La depenalizzazione rappresenta una strategia di governo alternativa del fenomeno dei consumi di droghe a quella basata sulla proibizione centrata sul modello penale repressivo, in quanto fa riferimento a un modello di regolazione sociale del fenomeno. Intendiamo proporre un discorso sul percorso a più voci per un cambio di rotta nella concezione e pratica dei servizi rivolti alle persone che usano sostanze psicoattive in uno scenario di depenalizzazione e decriminalizzazione dei consumi realizzato da una nuova legge.
Quando si parla di governo/regolazione sociale si fa riferimento a una strategia delle diverse istituzioni centrali e locali orientata a delineare le modalità attraverso le quali è possibile usare le sostanze secondo la logica: se stabilisco le regole di costituzione del fenomeno lo controllo in modo più efficace sia sul piano dell’impatto sulla salute che dell’equilibrio sociale. Ad esempio stabilendo che chi usa sostanze psicoattive non debba né andare in carcere né subire restrizioni della libertà con sanzioni amministrative, si rendono visibili i comportamenti, si depotenziano i pregiudizi e gli stigmi e si riducono le occasioni per atti devianti e microcriminali, si contengono i conflitti tra adulti e giovani. Nella logica del governo/regolazione sociale del fenomeno si orientano i comportamenti verso una normalizzazione sociale che consente di rendere sicuri per la salute i comportamenti e di evidenziare precocemente i rischi. E tale processo di normalizzazione modifica la percezione sociale secondo un modello rassicurante. Sposta il campo della rappresentazione dell’uso di droghe da uno scenario di guerra a uno di pace.
Il modello del governo e regolazione sociale richiede un ruolo nuovo non pervasivo delle istituzioni e dei servizi in quanto l’esclusione del modello penale inteso anche sul piano simbolico della illiceità del consumo, libera lo spazio sociale e esistenziale da questi ingombri e permette e facilita la costruzione di una cultura e di pratiche diffuse di uso sicuro delle sostanze qualunque sia il setting (ricreativo, sperimentale, marginale). Questo processo ritaglia un nuovo contesto che richiede una riorganizzazione dello spazio dei servizi più decentrato. Infatti il modello penale e patologico-morale prevede che tutti i consumatori debbano o essere curati o incarcerati, al massimo con una misura alternativa terapeutica, mentre il modello centrato sulla depenalizzazione e decriminalizzazione, promuovendo una normalizzazione dei comportamenti del consumo di sostanze, prevede che solo quella parte che esprime difficoltà e richiede aiuto rappresenti l’area di competenza dei servizi.
è l’inizio di una rivoluzione copernicana nel campo delle relazioni sociali che, nel tempo, farà emergere e maturare una ulteriore strategia di regolazione legale anche dei mercati come attualmente si pone per la cannabis.
Lo spazio politico e culturale costitutivo di una nuova realtà dei servizi è parte di questo processo più generale di governo normalizzato del fenomeno. Il sistema dei servizi rientra nelle strategie di regolazione del fenomeno e così i saperi e le competenze professionali molteplici che lo abitano. Si profila un cambio di paradigma nelle culture, organizzazioni e pratiche dei servizi inteso come una prospettiva aperta, ospitale in continua evoluzione. Una prospettiva da costruire a partire dalla liberazione delle persone che usano droghe dalle gabbie di categorie patologiche predefinite e dalla rinuncia di indagare nei meandri dei loro cervelli come se fossero delle macchinette, scegliendo di offrire relazioni solo se richieste, di accogliere le domande così come sono espresse e di condividerne i contenuti. Una prospettiva che concepisce la relazione tra professionisti e persone che usano sostanze come un setting operativo fondato sullo scambio tra diversi saperi esperti: per esperienza e per competenza. Stiamo parlando della cultura della Riduzione della Danno e della Limitazione dei Rischi (RdD/LdR) che ha compiuto un lungo cammino da Quarto Pilastro delle politiche sulle droghe fino alla confluenza in una più ampia e trasversale prospettiva in grado di attraversare con una logica innovativa e radicalmente diversa, dalla parte dei consumatori, tutti gli obiettivi di un sistema di servizi ridefinendoli in relazione alle esigenze delle persone che usano droghe, i destinatari, gli aventi diritto intesi come protagonisti .

La parabola delle leggi italiane e l’impatto sui servizi: dal penale al penale, dalla condanna morale al modello patologico

Il circuito attuale dei servizi pubblici e accreditati italiani presenta un profilo organizzativo e culturale che è il risultato di una lunga e tortuosa storia che parte dagli anni ’80 con l’istituzione dei primi servizi con decretazione di urgenza, agli anni ’90 con la prima legge Jervolino-Vassalli che affermò la prima introduzione pesante del modello penale-proibizionistico. La legge che confluì nel DPR n. 309/90 istituì i Serd e riconobbe un assetto alle Comunità terapeutiche. Successivamente vi fu la parabola della legge Fini-Giovanardi che irrigidì ulteriormente il sistema delle pene e fu poi abrogata della Corte Costituzionale. Un processo legislativo nebuloso, attraversato dal referendum abrogativo del ‘93 e nel corso del quale si sono situati i due Atti di Indirizzo della Conferenza Stato-Regioni sull’Accreditamento del terzo settore e sulla Riorganizzazione dei Servizi pubblici attuati in ogni regione con una modalità diversa.
La storia per quanto tortuosa, ha mantenuto l’asseto fondato sul sistema penale. Le persone che usano droghe sono inquadrate dai servizi, coerentemente con lo spirito della legge, in questo contesto con il termine univoco e semanticamente asfissiante di tossicodipendenti e nei loro confronti si diffonde un forte sentimento di giudizio morale per un comportamento che la legge bolla come illecito. Si è così costruito lo stigma che, letteralmente, si imprimerà sui corpi e sui comportamenti agiti e percepiti, sul quale si svilupperà una rappresentazione sociale che sarà rimodulata dai media e dai servizi stessi influenzando le politiche e il senso comune dei cittadini con una forza inedita che attraverserà tutti i luoghi di vita, di lavoro, della cultura, delle istituzioni, della politica.
Agli inizi, tra gli anni ’80 e ’90, il trattamento nei servizi e nelle Comunità era visto secondo una logica “morale” e si prefiggeva il compito di raddrizzare un comportamento riprovevole, deviante, preda di un demone che annullava l’individuo. I servizi disintossicavano e le Comunità raddrizzavano i comportamenti secondo il modello americano del day top. Dagli anni ’90 in poi, per effetto della diffusione dell’AIDS e poi della forzatura nella clinica delle ricerche neurobiologiche spesso attraverso iniziative “formative” promosse dalle case farmaceutiche, il tossicodipendente diventa un malato cronico recidivante (addiction) attenuando lo stigma ma rendendolo più duraturo sia perché più accettabile dall’opinione pubblica sia perché sostenuto dalla supposta verità neurobiologica alla base del modello patologico.
Nel contempo per effetto della legge Fini-Giovanardi le carceri si sono riempite di tossicodipendenti (malati e delinquenti insieme) fino a occupare 1/3 dei detenuti. E nonostante l’abrogazione della legge, permanendo l’impianto penale della illiceità del consumo di droghe della legge originaria, le carceri italiane hanno continuato a essere affollate da consumatori di droghe per effetto dell’art. 73 del DPR n. 309/90.
Il movimento delle organizzazioni della società civile che aveva promosso ostinatamente il ricorso alla Corte Costituzionale richiedeva un successivo impulso da parte del mondo della politica per modificare l’impianto penale in modo più strutturale.

L’uso di droghe tra pena, malattia e comportamento illecito

Una persona che usa droghe in Italia rimane stretta, quindi, tra due destini incrociati: essere un delinquente e farsi una detenzione o divenire un malato cronico a vita quando è libero e comunque sottoposto a un severo giudizio morale. Nella migliore delle ipotesi è un malato cronico in carico presso i SerD e le Comunità terapeutiche. Anche il numeroso popolo dei consumatori di cannabis e dei consumatori dei contesti ricreativi che hanno elaborato stili e modelli di uso delle sostanze psicoattive socialmente integrati e quindi al di fuori dei circuiti tipici delle subculture dei “classici” tossicodipendenti, rimangono inchiodati dal modello simbolico del consumo illecito, esposti alle sanzioni amministrative, sottoposti a giudizio e riprovazione sociale e campagne mediatiche aggressive e al limite del razzismo.
Come ha ben detto Grazia Zuffa il significato simbolico della punizione e della condanna morale del comportamento ha rappresentato uno schema di riprovazione sociale anche di quei modelli di uso che sfuggivano al modello patologico influenzando non solo l’opinione pubblica ma anche molte realtà di servizi che operavano nell’ambito della RdD-LdR.

Dalla repressione al governo/regolazione sociale: per una nuova costituzione dei servizi

Il cambio di scenario sociale e politico che si costituirà in seguito alla depenalizzazione e decriminalizzazione per effetto della legge avrà bisogno di tempo perché si riproduca una nuova cultura che disattivi la vecchia rappresentazione sociale inserendo progressivamente l’uso di sostanze psicoattive all’interno di un processo di normalizzazione.
La legge, così come l’abbiamo concepita nelle nostre proposte presentate al Parlamento dalle diverse realtà della società civile, centrata sulla depenalizzazione e sulla decriminalizzazione delle condotte legate all’uso di droghe, potrà delineare progressivamente lo scenario nel quale si renderà possibile una nuova rappresentazione sociale dell’uso di sostanze e nuove relazioni tra i cittadini liberati dai pregiudizi e dagli stigmi, dai rischi della carcerizzazione e di qualunque altro atto sanzionatorio e repressivo. E’ all’interno di questo scenario in movimento, come già detto in premessa, che dal cambio radicale impresso dalla nuova legge, che nasceranno nuove domande alle quali dovrà uniformarsi un nuovo modello organizzativo e di funzionamento di servizi che dovranno occuparsi della tutela della salute delle persone che usano sostanze e non della malattia costruita della dipendenza.
Alcuni processi di normalizzazione sono già in atto. In primo luogo la tendenziale normalizzazione sociale dell’uso di cannabis, seppur continuamente osteggiata dagli untori del momento, ha aperto una contraddizione nel modello penale e patologico dominante, visto che milioni di persone la usano autoregolandosi mantenendo una normale funzionalità sociale al pari delle persone che usano le bevande alcoliche. A parte un numero limitato di persone che manifestano difficoltà, come per l’alcol, ma prevalentemente per effetto del set e del setting più che della incontrollabilità della sostanza.
Questi processi sociali nei quali si sviluppano naturalmente delle competenze di autoregolazione dei consumi all’interno delle proprie compatibilità di vita, rilevati anche attraverso le numerose ricerche qualitative sul campo, forniscono indicazioni decisive per le strategie di cambio radicale di rotta nella concezione e nella pratiche dei servizi e degli interventi.

Non partiamo da zero.
La RdD/LdR e le pratiche innovative nei servizi ordinari: i Serd e le Comunità

Dagli anni 90 in Italia si sono sviluppate esperienze diverse nell’orizzonte della Riduzione del danno e della Limitazione dei rischi attraverso una molteplicità di pratiche diffuse in modo diseguale in molte regioni italiane, prevalentemente localizzate nel Centro Nord. Queste esperienze hanno anch’esse aperto diversi varchi nella apparente compatta rappresentazione e nello stigma del tossicodipendente. La diffusione ampia e ricca, seppur a macchia di leopardo che sacrifica il Sud d’Italia, degli interventi di RdD e LdR ha posto l’esigenza di una pluralità di modelli operativi di servizi e la inadeguatezza dei modelli preformati centrati sulla diagnosi medica-patologica e sul giudizio morale.
In particolare vogliamo sottolineare due importanti principi che hanno ampliato l’orizzonte culturale e della RdD e LdR e aperto alla sua evoluzione verso una prospettiva trasversale: la logica dell’apprendimento sociale e il modello dell’autoregolazione dell’uso di sostanze psicoattive.
Questi principi si collocano all’interno di quel cambio radicale di posizionamento dello sguardo sociale avviata già dagli anni ’80, ma molto più attiva in questo secondo millennio, da Norman Zinberg attraverso la triade: drug, set e setting che decentra lo sguardo dall’ossessione della droga mettendo a nudo l’influenza centrale delle leggi e delle influenze culturali (setting), delle motivazioni e specificità della persona nel loro intreccio con gli effetti delle sostanze (non più droghe nel loro significato demonizzante). E apprendimento sociale e autoregolazione sono componenti del setting in quanto pratiche sociali diffuse tra le persone che usano sostanze. Questi processi hanno contribuito a fare un salto di qualità alle pratiche di RdD e LdR in parte anch’esse influenzate dal modello patologico e, agli inizi, prevalentemente centrate a limitare i rischi e i danni intrinseci delle droghe, prendendo meno in considerazione le abilità e le competenze dei consumatori.
Anche in diverse realtà dei Servizi pubblici delle dipendenze, gli operatori hanno messo in atto pratiche concordate con le persone che usano droghe, prevalentemente implicite e poco consapevoli in quanto ostacolate dalla colonizzazione professionale del modello patologico, che hanno raggiunto obiettivi di autoregolazione e di maggiore funzionalità sociale e senza ricorrere a astratti schemi precostituiti e ideologici centrati sull’astinenza forzata intesa come liberazione da un demone.
Così come molte esperienze di residenzialità gestite dal Terzo Settore che sono andate oltre la nozione classica di comunità terapeutica recuperando più l’aspetto della comunità di persone e mettendo tra parentesi quello “terapeutico” stringendo alleanze con i consumatori, offrendo spazi transitori di accompagnamento, con schemi adattabili alle esigenze espresse e opportunità di apprendimenti secondo una pedagogia non oppressiva, in stretta sintonia con l’intero sistema dei servizi e frequentemente con le reti territoriali.
Questo è, in estrema sintesi, il retroterra complesso e variegato della realtà sociale e culturale dei servizi nella fase di passaggio verso un nuovo contesto disegnato da una nuova legge centrata sulla depenalizzazione e decriminalizzazione di tutte le condotte legate all’uso di droghe.

Verso un nuovo scenario liberato dalle pene e dagli stigmi

Nel nuovo scenario creato dalla legge si prevede un cambiamento dei costrutti di base. Se non è più reato usare droghe, chi usa droghe non sarà oggetto di alcuna attività di servizio, anche quando l’uso si intreccerà con le proprie difficoltà di vita legate alla fase di esistenza, a una condizione di svantaggio sociale, a momenti di crisi soggettiva, a sofferenze e disagi specifici, a cambiamenti drastici e dolorosi e spiazzanti, a difficoltà a rientrare da un uso più intensivo verso il proprio stile più equilibrato, queste circostanze, nella logica che stiamo seguendo, non saranno inquadrate come espressioni di una patologia né richiederanno, meccanicamente, l’intervento di un servizio. I servizi offriranno una prestazione solo se richiesto, in questo senso decentrati e per nulla pervasivi, si situeranno a fianco delle persone, presenti con discrezione nelle strade, nelle piazze nelle feste, aperti al dialogo, ad accogliere, disponibili ad accompagnare se necessario e lasceranno che le persone sperimentino e ricerchino da sé e supportati dai loro pari le soluzioni più naturali e conformi alle proprie esigenze.

Servizi meticci, interventi plurali, azioni diffuse nell’epoca dell’uso sicuro

Come si potrà configurare nel concreto, in questo nuovo scenario, il ruolo, la funzione e l’organizzazione conseguente di una strategia delle istituzioni sanitarie e socio-sanitarie oltre che sociali del welfare ?
I servizi si configureranno come “più deboli” e non dovranno rispondere all’esigenza di debellare un demone. Servizi “più leggeri” in quanto se l’uso di sostanze non è più proibito, chi usa dovrà essere letteralmente “lasciato in pace”, l’intervento si uniformerà alle esigenze espresse dalle persone, e dalle comunità di persone collegate. Le azioni si configureranno come supporti per riattivare le strategie di autoregolazione che non riescono a superare uno stallo e, se necessario, ampliarle e renderle più efficaci con nuovi apprendimenti.
E i servizi dovranno essere discreti, laterali, ma anche trasparenti e visibili in modo chiaro da essere utilizzabili al momento del bisogno. Una caratteristica strutturale della RdD che è alla base del principio universalistico pubblico di garanzia dei diritti alla salute e che va sotto il nome di bassa soglia. La bassa soglia non riguarda solo l’accesso ai servizi senza discriminazioni e al di fuori di passaggi diagnostici o di contratti di potere preliminari agli interventi, nella logica del legame debole ma più in generale l’utilizzabilità libera delle offerte dell’insieme servizi e la loro adattabilità alle esigenze delle persone e non viceversa. La bassa soglia così configurata è uno spazio di incontro diretto, possibile, visibile e trasparente e quindi libero che permette numerose e inedite modalità di erogazione di prestazioni: dall’informazione attiva, alla distribuzione senza vincoli di materiali sterili per l’uso, all’analisi delle sostanze, dalla facilitazione al supporto tra pari all’accoglienza in un drop-in anche per l’uso sicuro, fino ad accompagnamenti più stretti, consulenze e relazioni intense in contesti di servizio diversi, in una riedizione del concetto di cura, rivisitato attraverso la prospettiva della RdD, che recupera la sua funzione originaria, materna di accoglienza universale, indiscriminata ed empatica.
Appare chiaro che la riformulazione del modello dei servizi non può essere una semplice operazione ingegneristica ma richiede un processo complesso in un comune sforzo teso a evitare, come è già accaduto in altri settori, che nella concreta realizzazione dei nuovi principi si insinuino processi istituzionali e culturali tesi a deviare le nuove istituzioni verso nuovi dispositivi di controllo sociale e di stigmatizzazione

Il terzo settore e la dimensione pubblico-sociale

Dalle molteplici realtà delle strutture residenziali, alle esperienze di RdD/LdR, l’azione ricca e diffusa delle realtà del Terzo Settore ha promosso un ampliamento delle funzioni e dello statuto del pubblico configurando una dimensione di un pubblico-sociale che ha dimostrato di garantire in modo più compiuto il carattere universalistico tipico della realtà pubblica e la garanzia stessa dei diritti e dei LEA. In particolare ci riferiamo alle culture della prossimità con i fenomeni sociali, le competenze nella lettura dei cambiamenti nei territori, la flessibilità nelle attività e nell’adattamento ai cambiamenti organizzativi, le nuove professionalità sociali, educative, di animazione e di orientamento antropologico che arricchiscono e rendono reciprocamente più dinamiche e funzionali le competenze professionali tipiche dei servizi pubblici.

Alcuni elementi di base per una nuova prospettiva del sistema dei servizi nell’epoca della depenalizzazione.

  1. Di fronte a un fenomeno complesso, diffuso e articolato è necessario superare la logica del monoservizio, della gerarchia tra diverse tipologie di servizio e della separazione funzionale con le strutture accreditate.
  2. Si prevederà quindi un sistema dipartimentale pubblico diversificato di servizi, integrati e interagenti tra loro ma sufficientemente autonomi nelle loro funzioni secondo organizzazioni diversificate, con diverse professionalità. Servizi tendenzialmente mobili e servizi tendenzialmente fissi nel territorio, nessuno fermo in un luogo. Come uno di noi li ha definiti, in uno scritto precedente, servizi tendenzialmente nomadi e servizi tendenzialmente sedentari, come le fasi della vita delle persone. Secondo questa impostazione non si prevedono differenze di gerarchia, di azione e di orientamento tra i servizi come nel modello attuale (es. la RdD/LdR si occupa dei non motivati e i Servizi di cura dei motivati) ma tutti i servizi fanno riferimento alla logica della Riduzione del Danno intesa come prospettiva di promozione e tutela della salute delle persone che usano sostanze nella logica dell’autoregolazione e dell’apprendimento sociale.
  3. La denominazione più appropriata del sistema sarà Dipartimento per la Tutela della Salute delle Persone che Usano Droghe. Il termine dipendenza non farà parte del lessico comune e prevalente delle istituzioni per le persone che usano droghe considerato il cambio di prospettiva.
  4. Le tipologie di servizi saranno definite in relazione ai diversi modelli di uso e consumo, individuati attraverso lo schema funzionale di N. Zinberg: Droga, Set e Setting, e avranno una configurazione flessibile in relazione alle modificazioni che questi modelli tendono a presentare per la loro interazione dinamica con le evoluzioni dei mercati e delle stesse culture dell’uso (dei setting in generale). Si prevedranno allora servizi fissi di accoglienza e accompagnamento e di consulenza, centri diurni e drop-in, equipe mobili nei contesti del divertimento e equipe mobili nei luoghi del consumo di strada, postazioni via web, articolati in organizzazioni autonome. Una ibridazione delle culture verso servizi meticci. La legge individuerà gli standard di base che ogni ASL dovrà garantire. Abbiamo già proposto un metodo nel nostro documento sulla RdD nel corso della campagna nazionale “LEA la Riduzione del Danno è un diritto”. Tra i servizi previsti quelli a tutt’oggi considerati non leciti quali le stanze dell’uso sicuro o la somministrazione controllata dell’eroina. E la Conferenza Stato-Regioni stabilirà il criterio che ogni regione dovrà seguire per attuare gli standard di base uniformi per tutto il territorio nazionale e rimodularli in relazione alle caratteristiche specifiche dei territori di competenza anche in attuazione del DPCM del 2017 che ha introdotto la RdD nei LEA ma che, a tutt’oggi, rimane inattuato probabilmente anche a causa della contraddizione con il quadro legislativo, ma anche della scarsa motivazione dei governi nazionali e regionali. Un obiettivo importante che dovrà porsi questo circuito sarà la deistituzionalizzazione delle persone attualmente in trattamento farmacologico a tempo indeterminato nei servizi con la diagnosi di malattia cronica recidivante che ha segnato e bloccato a vita intere esistenze, liberandole da questi vincoli e catene istituzionali, restituendo loro il diritto a una vita normale e valorizzando le risorse e le competenze acquisite fino ad oggi tendenzialmente negate dal modello patologico-morale.
  5. I soggetti coinvolti. La presenza sempre più ampia e decisiva del Terzo Settore, nelle sue diverse articolazioni, richiede che siano ridefiniti i termini e le modalità della sua integrazione nel sistema pubblico secondo un criterio di stabilità e di pari dignità che deve essere sancito in modo preciso dalla legge e successivamente, in tempi definiti e non generici, recepito dalla conferenza Stato-Regioni. Per istituire tale principio si prevede un nuovo Sistema di Accreditamento che individui le diverse tipologie di strutture e attività candidate per l’accreditamento istituzionale. Tale sistema avrà la funzione, in particolare, di disciplinare un regime specifico e ben definito di accreditamento dei servizi territoriali basato sulla integrazione con le risorse pubbliche, che definisca gli strumenti e gli organismi specifici di garanzia e di attuazione della logica della cogestione. Anche l’accreditamento delle strutture residenziali dovrà prevedere una logica collaborativa di integrazione considerando tali realtà di servizi come una articolazione funzionale del sistema dipartimentale.
  6. La regia del governo del sistema del Dipartimento TuSaPUD dovrà prevedere quindi le aree della cogestione e le aree della verifica congiunta. In particolare si dovrà prevedere l’istituzione di un Organismo (Comitato Allargato o altro come previsto anche dall’Atto di indirizzo della Conferenza Stato-Regioni) di rappresentanza dei Responsabili Pubblici e del Terzo Settore che avrà le funzioni di definire lo schema organizzativo, di programmazione gestione e valutazione comune degli interventi. L’interfaccia istituzionale con le strutture della ASL e le verifiche istituzionali saranno curati dal Responsabile Pubblico nell’ambito dei rapporti ordinari codificati dagli atti aziendali. Il sistema non potrà interferire con l’autonomia del Terzo settore nella sua attività extra-istituzionale per cui non potranno essere poste limitazioni alle sue iniziative sociali e politiche.
  7. Gli Standard di base saranno ampliati, dimensionati e adattati in relazione al n. di abitanti e alla specificità del contesto in relazione alle caratteristiche del fenomeno su base territoriale (es. aree di maggiore organizzazione di grandi eventi musicali legali e non legali, movide diffuse, particolare presenza di aree di marginalità, di migranti e senza dimora, realtà urbane complesse, periferie con importanti processi di criminalità radicati sul territorio e così via).
  8. Considerata l’esigenza che un tale sistema abbia una tenuta e una stabilità nel tempo risulta necessario individuare una specifica quota percentuale da destinare al suo finanziamento, come già previsto per la Salute Mentale, che potrebbe essere individuata intorno al 3% della quota destinata ai PSR.
  9. Sarà opportuno attribuire un ruolo attivo ai Comuni nell’ambito dei Piani di Zona e più in generale di un welfare municipale che prevedano:
    – specifiche funzioni nella attivazione di risorse socio-assistenziali da integrare con i servizi dipartimentali da concordare territorialmente (formazione,-lavoro, sostegno e integrazione al reddito…)
    – l’integrazione con le reti assistenziali e di prossimità comunali (dormitori, mense, housing first, strutture abitative …) con specifici protocolli e accordi per rendere accessibili tali servizi alle persone che usano droghe.
    – la sottoscrizione di Accordi per garantire la sicurezza nei diversi contesti dell’uso.

Note bibliografiche essenziali

N. E. Zinberg: Droga,set e setting, le basi del consumo controllato di sostanze psicoattive, Edizioni Gruppo Abele, Torino , 2019
P. Cohen: Shifting the Main Purposes of Drug Control: from suppresion to regulation of use. Reduction of risks as the new focus of drug policy in International Journal of Drug Policy, 10, 1999
Cocaina , Il Consumo controllato: a cura di Grazia Zuffa , edizioni Gruppo Abele, Torino, 2010
Droghe e autoregolazione, note per consumatori e operatori, a cura di Grazia Zuffa e Susanna Ronconi, Ediesse, Roma, 2017
T. Decorte: Come si diventa un consumatore controllato,in Cocaina. Il consumo controllato op. cit.
S. Vecchio : Guarigione/remissione in L. Grosso, F. Rascazzi (EDS): Atlante delle dipendenze EGA, Torino, 2014
S. Vecchio : Verso un sistema flessibile, nomade e meticcio dei servizi per i consumatori di sostanze di sostanze psicoattive, in Medicina delle Dipendenze, n. 19, 2015
Progetto NAHRP : L’autoregolazione nel consumo di cannabis, a cura di Forum Droghe, www.fuoriluogo.it
Carta dei Diritti delle persone che usano droghe, www.itardd.org
LEA La Riduzione del Danno è un Diritto , le proposte delle associazioni, www.fuoriluogo.it