapporto imminente nel 2008 da: Break The Chains, New York City, e The Sociology Department, Queens College, City University of New York.
4. Vedi anche il suo articolo The War on Treyf, in cui egli propone una parodia della polizia descrivendo un immaginario colpo di stato perpetrato da ebrei ortodossi, in cui viene arrestato chiunque non segua l’alimentazione kosher o tenga in casa cibi non kosher. Questa commedia in stile talebano evidentemente intende fare riferimento alla tragedia degli arresti per cannabis.
5. Per una analisi dell’influenza dello stato su cosa è bene per noi, vedi Craig Reinarman 2007: Policing Pleasure, Food, Drugs and the Politics of Ingestion. Gastronomica, Estate 2007
6. Kandel DB. Stages in adolescent involvement in drug use. Science. 1975;190:912-914. Kandel DB. Convergence in prospective longitudinal surveys of drug use in normal populations. In: Kandel DB, ed. Longitudinal Research on Drug Use: Empirical Findings and Methodological Issues. Washington: Hemisphere Publishing; 1978:3-38. Zie ook Golub A., e Johnson, B.D. 2001: “Variation in youthful risk of progression from alcohol/tobacco to marijuana and hard drugs across generations” Am Jrnl of Publ Health, 91(2), pp 225-232.
7. Abbiamo operazionalizzato e quantificato la “ipotesi della droga di passaggio” in otto modi diversi, poi abbiamo cercato di vedere se era possibile trovare i dati corrispondenti a ciascuna operazionalizzazione. Cohen, Peter, & Arjan Sas (1997), Cannabis use, a stepping stone to other drugs? The case of Amsterdam. In: Lorenz Böllinger (1997), Cannabis Science / Cannabis Wissenschaft. From prohibition to human right / Von der Prohibition zum Recht auf Genuß. Frankfurt am Main: Peter Lang Eurpaïscher Verlag der Wissenschaften, pp. 49-82.
8. L’emittente ARTE ha prodotto uno stupefacente documentario televisivo sulla storia culturale della masturbazione, che può essere visto su http://www.arte.tv/de/geschichte-gesellschaft/masturbation/1741268,CmC=1741276.html.
9. Per una definizione e una discussione del concetto di “modello di consumo” vedi la nota 14.
10. Nel 2002 una Commissione del Senato canadese in cui erano rappresentati tutti i partiti ha pubblicato un rapporto sul bando della cannabis contenente una analisi esaustiva e schiacciante di tutte le presunte “ragioni” del bando. “Report of the Senate Commission on illegal drugs”, Settembre 2002. Vedi http://www.parl.gc.ca/37/1/parlbus/commbus/senate/com-e/ille-e/rep-e/summary-e.htm Il rapporto, che è stato attaccato ferocemente dai sindacati di polizia e dagli Stati Uniti, è stato seguito da un inasprimento del bando della cannabis in Canada nel 2006.
11. EMCDDA 2006; Stats06.emcdda.europa.eu
12. Il pubblico, alla mercè di una informazione largamente incoerente e fuorviante fornita da “esperti” con forti pregiudizi che si propongono nei media come una serie di personaggi alternati in un sofisticato teatrino, non riesce a fare ordine nel flusso caotico di informazioni.
13. La marijuana importata costa 4 euro al grammo, mentre la “Nederwiet” di coltivazione domestica costa 7 euro. Vedi Trimbos Institute 2007: THC concentraties in wiet, nederwiet en hasj in Nederlandse coffeeshops (2006-2007). A San Francisco non può essere facilmente acquistata al grammo. La migliore qualità è spesso venduta a once (28,4 grammi) del costo di circa 400 dollari. Oggigiorno si può anche acquistare un ottavo di oncia di marijuana di qualità (circa 3,5 grammi). È molto difficile reperire quantità più piccole, tranne che su un mercato di strada inaffidabile da spacciatori che vendono marijuana di bassa qualità per circa 10 dollari al grammo. (Chris Conrad e Craig Reinarman, varie comunicazioni personali, Dicembre 2007)
14. Peter D.A. Cohen, Hendrien L. Kaal (2001), The irrelevance of drug policy. Patterns and careers of experienced cannabis use in the populations of Amsterdam, San Francisco and Bremen. Amsterdam, CEDRO. Vedi anche Reinarman, Craig, Peter D.A. Cohen, e Hendrien L. Kaal (2004), The Limited Relevance of Drug Policy: Cannabis in Amsterdam and in San Francisco. American Journal of Public Health, 2004; 94:836–842.
15. “In entrambe le città, i consumatori riferiscono una chiara selettività nei tempi, nei luoghi e nelle situazioni che hanno trovato adeguati per l’uso di cannabis. Questa selettività in massima parte è stata trasformata in un modello, è stata organizzata per impedire che l’uso di cannabis interferisca con il normale funzionamento sociale”. Craig Reinarman e Peter Cohen: ”Lineaments of cannabis culture: rules regulating use in Amsterdam and San Francisco” Contemporary Justice Review Vol 10 No 4, Dicembre 2007, pp 407-424.
16. Questo è esattamente ciò che dissero Calvino e Lutero. In risposta a questo incontrarono una strenua opposizione, furono tenuti lontani da Roma e condannati dalla Chiesa cattolica.
17. Una recente analisi di Acevedo, basata su Foucault, definisce la costruzione e la ricorrente ricostruzione del bando della cannabis in termini di una “tecnologia di governance”. Questa tesi non cozza con quella qui suggerita, ma non aiuta a spiegare perché un bando sulla cannabis debba essere servito come veicolo per questa tecnologia. Beatriz Acevedo, 2007: “Creating the cannabis user. A post-structuralist analysis of the reclassification of cannabis in the United Kingdom 2004-2205.” IJDP 18(2007) 177-186.