Tempo di lettura: 4 minutiMaria Stagnitta

La recente uscita della docuserie “SanPa: Luci e tenebre di San Patrignano” ha avuto il merito di riaccendere un dibattito sul tema droghe. La visione di SanPa, almeno per me, non ha rappresentato niente di nuovo, ma riascoltare la storia mi ha provocato ancora un certo disgusto. È bene comunque ricordare che SAMPA non è stata l’unica risposta all’eroina di quei tempi. Questa è una delle pecche del docu “Sanpa”, non aver citato le esperienze alternative dell’epoca che avevano un approccio basato sul rispetto delle persone, dei diritti umani e sulla volontarietà.

È bene ricordare che, in Italia, sino al 1975 la risposta istituzionale alla tossicodipendenza consisteva nella reclusione: carcere o ospedale psichiatrico.

La società civile, soprattutto cattolica, per prima percepì la gravità del fenomeno e fece da apripista accogliendo e accompagnando le persone nel tentativo di emanciparsi dalla dipendenza. L’approccio (rigorosamente “drug-free”) verso la tossicodipendenza era essenzialmente di tipo educativo prima ancora che sanitario o giudiziario.

Si allestirono le prime case di accoglienza dando luogo alle comunità per lo più collocate in campagna lontano dai luoghi di spaccio e dalle “tentazioni”. Si capì che il nodo della questione non consisteva nella disintossicazione, ma nel riuscire ad evitare il ritorno all’uso una volta disintossicati Le persone non venivano lasciate sole, il tempo veniva trascorso insieme. La scommessa fu vinta: si dimostrò che, per alcune persone, era possibile emanciparsi dalla dipendenza. Si era sperimentato un accompagnamento relazionale intenso e protratto, in gruppo, tutto giocato sul piano della quotidianità, ma che al tempo stesso apriva orizzonti. L’intensa vita collettiva di quegli anni e la voglia di cambiamento che li caratterizzava, favorì questo processo. Partecipazione, coinvolgimento, protagonismo e coerenza fornivano forza e credibilità al progetto riabilitativo.

Il lavoro, svolto da una parte della Società Civile non fu solo sperimentazione e testimonianza, ma anche impegno perché il problema delle dipendenze trovasse risposte più adeguate da parte delle Istituzioni e anche dal punto di vista normativo. Nel 1975 viene varata la prima legge organica in materia di droga e dipendenze (N. 685 del 22 dicembre 1975). Con la 685/75 la tossicodipendenza cessa, quindi, di essere tematizzata esclusivamente come un problema di ordine pubblico e diviene anche un problema sociale e sanitario. Il cittadino tossicodipendente non viene più solo raffigurato come un deviante, ma come portatore di legittimi diritti, tra i quali la cura e la riabilitazione.

Nel frattempo, in assenza e/o esiguità di risposte da parte dell’istituzioni, le comunità da esperienza pioneristica iniziano a strutturarsi alcune cercarono l’apporto di operatori professionali, altre si avvalsero dell’auto-aiuto che le persone più avanti nel programma offrivano ai nuovi accolti, in una progressiva modificazione dei ruoli che man mano attribuiva loro funzioni di operatori all’interno di un percorso gerarchico molto strutturato, altre ancora adottarono équipe di lavoro “miste” operatori professionali e persone provenienti dall’esperienza della Comunità accettando la sfida della “contaminazione”.

Le comunità cominciarono a differenziarsi non solo per “gli stili” di lavoro ma anche per i metodi utilizzati. Alcune continuarono a privilegiare la libera scelta, la relazione e la condivisione mantenendo dimensioni ridotte. Altre adottarono metodologie comportamentistiche, assunsero il rispetto della regola come nodo centrale del trattamento

In questo periodo la società e l’opinione pubblica intravidero nella comunità lo strumento risolutore e gli interventi resi nei servizi ambulatoriali avevano come obiettivo privilegiato quello di convincere la persona ad affidarsi ad un trattamento comunitario residenziale.

Va ricordato che in quegli anni i trattamenti con metadone erano a bassi dosaggi e a scalare e le farmacie, spesso si rifiutavano di vendere le siringhe ai consumatori di sostanze per via iniettiva.

Era il periodo del “toccare il fondo” che si reggeva sulla prescrizione di allontanare i figli da casa, far perdere loro il lavoro, in modo da esporli senza più alcun sostegno a tutti gli svantaggi della situazione e indurli alla scelta della comunità.

Oggi non si dispongono i dati precisi dei danni aggiuntivi causati da questo atteggiamento diffuso. Per molte persone le più ostinate, ribelli o semplicemente più fragili e più indifese questo ha significato un precipitare sempre più vertiginoso e distruttivo nelle spirali del carcere, delle malattie, dell’Aids, dell’overdose. Ciò che si toccò come fondo spesso non fu un’esperienza che agì come stimolo per intraprendere un percorso riabilitativo, ma spesso come un punto di non ritorno che ha inesorabilmente segnato il destino di molte persone.

In quegli anni le comunità si moltiplicarono e soprattutto si espansero. Molte comunità si trasformano in grandi contenitori (vedi San Patrignano che è arrivata ad avere oltre 2000 persone accolte) dove l’ascolto individuale, la relazione e la personalizzazione dell’intervento cedevano il passo ad un programma generalizzato ed uguali per tutti, alla regola e alla sanzione. La delega, spesso senza riserve, alle comunità per quanto riguardava il tipo di trattamento, facilitò l’autoreferenzialità e la presunzione di poter esaurire di per sé in completa autosufficienza, la riabilitazione della persona tossicodipendente. La nuova legge voluta da Craxi la (309/90 cd. Jervolino Vassalli) rafforzò tale ruolo.

L’innesto dell’Aids sulla tossicodipendenza fu di tale impatto che le comunità non poterono non risentirne. Dopo un iniziale sbandamento, le Comunità, quelle di cui la docuserie SanPa non parla, si rimisero in gioco contribuendo in maniera significativa a cambiare la curva epidemiologica dell’HIV tra la popolazione consumatrice di sostanze, a salvare vite dall’AIDS e dall’overdose, distribuendo siringhe sterili, narcan e promuovendo l’uso controllato del metadone.

Nel frattempo da parte dei Ser.T. si stava riformulando la strategia dei trattamenti metadonici cominciando ad utilizzare tale farmaco non solo nei trattamenti di disintossicazione, ma come vero e proprio sostituto dell’eroina illegale. Vennero attivati programmi di mantenimento protratti nel tempo a dosaggi medio-alti.

La docuserie narra un’esperienza lontana nel tempo, ma che sembra ancora cosi attuale, ancora oggi si riattivano dinamiche di contrapposizioni che vedono da una parte chi critica e attacca Muccioli, San Patrignano e le Istituzioni che non sono intervenute, dall’altra chi vedeva e vede ancora in Muccioli il “Salvatore”, il messia che salva i tossicodipendenti. In mezzo ci sono le persone che hanno vissuto questa esperienza fatta di catene, violenza fisica e psicologica, maltrattamenti e poi ancora misoginia e maschilismo.

Nel frattempo il “proibizionismo craxiano” e il Testo Unico 309/90, la Jervolino-Vassalli, continuano ad essere la risposta a un fenomeno complesso come quello del consumo di sostanze