Stefano AnastasiaFinirà così, dunque, la grande illusione degli Stati generali dell’esecuzione penale, con l’adozione di qualche misura collaterale che non scalfisce quella centralità del carcere espressamente professata dal contratto di governo che regge la nuova maggioranza. Peccato. Tempo perso a guardarsi indietro, all’impegno e al lavoro sprecato da tante persone di buona volontà. Tempo perso a guardarsi avanti, fino a quando bisognerà inevitabilmente tornare a discutere delle forme e dei modi della decarcerizzazione necessaria.

Intanto, nel mezzo di questo tempo perso, il carcere torna a crescere e la coda di paglia di chi ha affossato la riforma già alimenta la solita retorica sul lavoro e la rieducazione, come se non ci avessero provato decine di ministri e migliaia di operatori penitenziari e volontari a fare del carcere un luogo di riabilitazione e di riscatto sociale. Succede, ma è per pochi, non per tutti, non certo per tutti quelli che si vogliono comunque in galera, in nome di una malintesa “certezza della pena”. Dimenticata è l’invocazione di Carlo Maria Martini al carcere come extrema ratio: la certezza della pena si confonde con la certezza della galera, anche se “non funziona”, come scrive Beppe Grillo, “e pare che sia sotto gli occhi di tutti”.

Nella migliore delle ipotesi, nella improbabile ipotesi che qualche lume della ragione tenga lontano il Governo dal solito, già annunciato, ma inevitabilmente propagandistico, “pacchetto-sicurezza”, toccherà resistere a mani nude alla forza inerziale della clausura altrui, consueto rimedio populistico a tutti i mali del mondo. Servirà il coraggio e l’impegno della giurisdizione ad aprire spazi laddove non se ne vedano, come è stato recentemente per le sentenze della Corte costituzionale sull’affidamento in prova e sul divieto di benefici per gli ergastolani. Servirà l’attivazione di tutte le risorse che il territorio e le sue amministrazioni possono individuare e sollecitare per costruire percorsi di reinserimento e di alternative alla inutile centralità del carcere. Servirà un impegno diffuso e capillare di tutela dei diritti nelle carceri nuovamente affollate, quale quello testimoniato dal ricorso proposto da Franco Corleone, in qualità di Garante dei detenuti della Regione Toscana, contro lo screening sanitario fini disciplinari imposto alle donne di Sollicciano alcuni anni fa e che ora è stato giudicato illegittimo dal Tribunale civile di Roma, a conferma della decisione del Garante della Privacy (ne ha scritto, in questa rubrica, la scorsa settimana, Grazia Zuffa).

Venerdì prossimo a Roma i Garanti territoriali delle persone private della libertà si riuniranno per ridefinire le ragioni e le forme del loro impegno a tutela dei diritti dei detenuti in questo delicato frangente. Domenica, a Firenze, la Società della Ragione, la Fondazione Michelucci e lo stesso Garante della Toscana invitano amici e compagni di strada a discutere idee e iniziative per ricordare Sandro Margara a due anni dalla morte. Proprio l’esempio di Sandro Margara, maestro della magistratura di sorveglianza, massimo dirigente dell’Amministrazione penitenziaria (finchè glielo hanno consentito di fare) e poi Garante regionale dei detenuti, la sua consapevolezza dei limiti del carcere come luogo di esecuzione penale e la sua lucida determinazione nell’attuazione rigorosa dell’articolo 27, comma 3, della Costituzione, possono costituire un punto di riferimento da cui ripartire, senza cedere alla frustrazione e alla rassegnazione. Le buone ragioni per la riforma del sistema penale nel senso della decarcerizzazione hanno una loro concreta verità che non potrà che tornare a farsi valere.