Tempo di lettura: 2 minutiSusanna Ronconi

Che le politiche sulle droghe facciano parte del “pacchetto sicurezza” delle politiche globali, e che il consumo sia letto come fenomeno criminale si sa, e si sa anche che la Commissione europea non fa eccezione. E tuttavia a livello comunitario la ricerca di un “bilanciamento” tra interventi sull’offerta e sulla domanda, e tra politiche repressive e politiche sociali, educative e sanitarie, ha caratterizzato una strategia aperta, che può giocarsi a livello globale come (moderatamente) progressiva contro gli eccessi della war on drugs. Una mediazione che nell’ultimo Piano d’azione 2017-2020 si era concretizzata in una crescente attenzione alla Riduzione del danno (RdD), ai diritti umani, alle alternative al carcere, allo sviluppo della ricerca, fino ad arrivare a una promettente lista di indicatori che avrebbero potuto gettare luce su successi e insuccessi delle politiche comunitarie e dunque su un loro possibile aggiornamento. Era stato, questo, anche un successo del Civil Society Forum on Drugs (CSFD), che aveva fornito valutazioni e input in parte ascoltati. Ben poco di tutto questo è stato accolto dalla nuova Commissione nella Agenda sulle droghe 21-25 (si chiama così, ora) e tanto meno nell’allegato, laconico Action Plan e nell’anche più misera lista di indicatori. Varato nell’ambito della Security Union Strategy, insieme ai piani contro gli abusi sui bambini e il traffico di armi, il documento presenta una nuova enfasi, fin dal linguaggio, sull’approccio law&order sulle droghe, mostra di investire soprattutto sulla repressione, tenendo in poco conto quanto emerso dalla valutazione indipendente che essa stessa aveva promosso (qui il Report) e dal fitto dialogo con il CSFD: la precedente Strategia non aveva raggiunto gli obiettivi né di riduzione dell’offerta né della domanda, l’approccio andava ripensato, la “bilancia” delle politiche europee doveva pendere meno a favore delle politiche repressive, che tra l’altro si mangiano la quota maggioritaria delle risorse, lasciando gli ambiti sociale e sanitario scoperti in molti stati membri. La nuova Strategia riproduce l’immagine impresentabile di un consumo di droghe che è gesto criminale o condizione patologica e non fenomeno sociale complesso e normalizzato; rilancia, è vero, la RdD – e in questo può essere appiglio per i paesi più arretrati- ma come misura di seconda linea in attesa di una Europa drug free, del tutto ancillare all’approccio repressivo, e non una strategia di governo di un fenomeno sociale per come è via via andata configurandosi. Dato questo approccio, non vi è traccia, nemmeno la più timida, di ipotesi di decriminalizzazione delle condotte personali, e si è persa anche quella piccola conquista del CSFD sulla cannabis, quando nel precedente Piano era stato inserito l’obiettivo di documentare e analizzare le proposte di politiche alternative, come la legalizzazione, aprendo per la prima volta un varco in un documento programmatico comunitario. La ricerca stessa, poi, appare molto ridimensionata, e gli indicatori continuano a essere di processo e non di risultato: come dire, una Strategia e un Piano che non vogliono essere valutati davvero. Tra l’altro, è in corso l’aggiornamento di obiettivi e compiti dell’EMCDDA da parte della Commissione, c’è da augurarsi che anche qui non vi siano passi indietro. Adesso, dovrebbe svegliarsi la politica, Consiglio e Parlamento europei devono dire la loro, almeno per ridurre il danno di questa deludente Agenda.

*Forum Droghe, delegata CSFD

La documentazione sull’Agenda sulle droghe 21-24 dell’Unione Europea nello speciale su www.fuoriluogo.it/europa2125