In base ai dati SerD, riferiti dalla Relazione al Parlamento 2017, i servizi tratterebbero pressoché esclusivamente consumatori problematici di eroina e cocaina ( Relazione per il 2016: 68,1% trattati per eroina, + 17,3% per cocaina=85,4%). Il restante 15% riguarda persone alcoldipendenti, giocatori d’azzardo patologici, o consumatori di cannabis (inviati dalla Prefettura). E tutto il resto? La fotografia scattata dalla Relazione pare ferma agli anni novanta.

Rispetto al trattamento delle persone alcoldipendenti il dato è sicuramente sottostimato nel suo complesso, perché sono anche altre le agenzie delle Asl che prendono in carico le problematiche alcologiche (ospedali e reparti di gastroenterologia, cliniche private per la disassuefazione etc.) i cui dati non pervengono o non vengono aggregati.

Ne è prova che il Ministero della Salute ancora redige autonomamente una propria Relazione al Parlamento sull’alcoldipendenza, senza rapportarsi alla Relazione del Dipartimento.

Il sommerso dei consumi rimane sommerso

Dalle macro aggregazioni dei dati non si deducono fondamentali distinzioni: quale diversa percentuale tra eroina fumata e eroina iniettata tra le persone in trattamento? Per la cocaina, quanti la “sniffano” e quanti la consumano come crack? Per la cannabis quanti sono arrivati al Ser.d di propria iniziativa e non su imperativo prefettizio? Il sommerso dei nuovi consumi rimane sommerso; non pare pervenire alla stragrande maggioranza di SerD che non attivano iniziative di outreach per metterci mano. Il policonsumo rimane citato, ma inesplorato in composizione e sequenza. Se, improvvisamente e inaspettatamente, in una Relazione, compare l’utilizzo di una nuova sostanza, è il risultato di una ricerca CNR, perché non c’è traccia nei dati dei servizi. La stessa età media non ci dice niente su quali siano i servizi (e ce ne sono, anche se pochi in percentuale) che riescono a “catturare” una popolazione di consumatori problematici molto giovani e abbassano l’età media generale. Bisogna poter distinguere tra gli “old user” e i neo ventenni entrati in trattamento!
La costante e strisciante riduzione dei servizi pubblici e del privato sociale nasconde un dato ben più grave: la drammatica riduzione del personale. Un servizio che rimane aperto due ore ogni due giorni con due operatori non è l’equivalente di un servizio aperto 6-8 ore al giorno con 8 operatori, ma ahimè, nei numeri, uno vale uno! Si salva l’irrinunciabile componente sanitaria, ineliminabile per il trattamento farmacologico coi sostitutivi (esclusivamente per le persone dipendenti da eroina), essendo invece progressivamente, ma pesantemente penalizzata l’area psicosociale. In questo modo molte prese in carico sono quasi esclusivamente farmacologiche (in barba al dettato di legge); inoltre vengono penalizzate molte tra le persone dipendenti dalle altre sostanze per cui non esiste un farmaco di elezione e la maggiore complessità del trattamento psico sociale costituisce l’unico approccio proattivo.

L’impressione è che tra la dipendenza patologica e il consumo controllato sia in crescita una zona intermedia che non si rivolge ai servizi (tranne pochi che si attrezzano in quella direzione), molto variegata e frammentata per culture d’uso, stili di assunzione, etc., che richiederebbe interventi di prevenzione secondaria e di riduzione del rischio e del danno, prima ancora che una presa in carico precoce, che, se attuata, deve poter assumere alcune caratteristiche indispensabili: “soft” , “client oriented”, in anonimato, non stigmatizzata e non connotata. I nuovi approcci via Web e la rivisitazione di esperienze outreach ne costituiscono i presupposti. Di tutto questo le Relazioni al Parlamento, molto peggiorate dal punto di vista quali-quantitativo nel tempo, non parlano: perché riflettono lo stato impoverito dei servizi, perché “burocratizzate” (il compitino senz’anima da assolvere ogni anno), perché acefale (sono state deprivate,ormai da anni, da ogni organismo pensante in un Dipartimento senza più Consulta , Comitato scientifico e Conferenza nazionale), perché bisognose di dimostrare che la questione “tossicodipendenza” non costituisce più un problema e pertanto non deve disturbare né la politica, né la borsa della spesa!

L’approccio di riduzione del danno per una nuova cultura dei servizi

Tutto ciò non deve tuttavia nascondere che esiste anche un problema di cultura dei servizi, di capacità di pensiero e riflessione sulla propria operatività, all’interno di una visione dei diversi fenomeni della tossicodipendenza e del consumo, ancora troppo spesso letti e interpretati senza soluzione di continuità. Sarebbe peraltro ingenuo ritenere che gli anni della propaganda confondente, di costante forzatura nell’interpretazione dei dati, del lungo periodo di Giovanardi e Serpelloni, non abbia lasciato traccia nella “vision” della problematica e della conseguente operatività dei servizi. Basti pensare quanto sia ancora in voga, come verità assodata tra molti degli stessi operatori, l’opinione che “siccome tutte le droghe sono tutte nocive, non vanno fatte distinzioni, e vanno tutte contrastate con tutti i mezzi a disposizione!”.
È il retaggio dell’ideologia della “guerra alla droga” e ai suoi consumatori, per cui si impongono imperativi categorici e prescrizioni invariabili, ignorando ogni tipo di distinzione: rispetto alle sostanze psicoattive, ai loro modelli e stili di consumo, alle condizioni dei consumatori, alle evidenze della clinica, ai contesti sociali e le situazioni di vita di ciascuno. Per i servizi, sia pubblici e del privato sociale, che ancora fanno riferimento a interpretazioni olistiche e semplificatrici, ne discende un’impostazione “dentro o fuori” la droga, senza mezzi termini, che non lascia spazio alla sperimentazione di altre modalità. Si tratta invece di concordare obiettivi più proponibili e compatibili con le situazioni con cui si ha a che fare, nell’intento più realistico di aiutare le persone per quello che intendono e riescono a fare, a tutela della loro salute fisica e del loro equilibrio personale.

È la logica della Riduzione del danno, totalmente aperta e disponibile ad ogni tipo di percorso, la cui sola parola, che si è cercato di cancellare, era ritenuta incompatibile con l’ideologia integralista della “guerra alla droga”.