Cronica e recidivante, la “brain disease” si è imposta, in questi ultimi decenni, come modello per comprendere la dipendenza e più generalmente la malattia mentale. Condizionati dall’organologia cerebrale di Georg Prochaska (1749-1820) secondo cui se la buona Natura ha destinato per ogni funzione dell’organismo un organo particolare, avrà fatto lo stesso per il cervello (Davous P. (2011), Le nouveau totem, petites chroniques du cerveau, p. 138), si suppone che esso sia composto da una serie di piccoli “organi” come la coscienza, la volontà, l’intelligenza, la memoria, il libero arbitrio, la morale… in grado di secernere i pensieri come il fegato secerne la bile secondo il moto celeberrimo dell’ideologo Cabanis. Secondo tale modello la dipendenza sarebbe la conseguenza di alterazioni provocate dalle droghe alle strutture cerebrali predisposte a “produrre” la memoria, a prendere le decisioni e a controllare la corretta fruizione del piacere.
L’idea di un cervello predisposto a svolgere delle funzioni particolari non ha fondamento scientifico e apre una serie di domande destinate a rimanere senza risposte. Chi siamo? Un cervello, o una parte di esso, che comanderebbe un corpo le cui caratteristiche sarebbero solamente una mera contingenza? Quali sono le funzioni che dovrebbe svolgere il cervello? Quanti “piccoli organi” dovrebbe custodire? Dove sono collocati? E come fanno a produrre memoria, intelligenza, conoscenza, libero arbitrio o morale? Chi prende le decisioni, l’organismo o una parte del cervello?
La tecnologia permette ormai di osservare direttamente ogni singolo neurone mentre è in attività, eppure non riusciamo a trovare la traccia di gruppi neuronali particolari. La difficoltà a reperirne, invece di spingerci a modificare il nostro approccio al cervello, sorprendentemente diventa la prova della nostra natura particolare, un modo di rilucidare lo stemma della nostra umanità. Dopo il duro colpo al nostro narcisismo inferto da Darwin e dalla scoperta successiva che come tutte le piante e tutti gli animali discendiamo da un antenato comune L.U.C.A. (Last Universal Common Ancestor), un batterio apparso sulla terra poco meno di quattro miliardi di anni fa, un alone di mistero sull’origine delle nostre grandi capacità risolleva il nostro prestigio.

Come l’uomo cerca di adattarsi all’ambiente

In realtà il cervello è semplicemente una rete estremamente fitta ed articolata di neuroni, che permette di collegare ogni parte del corpo e gli organi di senso affinché l’organismo possa rimanere unito poiché come ricordava l’evoluzionista russo Ivan Ivanovich Schmalhausen “gli organismi viventi non sono semplici apposizioni atomiche di parti separate, bensì sistemi altamente coordinati” e contemporaneamente modificare il suo rapporto con il contesto naturale e sociale in funzione delle proprie condizioni e delle circostanze. L’uomo, come tutti gli altri organismi biologici, non è apparso sulla terra con la missione di svolgere un compito già assegnato ma in seguito a mutazioni genetiche casuali che gli hanno garantito la possibilità di sopravvivere, crescere e riprodursi, condizioni sine qua non per la conservazione della specie. Per portare a termine la missione di tutti gli organismi biologici, l’uomo deve essere in grado di stabilire il migliore rapporto possibile con il contesto, tenendo conto delle proprie condizioni e delle contingenze. La coscienza, la morale, il libero arbitrio, la memoria non sono delle funzioni particolari “secretate” dal cervello, ma semplicemente delle modalità sofisticate di rapportarsi al mondo ed agli altri, rese possibili da alcune caratteristiche del nostro organismo e dall’articolazione della rete neuronale.
Se ora tutti i neuroscienziati riconoscono che l’origine delle nostre capacità si nasconde nel sistema di connessioni dei neuroni e non nella particolarità di alcuni neuroni, molti continuano a sperare di trovarvi le chiavi del mistero della coscienza, del pensiero o del libero arbitrio. In realtà tutto ciò che il sistema di connessioni può svelarci è il modo in cui riusciamo a comportarci in modo riflessivo e intelligente o a pensare, per aiutarci a compiere la nostra missione al servizio della sopravvivenza della specie.
Non avviene per merito di qualche software collocato all’interno del cervello, ma perché il “connettoma” (l’insieme delle connessioni neuronali) si modella sulle esperienze per potere riprodurle più facilmente. Le connessioni tra i neuroni coinvolti in ogni esperienza si rinforzano riproducendole e non si tratta di un processo secondario, poiché è responsabile della quadruplicazione del volume tra il cervello del neonato e quello dell’adulto. Le sinapsi così rinforzate sono più reattive quindi più facilmente stimolate quando si presentano situazioni simili e contemporaneamente sono responsabili dell’aumento delle capacità percettive, motorie e linguistiche. In altre parole le nostre esperienze modellano l’insieme delle sinapsi per consentire all’organismo di adattarsi al meglio alle situazioni fonti di maggiore soddisfazione alle quali è più frequentemente confrontato.

Cura come riconquista di gratificazioni alternative alle droghe

Quindi le nostre difficoltà ad affrontare certe situazioni non sono dovute a delle alterazioni neuronali (in questo caso parliamo di malattie neurologiche che entrano in un altro campo della medicina con delle cure codificate e condivise) ma al modo in cui la nostra storia e le nostre caratteristiche profonde hanno permesso di modellare le connessioni all’interno del cervello. Le droghe non alterano delle strutture cerebrali (che per altro non esistono), ma modificano la percezione e le sensazioni provate sotto i loro effetti, per rendere l’esperienza più gratificante.
La stragrande maggioranza dei giovani si avvicina alle droghe semplicemente per vivere delle esperienze alternative o per partecipare a dei riti generazionali. Coloro verso i quali la vita quotidiana è avara di soddisfazione, per il contesto in cui vivono o per le scarse competenze relazionali che hanno potuto acquisire, saranno molto più attratti dagli effetti delle droghe e spinti a ripeterne l’assunzione. Così facendo le sinapsi attivate per potere vivere l’esperienza si rinforzano, mentre si indeboliscono quelle attivate nelle abitudini della vita quotidiana che tende ad abbandonare e diventano così sempre più avare di soddisfazione. La dipendenza è la condizione in cui si trova chi ha perso ogni competenza alternativa ed è condannato a ripetere l’unica esperienza in grado di procurargli qualche gratificazione. Questa dinamica non si verifica solamente con le droghe ma con qualsiasi abitudine, qualora essa diventi alternativa ad una vita quotidiana amara.
In queste condizioni la cura o la prevenzione della dipendenza non può limitarsi nell’allontanamento dalla sostanza che stigmatizza ed emargina, ma deve prevedere l’accompagnamento delle persone dipendenti per aiutarle ad (ri)acquistare delle abilità relazionali che possano garantire loro delle gratificazioni alternative a quelle delle droghe o di qualsiasi abitudine diventata compulsiva.