Tempo di lettura: 4 minutiPeter Cohen

La traduzione italiana del libro Marijuana Myths, Marijuana Facts, che gli statunitensi Lynn Zimmer e John P. Morgan hanno dato alle stampe nel 1997, è un’ottima iniziativa di Fuoriluogo e dell’editore Vallecchi, che lo propone ora al pubblico italiano con il titolo Marijuana: i miti e i fatti. I due autori hanno esaminato l’ampia letteratura scientifica relativa a molte credenze diffuse circa gli effetti della marijuana. Hanno analizzato una grande quantità di articoli scientifici (nella versione originale le note bibliografiche occupano una settantina di pagine), che sono riusciti a sintetizzare in poco più di 200 pagine nella traduzione italiana.

L’ampiezza della panoramica offerta da questi autori è davvero incredibile. Conosco una sola opera, unica nel suo genere, che si avvicini a questo risultato: il rapporto della Commissione Nolin sulla marijuana del Senato canadese, pubblicato nel 2002.

Prendendo in esame i rapporti governativi su politiche a breve termine, che costituiscono la base delle nostre attuali politiche sulla marijuana (e su altre droghe illecite), non possiamo non concludere che i governi hanno qualcosa da imparare da Zimmer e Morgan. La lezione più importante consiste nel come affrontare ciascuna di queste vecchie teorie sulla marijuana, e nel come affrontare la serie infinita di nuovi “problemi” che vengono sollevati intorno all’uso ricreativo di questa pianta.

I ricercatori americani Zimmer e Morgan hanno esaminato con cura migliaia di ricerche mettendo a punto un prezioso strumento di documentazione

La scelta dei venti “miti” sulla marijuana riflette la situazione negli Stati Uniti della metà degli anni ‘90, e idealmente dovrebbe essere aggiornata ogni cinque anni. Il motivo è che nascono continuamente nuove idee sugli “effetti negativi” della marijuana. Queste idee si traducono in una stringa di innovazioni che produce continuamente nuovi miti. L’ultimo è quello secondo cui la marijuana causerebbe la “schizofrenia”, un mito creato da ricerche pubblicate negli ultimi due anni. Nel periodo in cui scrivevano gli autori questo mito non era considerato molto importante. Essi discutono invece quello, oggi menzionato raramente, secondo cui la marijuana determinerebbe “sindrome amotivazionale” o “follia”. Secondo altri miti discussi nel libro, la marijuana danneggerebbe i polmoni più del tabacco, porterebbe a fare uso di altre droghe illegali, sarebbe criminogena, nuocerebbe al sistema immunitario. Quasi tutti i miti discussi faranno suonare un campanello nella mente di molti lettori.

Uno dei problemi insormontabili per il pubblico nel suo insieme e per la classe di governo è che analizzare una mole cospicua di ricerche scientifiche è per loro un compito impossibile. Semplicemente, queste persone non sono in grado di reperire gli studi esistenti. E, cosa ancor più importante, non sono in grado di giudicarne la rilevanza o la qualità dal punto di vista scientifico. Da questo punto di vista il libro di Zimmer e Morgan è rivelatore. Permettetemi di fornire solo un esempio del perché leggere il libro è intellettualmente così appagante. Nel capitolo 13 gli autori discutono gli effetti della marijuana sulla gravidanza. Una delle teorie sostenute è che la marijuana lederebbe la capacità intellettiva dei bambini nati da genitori consumatori di marijuana. Zimmer e Morgan organizzano la letteratura su questa materia, discutono i modi in cui essa viene tradotta in una quantità notevole di progetti di ricerca, poi mettono a confronto le interpretazioni dei risultati e la trasformazione di queste interpretazioni in conclusioni.

Per il lettore profano è possibile, forse per la prima volta, seguire il percorso dall’ipotesi originale alla ricerca, alla  rilevazione dei dati, e alla relazione di tutto questo con il “mito”. Per  molti lettori profani, e per i politici, l’intero processo mitopoietico potrebbe diventare trasparente. Questo offre una sorta di background generale su come guardare i nuovi miti, che appaiono quasi con la stessa frequenza delle stelle nei manuali di astronomia.

Questo apprendimento è forse il miglior servizio che il libro ci rende. Naturalmente la letteratura aumenta continuamente, e altrettanto vale per la quantità di informazioni sulla cannabis o altre droghe che mirano a spaventare i consumatori. Dopo avere letto il libro di Zimmer e Morgan, il pubblico italiano disporrà di un nuovo strumento su come guardare le vecchie e le nuove teorie e, speriamo, su quali domande debbano essere formulate sulla “ricerca” a cui ci si appella per giustificare la teoria stessa. Avere un atteggiamento critico nei confronti di ciò che dicono gli “esperti” o i politici è vitale per una discussione sana.

Quasi tutti ignorano che la scienza moderna non è più “pura”. Il finanziamento della ricerca scientifica è oggi una questione profondamente politicizzata, e gli scienziati devono chiedere fondi per fare ricerca a grandi istituzioni statali. La concessione  del  finanziamento da parte di queste istituzioni dipende dalla prossimità delle questioni scientifiche rispetto alle politiche statali sulle questioni in ballo. Se gli scienziati vogliono fondi per progetti che potrebbero mettere a rischio le politiche statali, questi fondi vengono rifiutati. Ciò significa che gli articoli scientifici devono essere letti con le doppie lenti: le lenti dello scienziato, e le lenti del politico che guarda alla rilevanza politica o al danno politico di certi risultati. Molta ricerca moderna sulle droghe è pagata dalle istituzioni che investono pesantemente nella proibizione, come il Nida. Questo avviene anche in Italia, il che significa che molto lavoro scientifico, semplicemente, non esisterebbe se non fosse per il suo valore propagandistico.

Nell’edizione originale del 1997 del libro mancano due articoli che arricchiscono la versione italiana, rispettivamente di Franco Corleone e Grazia Zuffa. Corleone discute le idee del sociologo britannico Jock Young su come il consumo di droga divenga un simbolo di devianza negativa. Egli estende questa analisi sociologica criticando aspramente la attuale politica delle droghe italiana voluta da Fini, e afferma che l’attuale governo di destra si rifà a una politica «dello stato etico che pretende di imporre i propri valori con il carcere o con la cura coatta in una rinnovata logica istituzionale manicomiale travestita da comunità».

Alla disamina dei rapporti scientifici pubblicati dopo l’esame di Zimmer e Morgan, Zuffa aggiunge la sua visione sul ruolo della scienza del dibattito politico sulle droghe. Formula interrogativi come «Dobbiamo saperne ancora di più?» e in una breve analisi del ruolo della scienza nel dibattito politico dimostra che molte ricerche scientifiche sulle droghe provengono da laboratori. Questo ci aliena dalla realtà del consumo di droghe, trasformando così la nostra fede nella scienza in “scienza come fede”. E, last but not least, si dedica a sviluppare una analisi critica del concetto di dipendenza. Naturalmente, tale analisi è molto importante se vogliamo capire come concetti quali “dipendenza” riflettano un modo di vedere il consumo di droghe come un drago policefalo. Questo drago “necessita” che i nostri politici si comportino come degli eroi, o meglio, come cavalieri senza macchia e senza paura in sella al loro destriero, con il compito di ucciderlo. Il tema è vecchio almeno quanto la storia di Don Chisciotte.

In breve, leggete il libro e il divertimento è assicurato!


Lynn Zimmer e John P. Morgan, Marijuana: i miti e i fatti, Vallecchi 2005, pagine 304, euro 19. Con una prefazione di Franco Corleone e un saggio conclusivo di Grazia Zuffa. Traduzione di Marina Impallomeni