Grazia Zuffa

Per molte delle leggi attuali, l’accusa radicale e assorbente è quella di razzismo. Tale situazione deriva dalle discriminazioni contenute nelle leggi..fondate su ragioni analoghe: quelle di elevare certi gruppi di persone (portatrici in genere di significativi problemi sociali) a bersaglio di discriminazioni” (..) “ Una resistenza alle leggi ingiuste, non solo è possibile, ma dovuta”. Questo scritto di Alessandro Margara – del 2009-  apre il volume “Carcere e giustizia, ripartire dalla Costituzione”, che raccoglie le relazioni e gli interventi del convegno sul tema tenutosi a Firenze l’8 e il 9 febbraio scorsi.

Margara si rivolgeva particolarmente ai giudici, contestando la posizione di chi in nome della “legalità”, pensa che una legge vada applicata comunque (citando l’estremo dell’applicazione delle leggi razziali o di apartheid); ma il suo invito a “resistere” ha portata più ampia, in nome di un principio di legalità  che fa riferimento alla Costituzione: la “legge delle leggi”, che tutela l’uguaglianza dei cittadini e il rispetto dei loro diritti fondamentali. “Uno strumento di salvezza della nostra comunità”, nelle parole di Margara, che deve – o dovrebbe – essere riconosciuto da chi legifera, da chi applica le leggi, nonché da ogni cittadino e cittadina.

Mi sono dilungata su questo saggio perché da questo prendono spunto molti degli interventi del volume. E’ facile capire il perché, pensando all’oggi. In nome della “legalità”, gli attuali governanti infieriscono in maniera discriminatoria contro gruppi bersaglio ben definiti di persone, i migranti in prima fila: con misure persecutorie e criminogene che trasformano in illegali persone straniere già integrate, ad esempio. In nome del mandato del “popolo”, ministri in carica rivendicano le violazioni di norme nazionali e internazionali (la chiusura dei porti), ostentano disprezzo per i diritti umani, insultano chi in nome di questi diritti fa il suo dovere (la comandante della Sea Watch, definita da Matteo Salvini “zecca tedesca”), si scagliano contro i magistrati non allineati ai diktat politici (la giudice che non ha convalidato l’arresto della comandante). Non si tratta di violazioni di singole norme costituzionali, ma di scivolamento verso un sistema di “anticostituzionalità”, come ricalcava Margara citando Zagrebelsky.

Lo stesso scivolamento sotteso all’invocazione della “certezza della pena”, intesa come certezza e durezza della pena detentiva. Dimenticando che la pluralità delle pene (oltre il carcere) e la loro flessibilità sono principi costituzionalizzati, mirati alla finalità (costituzionale) del reinserimento del condannato. Per comprendere la radice di queste spinte e del loro odierno consenso, occorre guardare ai processi politici. L’egemonia del penale nel discorso pubblico, l’invocazione al carcere nel rispetto delle vittime dei reati vanno di pari passo col declino del linguaggio politico. C’erano una volta gli “oppressi”, che individuavano negli oppressori gli avversari politici e lottavano per il cambiamento dei rapporti di potere. Oggi, le “vittime” chiedono la neutralizzazione (non la risocializzazione) del “colpevole”, in una proliferazione di “potenziali vittime” e di “potenziali colpevoli”, terreno fertile della insicurezza che ci affligge: cui si risponde col “governo della paura”.

Il volume, che sarà presentato a Firenze, nella sede del Consiglio Regionale, lunedì 29 luglio, nel terzo anniversario della morte di Sandro Margara, raccoglie il lavoro di un anno (https://www.societadellaragione.it). Il 29 luglio 2018 ci riunimmo, un folto gruppo di amici e compagni di battaglie, per ricordarlo e raccogliere idee sul che fare. Da lì nacque il convegno e ora questo libro. Il prossimo impegno sarà la stesura di un Manifesto per ripartire dalla Costituzione.