Tempo di lettura: 2 minutiGrazia Zuffa

Lester Grinspoon è morto il 25 giugno, a novantadue anni appena compiuti. Se oggi le proprietà terapeutiche della cannabis sono ufficialmente riconosciute nella gran parte dei paesi civili, molto si deve allo psichiatra di Harvard, che negli anni sessanta iniziò a studiare la cannabis, gettando le basi per una riconsiderazione della sostanza da un punto di vista scientifico (il suo fondamentale libro Marijuana Reconsidered risale al 1971). Lo stesso si può dire per la cannabis a uso ludico, oggi legale in alcuni dei più importanti stati degli USA, così come in Canada e prima ancora in Uruguay: il movimento internazionale per la legalizzazione deve essere riconoscente a Grinspoon, che non ha mai disgiunto la battaglia per l’utilizzo della cannabis a fine terapeutico da quella per l’uso ricreazionale. Quando negli anni novanta apparve chiaro che l’ostracismo totale della cannabis non era più credibile, lo establishment proibizionista internazionale ripiegò sulla netta separazione fra il “farmaco cannabis” e il “fumo da sballo”: il primo da sottoporre a prova di validità scientifica di efficacia attraverso i trial clinici comunemente in uso per l’autorizzazione dei nuovi farmaci (oscurando che la cannabis è stata usata come farmaco dai medici fino all’inizio del secolo scorso); il secondo, da lasciare ai rigori inalterati della “legislazione della moralità”. Tanto che si arrivò perfino a concepire e produrre un farmaco (il Sativex della britannica GW Pharmaceuticals), che manteneva tutte le proprietà del principio attivo, a parte l’effetto psicoattivo della cannabis. Dietro il manto della scienza, si celava un’operazione di interesse politico. A riconferma di come la storia delle droghe sia il palcoscenico privilegiato dell’intreccio fra scienza e politica, tema caldo anche oggi.

Su questo delicato snodo del dibattito pubblico, Grinspoon è intervenuto autorevolmente, restituendo spessore umanistico (innanzitutto storico) alla scienza (farmacologica). Come egli acutamente sosteneva- l’individuazione di due usi, uno terapeutico e l’altro ricreazionale, è figlia di una concezione storicamente determinata del farmaco e della cura, mentre la marijuana ha molte altre funzioni che non rientrano nello schema concettuale della cura versus il piacere proprio del XX secolo. “La realtà dei bisogni umani è incompatibile con l’imposizione di un doppio binario giuridico che separi l’uso medico da tutti gli altri”, scriveva Grinspoon in un articolo per Fuoriluogo del 2006. Il “pieno potenziale di questa straordinaria sostanza” che può aiutarci negli agi come nei disagi della vita quotidiana può solo dispiegarsi in un regime legale aperto.

Lester Grinspoon è stato un attivista generoso, oltre che uno studioso: nel 1999 venne in Italia, a presentare il suo lavoro in un incontro a Bologna. Era stato Giancarlo Arnao, che curava i rapporti internazionali per Forum Droghe, a chiamarlo. Tornò ancora a Roma nel 2006, in una grande iniziativa organizzata col supporto della Regione Lazio. Per oltre quindici anni, ha collaborato stabilmente con Fuoriluogo, tanto che nel 2006 i suoi scritti e le sue interviste sono state raccolte nel Quaderno di Fuoriluogo (n.2), Viaggio nella canapa. Dopo la scomparsa di Arnao, ho coltivato io i rapporti con Lester, politici ma anche personali (era una persona di grande gentilezza). Ricordo la sua straordinaria fiducia nella battaglia antiproibizionista e la sua determinazione nell’affrontarla. La stessa forza che riscontrai nel nostro ultimo incontro, nella sua grande e accogliente casa di Wellesley dove aveva passato i suoi anni migliori. Stava per traslocare, con la moglie Betsy, in un piccolo appartamento in una residenza per anziani all’interno del campus di un college. L’ultima e difficile svolta della vita che Lester Grinspoon affrontava al solito, guardando avanti.

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