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SMASCHERATI I MITI SULLA MARIJUANA
Rivelazioni delle prove scientifiche
di Lynn Zimmer
Professore Associato di Sociologia
Quenns College, e
John P. Morgan
Docente di Farmacologia
City University Medical School

Settembre 1995

NOTA BENE: questo paper è poi stato sviluppato nel testo Marijuana. I miti e i fatti degli stessi autori, tradotto in italiano da Forum Droghe.

INTRODUZIONE

Fin dagli Anni Venti, i fautori del proibizionismo nei confronti della marijuana hanno esagerato sui pericoli della droga. In periodi diversi, si sono affermate pretese diverse, ma poche di esse sono state abbandonate. Anzi, molte della favole sulla “pazzia da fumo” usate per sollecitare il supporto alle prime leggi contro la marijuana continuano a comparire sulle pubblicazioni odierne del governo e dei media.

In un certo momento, nel corso degli Anni Settanta, sembrò che le indagini scientifiche cominciassero ad influenzare l’indirizzo politico del governo nei confronti della marijuana. A seguito di approfondite rassegne delle prove esistenti da parte di studiosi e di commissioni ufficiali, le sanzioni penali per i reati in materia di marijuana furono ridotte e parecchi stati si misero sulla strada della depenalizzazione. Tuttavia, in risposta alle preoccupazioni persistenti circa la tossicità potenziale della marijuana, il governo ha accresciuto i fondi per la ricerca scientifica, soprattutto attraverso il National Institute on Drug Abuse (NIDA) di nuova istituzione.

Probabilmente, gli studi più importanti degli Anni Settanta sono state tre vaste “ricerche sul campo”, effettuate in Grecia, Costa Rica e Jamaica. Tali studi, che miravano ad accertare l’impatto della marijuana a carico di consumatori nel proprio ambiente naturale, erano integrati da esami clinici ed esperimenti di laboratorio finalizzati a rispondere ai quesiti sulla marijuana che continuavano ad essere dibattuti nella letteratura scientifica. I dati di tali studi, pubblicati in numerosi volumi e riviste specializzate, riguardavano argomenti quali gli effetti della marijuana sul cervello, sui polmoni, sul sistema immunitario e su quello riproduttivo, il suo impatto nei confronti della personalità, dello sviluppo e degli
stati incentivanti, nonché nei confronti della potenzialità di assuefazione.
Anche se tali studi non rispondevano a tutte le residue questioni sulla tossicità della marijuana, essi suffragavano in generale l’idea che la marijuana fosse una droga relativamente innocua, non del tutto priva di danni potenziali, ma incapace di causare gravi danni alla maggioranza dei singoli consumatori o alla società. Negli anni successivi sono stati condotti ulteriori studi a migliaia, molti di essi finanziati dal NIDA, e nell’insieme essi asseverano il sostanziale margine di innocuità della marijuana. La nostra analisi di tale corpus di lavori rivela qua e là la presenza di uno studio che indica una maggiore tossicità di quanto non si pensasse in precedenza. Ma in quasi tutti tali casi, le metodologie rivelavano gravi carenze e i risultati non hanno potuto essere confermati da altri ricercatori.

Particolarmente a partire dagli Anni Ottanta, quando è incominciata la rinnovata guerra del governo federale contro la cannabis, sia i finanziamenti per la ricerca sulla marijuana, sia la divulgazione dei risultati sono divenuti altamente politicizzati. Anzi, il ruolo del NIDA sembra esser divenuto di servizio nella Guerra alle Droghe. Dozzine di affermazioni sulla tossicità appaiono nei suoi documenti, malgrado l’esistenza di moltissimi studi scientifici che confutano la loto validità. Nel contempo, vengono ignorati gli studi che non rilevano una grave tossicità.

Nelle pagine che seguono, prenderemo in rassegna le prove scientifiche collegate ai più eminenti pronunciamenti contro la marijuana.

Affermazione n. 1: Il consumo della marijuana aumenta ad un tasso allarmante.

Le notizie relative ad un lieve aumento dei consumi di marijuana, specialmente tra i giovani, vengono usate per convincere gli americani circa la necessità di una rinnovata campagna sui pericoli della droga per scongiurare una epidemia incombente.

I FATTI

In base alle indagini sulla popolazione effettuate dal governo, il consumo di marijuana ha cominciato a diminuire nel 1980, dopo oltre un decennio di costante aumento. Nel 1990, la tendenza alla discesa ha mostrato segni di rallentamento, ma il tasso di consumo è rimasto sostanzialmente inferiore a quello registrato negli Anni Settanta.

Ad esempio, nel gruppo di età 12-17 anni, il consumo di marijuana è stato pari a circa l’8% nel 1992, rispetto al 24,1 nel 1979. Nel gruppo di età 18-25 anni, esso è stato pari al 23% nel 1992, rispetto al 46,9% nel 1979.

Una indagine specifica sugli studenti della scuola superiore mostra una tendenza analoga, con tassi di consumo, negli Anni Novanta, ben al disotto di quelli rilevati negli Anni Settanta. Tuttavia, dopo aver toccato la punta minima nei 1992, essi sono cresciuti lievemente nei due anni successivi.

L’indagine relativa alla high school era stata originariamente concepita dal National Institute on Drug Abuse (NIDA) quale misura del consumo non patologico di droga. Essa è tuttora la misura attuale.

L’adolescenza è un periodo di sperimentazione che comprende, tra l’altro, il consumo di droga. La maggior parte dei consumatori adolescenti non si trasformano in tossicodipendenti. Anzi il maggior numero di essi, dopo qualche anno di sperimentazione, cessano del tutto l’uso di droghe illecite.
Probabilmente non sapremo mai perché i consumi di marijuana vanno su e giù nel tempo. Tuttavia è bene rilevare come il recente aumento si è verificato tra la medesima popolazione giovane che era stata esposta ad un decennio di campagna anti-marijuana nelle scuole e sui media. Tale campagna, basata su esagerazioni circa i danni della marijuana e su una ideologia all’insegna del “dite no e basta” è chiaramente fallita.

I giovani, e l’America in generale, devono conoscere le prove scientifica sulla marijuana se si vuole che assumano decisioni a ragion veduta circa l’uso personale della droga e circa il futuro della politica americana sulla droga.

Affermazione n.2: La potenza della marijuana è notevolmente cresciuta

L’affermazione secondo cui a partire dagli Anni Settanta si è verificato un aumento di 10, 20, 30 volte della potenza della marijuana viene usata per screditare precedenti studi che mostravano danni minimi provocati dalla droga, e per convincere i consumatori di tempi passati che la marijuana odierna è assai più pericolosa.

I FATTI

Da oltre 20 anni il Progetto di Monitoraggio della Potenza (PMP – Potency Monitoring Project) finanziato dal governo presso l’Università del Mississippi, studia i campioni di marijuana presentati dal funzionari delle forze dell’ordine degli Stati Uniti. I sequestri effettuati dalla polizia non sono mai risultati corrispondenti alla marijuana generalmente a disposizione dei consumatori in tutto il paese e, nel corso degli Anni Settanta, essi erano costituiti in prevalenza da “kilobricks”(lett. mattoni da un chilo) messicani di volume elevato e di bassa potenza.

Nel corso degli Anni Settanta, il PMP ha regolarmente dato conto delle medie di potenza inferiori all’1%, con un indice minimo dello 0,4% nel 1974. Mentre è possibile che le persone talvolta si siano procurata marijuana di potenza così ridotta, perché la droga divenisse popolare negli Anni Sessanta e Settanta, la maggioranza dei consumatori devono essersi riforniti regolarmente di marijuana con un più elevato contenuto di THC.

Fin verso la fine degli anni Settanta, i campioni del PMP non comprendevano tradizionalmente nessuno dei prodotti di cannabis di maggior potenza, come i germogli e la sinsemilla, anche se essi erano in vendita sul mercato al dettaglio. Quando la mutata prassi nel comportamento della polizia ne resero possibile il sequestro, le medie di potenze del PMP sono risultate più alte.

Ogni analisi autonoma sulla potenza, nel corso degli Anni Settanta ha riscontrato medie di THC più elevate di quelle del PMP. Ad esempio, i 59 campioni presentati ai PharmChem Laboratories nel 1973 avevano una media dell’1,62%; soltanto 16 (27%) contenevano meno dell’1% di THC, più della metà superavano il 2%, e circa un quinto raggiungeva oltre il 4%. Nel 1975, i campioni PharmChem oscillavano dal 2 al 5%, con punte massime fino al 14%, pari a circa 30 volte la media di 0.71 registrata dal PMP.

Dopo il 1980, sia il numero, sia la varietà dei sequestri ufficiali è aumentata in maniera spettacolare, migliorando le medie denunciate dal PMP, anche se esse continuano a basarsi sulla “convenienza” anziché su campioni “rappresentativi”.

Come indicato qui appresso, la potenza media è rimasta sostanzialmente immutata dai primi Anni Ottanta in poi:

Anche se la potenza è lievemente cresciuta rispetto agli anni Settanta, ciò non significa che il fumo della marijuana sia divenuto più pericoloso. Anzi, poiché il rischio primario per la salute derivante dalla marijuana viene dal fumo, prodotti di maggior potenza possono risultare meno pericolosi poiché consentono ai consumatori di raggiungere l’effetto voluto con una minore inalazione.

Affermazione n.3: La marijuana è una droga priva di valore terapeutico

Le proposte di legalizzazione della marijuana quale farmaco sono contraddette dalla dichiarazione circa l’esistenza di droghe più sicure e più efficaci, tra cui una versione di sintesi del delta-9-THC, ingrediente principale della marijuana.

I FATTI

Da migliaia di anni, in tutto il mondo, la marijuana è stata usata per il trattamento di una serie di affezioni.

Oggi, negli Stati Uniti, tale uso è proibito. Anche se trentasei Stati hanno approvato leggi che consentono l’uso della marijuana come medicina, la legge federale vieta loro di rendere legalmente disponibile la marijuana per i pazienti.

Numerosi studi dimostrano che la marijuana è efficace nel ridurre la nausea e il vomito, nell’abbassare la pressione intraoculare in caso di glaucoma, e nel ridurre gli spasmi e la spasticità muscolare. Oggi molti usano la marijuana per questi e per altri fini, malgrado il suo status illegale.

Le persone sottoposte a chemioterapia per il cancro hanno trovato che il fumo della marijuana è efficace contro la nausea, spesso più efficace dei farmaci in circolazione. Ben il 44% degli oncologi che hanno risposto ad un questionario, hanno dichiarato di aver suggerito l’uso della marijuana ai propri pazienti affetti da cancro; altri hanno affermato che la raccomanderebbero se fosse legalizzata.

La marijuana viene anche fumata da migliaia di pazienti affetti da AIDS per il trattamento della nausea e del vomito associati, sia alla malattia, sia alla terapia a base di droga AZT. Poiché stimola l’appetito, la marijuana contrasta anche le “perdite” relative all’HIV, in quanto consente ai pazienti affetti da AIDS di acquistare peso e di prolungarne la vita.

Nel 1986,una capsula sintetica di delta-9-THC (Marinol) è stata posta in vendita negli Stati Uniti quale antiemetico. Malgrado una qualche efficacia, tale prodotto presenta gravi inconvenienti, compreso il costo. Ad esempio, un paziente che assumesse tre capsule da 5 mgm al giorno, spenderebbe oltre 5.000 dollari l’anno per il Marinol. A confronto con il prodotto naturale inalato con il fumo, il Marinol ha anche alcune lacune di carattere farmacologico.

Poiché il THC somministrato in capsule orali entra lentamente nel circolo sanguigno, esso provoca più basse concentrazioni di siero per dose.

Il THC per bocca circola nel corpo più a lungo con concentrazioni efficaci, e una maggior parte di esso viene metabolizzato in composto attivo; quindi esso provoca più di frequente spiacevoli effetti psicoattivi.

Nei pazienti che soffrono di nausea, l’ingestione stessa di capsule può provocare il vomito.

In breve, il fumo di marijuana grezza è più efficace per la somministrazione del THC e, in taluni casi, può risultare più efficace.

La persistente illegalità della marijuana si basa più su considerazioni di natura politica che su deduzioni di carattere scientifico. Anche se negli Anni Settanta il governo ha finanziato una indagine sulle potenzialità terapeutiche della marijuana, il suo ruolo è divenuto quello di bloccare le nuove ricerche e di opporsi a qualsiasi modifica dello status legale della marijuana.

Affermazione n.4: La marijuana provoca affezioni polmonari

Spesso si sente dire che il fumo della marijuana contiene concentrazioni di irritanti talmente alte che il rischio che i consumatori di marijuana corrono di contrarre affezioni polmonari è uguale o maggiore a quello dei fumatori di tabacco.

I FATTI

Fatta eccezione per gli ingredienti psicoattivi, il fumo del tabacco e quello della marijuana sono pressoché identici. Dato che la maggioranza dei fumatori di marijuana inalano più profondamente e trattengono il fumo nei polmoni, può darsi che venga assunto un maggior quantitativo di materiale pericoloso per sigaretta. Peraltro, è il volume totale di inalazione di irritanti che conta, e non il quantitativo di ciascuna sigaretta.

La maggior parte dei fumatori di tabacco fuma più di dieci sigarette al giorno ed alcuni arrivano a quaranta e più. I fumatori regolari di marijuana di rado fumano più di 3-5 sigarette al giorno e la maggioranza di essi ne fuma molte di meno. Quindi l’ammontare di materiale irritante inalato quasi mai si avvicina a quello dei fumatori di tabacco.

I consumatori abituali di marijuana sono colpiti da sintomi di difficoltà respiratorie derivanti dal fumo, quali tosse cronica, catarro cronico ed asma. Tuttavia l’unico studio clinico in prospettiva non rivela aumenti del rischio di malattie polmonari gravi (bronchite cronica ed enfisema).

A partire dal 1982, ricercatori dell’Università di Los Angeles in California (UCLA) hanno effettuato analisi circa la funzione polmonare e le caratteristiche delle cellule bronchiali dei soli fumatori di marijuana, dei soli fumatori di tabacco, dei fumatori dell’una e dell’altro, e dei non-fumatori. Pur avendo rilevato modifiche nei soli fumatori di marijuana, esse sono risultate assai meno pronunciate rispetto a quelle riscontrate nei fumatori di tabacco.

La natura delle trasformazioni indotte dalla marijuana è anch’essa diversa, in quanto le modifiche si riscontrano principalmente nelle grosse vie respiratorie, non già in quelle piccole periferiche attaccate dal fumo del tabacco. Poiché è l’infiammazione di queste ultime che provoca la bronchite cronica e l’enfisema, i fumatori di marijuana non sono colpiti da tali affezioni.

Nel corso di una indagine epidemiologica, circa 1.200 soggetti hanno fornito dati sul fumo e sulla funzione polmonare ad intervalli di due anni. Una larga percentuale dei soggetti è stata sottoposta ad un test sulla funzione polmonare. Mentre un piccolo gruppo di persone che avevano fumato marijuana in precedenza rivelavano notevoli anormalità polmonari, i fumatori attuali di marijuana non rivelavano notevoli riduzioni delle funzioni polmonari.

Non esistono dati epidemiologici o clinici aggregati che inducano a ritenere che soltanto i fumatori di marijuana vengano colpiti da cancro del polmone. Tuttavia, poiché alcune modifiche delle cellule bronchiali appaiono pre-cancerose, è possibile un maggior rischio di cancro tra i fumatori abituali di marijuana.

Poiché i rischi polmonari associati al consumo di marijuana si riferiscono al fumo, il danno viene eliminato con altri metodi di assunzione. Per i fumatori incalliti, il rischio polmonare può essere ridotto con i prodotti di maggiore potenza, i quali consentono di ottenere gli effetti psicoattivi desiderati con una minore inalazione di irritanti. I fumatori potrebbero anche essere incoraggiati ad abbandonare l’inalazione profonda ed a non trattenere il respiro, che producono solo un lieve aumento dell’assunzione della droga. Infine, il rischio polmonare potrebbe essere ridotto se la marijuana venisse fumata in pipe ad acqua anziché sotto forma di sigarette.

Affermazione n.5: La marijuana debilita il funzionamento del sistema immunitario

Si è affermato in ogni sede che la marijuana accresce in maniera sostanziale il rischio dei consumatori di contrarre varie malattie infettive. Tale voce, sorta per la prima volta negli Anni Settanta, ha assunto una nuova importanza negli anni Ottanta, a seguito della pubblicazione di dati circa il consumo di marijuana da parte di persone affette da AIDS.

I FATTI

Lo studio principale che ha dato esca alla prima informazione circa i danni al sistema immunitario riguardava i preparati creati con cellule leucocitarie prelevate ai fumatori di marijuana ed i relativi controlli. Dopo aver esposto le cellule ai noti attivatori immuni, i ricercatori registravano un tasso inferiore di “trasformazione” in quelle prelevate ai fumatori di marijuana.

Peraltro, numerosi gruppi di scienziati che hanno usato tecniche analoghe, non hanno confermato i dati dello studio originario.

Anzi, uno studio del 1988 ha dimostrato un aumento della rispondenza quando i leucociti dei fumatori di marijuana venivano esposti ad attivatori immunologici.

Gli studi effettuati su animali di laboratorio hanno registrato il deterioramento del sistema immunitario a seguito di somministrazione di THC, ma solo a seguito di impiego di dosi estremamente elevate. Ad esempio, uno studio ha dimostrato un aumento nella infezione da herpes in roditori cui erano state impartite dosi da 100 mg/kg/ al giorno, una dose all’incirca 1000 volte superiore a quella necessaria per produrre un effetto psicoattivo negli esseri umani.

Non esistono studi clinici o epidemiologici che rivelino aumenti delle infezioni batteriche, virali o parassitarie tra i consumatori di marijuana. In tre vasti studi sul campo condotti, nel corso degli anni Settanta in Giamaica, Costa Rica e Grecia, i ricercatori non hanno riscontrato differenze nella suscettibilità alle malattie tra i consumatori di marijuana e i gruppi di controllo.
Il consumo di marijuana non fa aumentare il rischio di infezione da HIV, né accresce l’inizio o l’intensità dei sintomi nei pazienti di AIDS. Anzi, la decisione del FDA di approvare l’uso del Marinol (THC sintetico) per l’impiego nella sindrome da HIV si è basata sull’assenza di immunopatologia ascrivibile al THC.

Oggi, migliaia di persone affette da AIDS fumano giornalmente marijuana per combattere la nausea e stimolare l’appetito. Non esiste alcuna base scientifica a favore della affermazione che tale prassi comprometta il loro sistema immunitario. Anzi, la recente scoperta di un recettore cannabinoide periferico associato con il tessuto linfatico incoraggerebbe l’esplorazione aggressiva dell’uso potenziale del THC quale stimolatore del sistema immunitario.

Affermazione n.6: La marijuana danneggia la maturazione e la riproduzione sessuale

E’ stato detto che la marijuana interferisce con la produzione di ormoni associati alla riproduzione, provocando la possibile sterilità nei consumatori adulti e un ritardo nello sviluppo sessuale degli adolescenti.

I FATTI

Non esiste prova secondo cui la marijuana danneggia il funzionamento del sistema riproduttivo maschile.

Gli studi sul campo giamaicani e costaricani non hanno riscontrato differenze dei livelli ormonali tra i consumatori e i non consumatori di marijuana.

Nelle indagini epidemiologiche nei confronti dei consumatori di marijuana non sono emersi importanti problemi in ordine alla fertilità.

Nel 1974, i ricercatori hanno riferito una diminuzione di testosterone, una ridotta funzione sessuale e la presenza di cellule spermatiche anormali in maschi consumatori cronici di marijuana. In uno studio di laboratorio, gli stessi ricercatori hanno registrata un’acuta diminuzione di testosterone, senza però alcun effetto cronico dopo sei settimane di fumo; non sono stati valutati volume e qualità dello sperma. In altri studi di laboratorio, i ricercatori in genere non sono riusciti a ripetere tali risultati neanche somministrazione di altissime dosi di THC -fino a venti sigarette al giorno per trenta giorni- mentre un altro studio ha riscontrato una lieve diminuzione delle concentrazioni dello sperma. In tutti gli studi, i risultati dei test sono rimasti entro parametri normali e probabilmente senza conseguenze a carico della attuale fertilità.

Gravi conseguenze negative si sono anche verificate nei confronti di animali maschi di laboratorio, anche se solo con dosi quotidiane estremamente elevate di THC.

Dato più importante, in entrambi gli studi di laboratorio con esseri umani ed animali, tutti i mutamenti osservati si annullavano una volta smessa la somministrazione di THC.

L’affermazione secondo cui la marijuana danneggia il funzionamento del sistema riproduttivo femminile negli esseri umani non trova alcun conforto nella letteratura scientifica.

Gli studi epidemiologici non hanno rivelato una minor fertilità nelle donne consumatrici di marijuana, ed una recente indagine ha permesso di constatare la assenza di incidenza sugli ormoni sessuali femminili del consumo cronico di marijuana.

Gli studi sugli animali rivelano mutamenti ormonali e ovulazione depressa a seguito della somministrazione di dosi estremamente elevate di THC. Come avviene con i maschi, tali mutamenti scompaiono una volta completato l’esperimento. Inoltre, dopo la somministrazione per un anno intero di THC a scimmie, esse hanno sviluppato una tolleranza nei confronti dei suoi effetti ormonali ed hanno ripreso i cicli normali.

Quasi subito dopo la pubblicazione dei pochi studi sull’impatto della marijuana a carico degli ormoni riproduttivi, hanno fatto la loro comparsa moniti sul potenziale influsso della marijuana nei confronti dello sviluppo sessuale degli adolescenti.

A parte l’unico caso di un sedicenne fumatore di marijuana che non aveva raggiunto la pubertà, nulla si è verificato che abbia fatto pensare all’esistenza di una tale possibilità. In qualunque altro modo si possa considerare la marijuana come dannosa per gli adolescenti, essa non ritarda il loro sviluppo sessuale.

Affermazione n. 7: Il consumo di marijuana in gravidanza danneggia il feto

Una poderosa accusa nelle campagne antidroga è quella secondo cui i bambini sono permanentemente danneggiati dall’uso fatto dalle loro madri di droghe nel corso della gravidanza. Oggi si sostiene comunemente che la marijuana è la causa di difetti alla nascita e di deficit di sviluppo.

I FATTI

Numerosi studi hanno sostenuto il verificarsi di scarso peso alla nascita e di anormalità fisiche tra i neonati esposti in utero alla marijuana. Tuttavia, quando è stato effettuato il controllo di altri fattori che notoriamente incidono a danno dell’esito della gravidanza – ad esempio, età della madre, categoria socio-economica di appartenenza, e consumo di alcol e tabacco – è scomparsa l’associazione tra consumo di marijuana e conseguenze fetali negative.

Parecchi altri studi non hanno riscontrato impatti negativi dall’esposizione alla marijuana. Tuttavia, quando si riscontrano risultati negativi, essi vengono notevolmente reclamizzati, a prescindere dalla qualità dello studio.

Spesso si sostiene che il consumo di marijuana in gravidanza provoca la leucemia infantile. Alla base di tale affermazione è un unico studio in cui il 5% delle madri di minori leucemici hanno ammesso di aver consumato marijuana prima o durante la gravidanza. Un “gruppo di controllo” di madri con figli normali veniva quindi costituito e interpellato per telefono circa il precedente consumo della droga. Il tasso di consumo dello 0,5% è stato usato per calcolare un rischio di leucemia dieci volte più grande nei minori nati da consumatrici di marijuana. Dato che le indagini nazionali mostrano tassi di prevalenza della marijuana in ragione di almeno il 10%, le madri di tale “gruppo di controllo” quasi certamente devono avere denunciato un uso minore della droga ad estranei al telefono.

Pure usati quale prova del danno fetale provocato dalla marijuana sono due studi longitudinali, in cui i figli di consumatrici di marijuana sono stati sottoposti a ripetuti esami. Tuttavia ad una osservazione più attenta, gli effetti della marijuana appaiono essere minimi, se non addirittura inesistenti.

Dopo aver riscontrato un lieve deficit nella rispondenza visiva tra neonati esposti alla marijuana, non sono state evidenziate differenze a 6 mesi, a 12 mesi, a 18 mesi o a 24 mesi. All’età di tre anni, la sola differenza (previo controllo delle variabili capaci di indurre in confusione) è stata che i bambini di fumatrici “moderate” erano dotati di capacità psico-motorie superiori. All’età di 4 anni, i figli di consumatrici “pesanti” di marijuana (in media 18,7 sigarette la settimana) avevano un punteggio inferiore in una sola sotto-scala di un test standardizzato di sviluppo del linguaggio. A & anni di età quegli stessi bambini riportavano un punteggio inferiore in un solo compito computerizzato – quello che misurava la “vigilanza”. In decine di altre scale e sottoscale, non venivano riscontrate differenze di sorta.

In un altro studio, sono stati sottoposti a 10 test standardizzati bambini di 3 anni di età esposti e non esposti alla marijuana. I ricercatori non hanno riscontrato differenze nei punteggi finali. Peraltro, suddividendo il campione a seconda della razza, essi hanno rilevato – unicamente tra i bambini afroamericani- punteggi più bassi in una sola sotto-scala per quelli esposti nel primo trimestre e punteggi inferiori in una diversa sotto-scala per quelli esposti nel secondo trimestre.

Anche se è consigliabile avvertire le gestanti di astenersi dal far uso della maggior parte delle droghe – ivi compresa la marijuana – il peso delle prove scientifiche indica che quest’ultima ha poche conseguenze negative per il feto umano in fase di sviluppo.

Affermazione n.8: La marijuana provoca danni al cervello

Gli oppositori sostengono che la marijuana danneggia le cellule cerebrali e che tale danno, a sua volta, provoca la perdita della memoria, minorazioni della percezione e difficoltà nell’apprendimento.

I FATTI

La base originaria di tale affermazione è costituita da una relazione secondo cui, all’esame autoptico, sono stati riscontrati mutamenti strutturali in diverse regioni del cervello di due scimmie rhesus esposte al THC. Poiché tali mutamenti comportavano primariamente l’ippocampo, una regione corticale del cervello che svolge, come è noto, un ruolo importante nel campo dell’apprendimento e della memoria, tale risultato ha fatto pensare a possibili conseguenze negative nei confronti dei consumatori di marijuana.

Altri studi, effettuati su roditori, hanno riscontrato simili mutamenti cerebrali.

Tuttavia, per ottenere tali risultati, si è dovuto far ricorso a massicce dosi di THC -fino a 200 volte la dose psicoattiva per gli esseri umani. In realtà, studi nei quali la dose umana è risultata aumentata di 100 volte non hanno registrato alcun danno.

Nello studio pubblicato più di recente, le scimmie rhesus, mediante inalazione con maschera facciale, sono state esposte all’equivalente di 4,5 sigarette il giorno per una anno intero. Messe a morte dopo sette mesi, non sono state osservate alterazioni dell’architettura dell’ippocampo, delle dimensioni e del numero delle cellule, o della configurazione delle sinapsi. Gli autori concludono che:

“mentre degli effetti comportamentali e neuroendocrini sono stati rilevati nel corso della esposizione al fumo di marijuana nella scimmia, non sono stati riscontrati effetti neuropatologici e neurochimici dell’esposizione alla marijuana a distanza di 7 mesi dal regime di fumo della droga attuato nel corso di un anno.”

Quindi, a distanza di venti anni dalla prima relazione sul danno cerebrale in due scimmie esposte alla marijuana, l’affermazione circa il danno fisiologico alle cellule cerebrali è stato efficacemente contraddetto.

Non sono stati mai effettuati esami autoptici del cervello di esseri umani consumatori di marijuana. Tuttavia, numerosi studi hanno preso in esame l’effetto della marijuana sulle funzioni cognitive collegate con il cervello. Essi in gran parte usano un progetto sperimentale nel quale ai soggetti viene somministrata marijuana in un ambiente di laboratorio, e quindi vengono posti a confronto con i controlli in una serie di rilevazioni relative alla attenzione, all’apprendimento ed alla memoria.

In molti studi non sono state riscontrate differenze rilevanti. Esiste anzi una ricerca fondamentale che dimostra come l’intossicazione da marijuana non mette a repentaglio il recupero di informazioni apprese in precedenza. Tuttavia, esistono prove secondo cui la marijuana, particolarmente in dosi elevate, può interferire con la capacità dei consumatori di trasferire nuove informazioni nella memoria a lungo termine.

Mentre si è in generale d’accordo che, sotto l’influsso della marijuana l’apprendimento è meno efficiente, non esistono prove che i consumatori di marijuana – compresi quelli a lungo termine – soffrono di un impedimento permanente. Anzi, numerosi studi che mettono a confronto consumatori e non consumatori non rilevano differenze notevoli in merito all’apprendimento, alla memoria, o ad altre funzioni cognitive.

Affermazione n. 9: La marijuana provoca dipendenza

Si sente ora spesso dire che la marijuana provoca una profonda dipendenza e che ogni ulteriore aumento del consumo conduce inevitabilmente ad un aumento della tossicomania.

I FATTI

Sostanzialmente tutte le droghe vengono usate “a guisa di assuefazione” da alcune persone. Peraltro, perché una droga venga individuata come fonte di elevata dipendenza, devono esservi prove che un gran numero di consumatori risultano ripetutamente sconfitti nei loro tentativi di smettere l’uso e sviluppano modelli di consumo che interferiscono con le altre attività della vita.

Indagini epidemiologiche nazionali dimostrano che la grande maggioranza delle persone che sperimentano l’uso della marijuana non diventano consumatori regolari di essa.

Nel 1993, tra gli americani di oltre 12 anni di età , circa il 34% aveva fatto un qualche uso di marijuana nella loro vita, ma solo il 9% ne aveva assunta nell’anno precedente, il 4,3% nel mese precedente e il 2,8% nella settimana precedente.

Uno studio longitudinale su giovani adulti, in precedenza intervistati quando frequentavano la high school, ha registrato anch’esso una “alta percentuale di abbandono della marijuana. Mentre il 77% aveva fatto uso della droga, ben il 74% di essi non ne aveva fatto uso nell’anno precedente, e ben l’84% non ne aveva fatto uso il mese precedente.

Ovviamente, anche le persone che continuano a far uso di marijuana per parecchi anni o più non necessariamente divengono “dipendenti” da essa. Molti consumatori regolari – compresi quelli che ne fanno uso giornalmente – fanno un uso della marijuana che non interferisce con altre attività della vita, le quali ultime in alcuni casi possono risultarne migliorate.

Vi sono solo scarse prove che la marijuana produca dipendenza fisica e senso di privazione negli esseri umani.

Quando ai soggetti umani sono state somministrate dosi orali giornaliere di 180-210 mg di THC – l’equivalente di 15-20 sigarette al giorno – la brusca interruzione provocava sintomi negativi, tra cui insonnia, irrequietezza, nausea, perdita di appetito e sudorazione. I responsabili dell’esperimento hanno interpretato tali sintomi quale prova di dipendenza fisica. Tuttavia, essi hanno rilevato la natura relativamente lieve della sindrome e sono rimasti scettici circa il suo verificarsi quando la marijuana venga assunta in dosi ed in situazioni ordinarie. Anzi, quando alle persone è consentito di controllare i consumi, anche le dosi elevate non sono seguite da sintomi negativi di astinenza.

La sindrome da privazione è stata creata in animali di laboratorio successivamente alla somministrazione di dosi elevatissime. Di recente, nel corso di una conferenza svoltasi con il patrocinio del NIDA, un ricercatore ha descritto osservazioni inedite sui ratti pre-trattati con THC e poi sottoposti a dosi di un cannabinoide bloccante dei ricettori. Nessuna sorpresa che ciò abbia provocato una improvvisa privazione, attraverso il subitaneo blocco dei ricettori della droga. Tale risultato non ha rilevanza nei confronti dei consumatori umani i quali, una volta smesso l’uso, sperimentano una assai graduale rimozione del THC dai ricettori.

I più sfacciati divulgatori della capacità della marijuana di produrre assuefazione sono i fornitori di terapie i quali, in anni recenti, hanno incluso in misura crescente nei loro programmi i consumatori di marijuana, Il crescente ricorso a tecnologie per la individuazione della presenza della droga nei posti di lavoro, nelle scuole ed altrove ha anche dato luogo ad un gruppo d consumatori di marijuana che si autodefiniscono “tossicodipendenti” allo scopo di ricevere il
trattamento anzichè una punizione.

Affermazione n.10: Le emergenze sanitarie dovute alla marijuana sono in aumento

Quale prova degli effetti dannosi della marijuana, i fautori della messa al bando indicano gli spettacolari aumenti degli episodi da pronto soccorso dovuti alla ingestione della droga.

I FATTI

I dati raccolti dalla Drug Abuse Warning Network (DAWN) mostrano un recente aumento delle “denunce a carico della marijuana” da parte di persone che chiedono aiuto al pronto soccorso degli ospedali. Usando un modulo di una facciata, il personale del pronto soccorso registra “episodi di abuso di droga”, annota la presenza o l’assenza di alcol quale fattore accessorio, ed elenca fino a quattro droghe recentemente consumate dal paziente.

Sebbene la DAWN abbia iniziato la compilazione dei dati negli Anni Settanta, recenti modifiche delle procedure di registrazione, la selezione degli ospedali, e i metodi di stima statistica impediscono raffronti tra i dati raccolti precedentemente al 1988 con quelli registrati di recente. Quindi, la trattazione in merito alle tendenze nel pronto soccorso è limitata agli anni dal 1988 al 1993.

Il numero più basso di citazioni della marijuana, registrato nel 1990, è stato di 15.706 (7,1 citazioni su centomila abitanti) Il numero più alto è stato pari a 29.166 (12,7 su centomila abitanti), registrato nel 1993.

Sulla base di tali cifre, è stato annunciato un aumento dell’86%. Peraltro, se si prende come “anno-base” il 1988 – anno in cui le citazioni di marijuana sono state 19.962 – l’aumento si riduce immediatamente di oltre la metà al 42%.

Malgrado la marijuana sia la droga illecita usata più frequentemente di tutte al livello del pronto soccorso, essa rimane la droga illecita meno frequentemente citata.

Nel 1993, la marijuana figurava al 6,25% delle denunce, rispetto al 15,3% della cocaina ed al 9,8% dell’eroina. Anche le vendite come antidolorifico al bancone figuravano più spesso della marijuana con un totale del 9% del totale.

Per i giovani di età dai 6 ai 17 anni, erano più le citazioni della marijuana che quelle di eroina e cocaina, non già perché la marijuana sia più dannosa per loro, ma perché queste ultime droghe sono assai poco di frequente usate dai giovani. Nel predetto gruppo di età le citazioni di antidolorifici acquistati al bancone sono state sostanzialmente superiori a quelle per la marijuana. Mentre quest’ultima era pari al 6,48%delle denunce di droga da parte dei giovani, gli antidolorifici da bancone erano pari al 47%.

Rispetto alla popolazione totale, la marijuana non solo viene citata meno di frequente di altre droghe -passatempo, ma di rado è citata da sola. Nel 1992, in oltre l’80% degli episodi di abuso di droga relativi alla marijuana, veniva citata almeno un’altra droga; e in oltre il 40% venivano nominate due o più altre droghe.

Su 24.000 citazioni di marijuana nel 1992, oltre 13.000 vedevano coinvolti alcolici, e circa 10.000 la cocaina.

Malgrado i recenti aumenti delle denunce di marijuana, il pronto soccorso degli ospedali non risulta invaso da consumatori di marijuana in cerca di un medico. Nel 1992, su un totale di 433.493 denunce di droga, solo 4,464 -circa l’1% – si riferivano all’uso esclusivo di marijuana.

Affermazione n. 11: La marijuana produce una sindrome di demotivazione

Si sostiene che la marijuana abbia un effetto deleterio sulla società in quando rende i consumatori passivi, abulici, improduttivi, e incapaci ( o contrari) a far fronte alle proprie responsabilità.

I FATTI

Il concetto di una sindrome di demotivazione è comparso la prima volta verso la fine degli anni Sessanta, mentre il consumo di marijuana cresceva tra i giovani americani. Negli anni successivi, malgrado la mancanza di una definizione del concetto comunemente accettata, numerosi ricercatori hanno cercato di verificarne la presenza.

Studi su larga scala condotti tra gli studenti della high school generalmente non hanno riscontrato differenze nelle medie dei voti tra consumatori e non consumatori di marijuana. Uno studio ha registrato voti inferiori tra gli studenti ritenuti consumatori giornalieri di marijuana, ma gli autori non sono riusciti ad individuare un rapporto di causa ed hanno concluso che entrambi i fenomeni erano aspetti di un complesso di problemi sociali ed emotivi collegati.

In uno studio longitudinale degli studenti di college universitario, dopo aver controllato altri fattori, veniva riscontrato che i consumatori di marijuana riportavano voti più alti dei non consumatori ed avevano altrettanta possibilità di completare la loro formazione con successo. Un altro studio ha rilevato che i consumatori di marijuana nel college avevano migliori risultati dei non consumatori nelle scale standardizzate dei “valori di progresso”.

Studi sul campo, condotti in Giamaica, Costa Rica e Grecia, non evidenziavano prove di una sindrome di demotivazione tra le popolazioni di consumatori di marijuana.

In tali campioni di lavoratori maschi, i livelli educativi e professionali dei consumatori di marijuana erano, per la maggior parte, simili a quelli dei non consumatori. Anzi, in Giamaica, la marijuana veniva spesso fumata durante le ore lavorative quale incentivo alla produttività.

I risultati di studi di laboratorio sono stati quasi altrettanto coerenti.

In uno studio della durata di 94 giorni, la marijuana non ha avuto un rilevante impatto sull’apprendimento, sulle prestazioni o sulla motivazione.

In un altro studio di 31 giorni, i soggetti cui era stata distribuita la marijuana lavoravano un maggior numero di ore rispetto ai gruppi di controllo e consegnavano un ugual numero di gettoni al completamento dello studio.

Tuttavia, in uno studio canadese nel corso del quale si richiedeva ai soggetti del gruppo di marijuana di ingerire dosi particolarmente elevate, una qualche riduzione nell’efficienza sul lavoro veniva registrata nei giorni successivi alla intossicazione.

Indubbiamente, quando la marijuana viene consumata in modo tale da produrre una intossicazione pressoché costante, è probabile che altre attività e responsabilità vengano trascurate.

Tuttavia, il peso delle prove scientifiche induce a ritenere che non vi è nulla nelle proprietà farmacologiche della cannabis capace di alterare le attitudini, i valori o le abilità delle persone nei confronti del lavoro.

Affermazione n.12: La marijuana è una causa importante di incidenti stradali

L’impatto negativo dell’alcol sulla sicurezza stradale è stato ben documentato. Gli oppositori della marijuana sostengono che anch’essa provoca notevoli menomazioni e che ogni aumento nel suo uso porta ad un maggior numero di incidenti e di morti sulle strade.

I FATTI

Ingerita in forti dosi, la marijuana probabilmente provoca menomazioni nella capacità di guida alla maggioranza delle persone. Tuttavia non è provato che la marijuana nei modelli di consumo correnti, contribuisca sostanzialmente al numero degli incidenti automobilistici in America.

Numerosi studi hanno ricercato prove della presenza di droghe nel sangue o nelle urine dei conducenti coinvolti in incidenti mortali. Essi hanno tutti riscontrato la presenza di alcol nel 50 0 più per cento dei casi. Assai meno frequente è la presenza di marijuana. Inoltre, nella maggioranza dei casi in cui è stata rilevata tale presenza, è risultato presente anche l’alcol.
Ad esempio, un recente studio promosso dalla U.S. National Highway Traffic Safety Administration (NHTSA), che ha comportato l’analisi di circa 2.000 incidenti mortali, i conducenti riscontrati positivi per la marijuana sono stati del 6,7% In più dei due terzi di questi ultimi casi, era presente l’alcol, che può essere stato il principale responsabile dell’esito fatale.

Per valutare accuratamente il contributo della marijuana agli incidenti mortali, il tasso positivo tra i conducenti morti dovrebbe essere messo a confronto con il tasso positivo di un campione casuale di guidatori non coinvolti in incidenti fatali. Poiché il tasso di consumo di marijuana del mese precedente per gli americani al disopra dell’età legale per la guida è pari a circa il 12%, in un dato giorno qualsiasi una notevole proporzione di tutti i conducenti risulterebbe positiva, particolarmente perché i metaboliti della marijuana restano nel sangue e nell’urina molto dopo la fine degli effetti psicoattivi.

Uno studio recente ha accertato che un terzo di coloro che vengono fermati per “guida pericolosa” tra le 7 del pomeriggio e le 2 del mattino – soprattutto giovani di sesso maschile – sono risultati positivi per la sola marijuana. Per poter essere significativi, i risultati di tali test dovrebbero esser posti a confronto con quelli di un gruppo di controllo equivalente di guidatori.

Un numero di studi di simulatori di guida ha dimostrato che la marijuana non produce il tipo di menomazione psicomotoria evidente anche con modesti quantitativi di alcol. Anzi, in un recente studio della NHTSA, il solo esito statisticamente rilevante collegato alla marijuana è risultato la diminuzione della velocità.

Un recente studio sulla effettiva capacità di guida sotto l’influenza della cannabis – impiegando il medesimo protocollo usato per provare il potenziale di menomazione delle droghe medicinali – ha valutato l’impatto del placebo e di tre dosi attive di THC in tre prove di guida, una delle quali nel traffico urbano di alta densità.

Una menomazione correlata alla dose è stata è stata osservata a carico della capacità dei conducenti di mantenere una posizione laterale costante. Tuttavia, anche con la dose più alta di THC, la menomazione era relativamente inferiore – simile a quella osservata con concentrazioni di alcol nel sangue comprese tra lo 0.03 e lo 0.07% e numerose medicazioni legali. I conducenti sotto l’influsso della marijuana tendevano inoltre a guidare più lentamente e ad accostarsi con maggior cautela ad altre autovetture.

Pur dando atto di alcuni limiti del presente studio, gli autori concludono che “il THC non è una droga altamente menomatrice”.

Affermazione n.13: La marijuana è la “via di accesso” all’uso di altre droghe

I fautori della proibizione della marijuana sostengono che, anche se la marijuana di per sé provoca un danno minimo, essa è pericolosa perché conduce all’uso di “droghe più pesanti” come l’eroina, l’LSD e la cocaina.

I FATTI

La maggior parte dei consumatori di eroina, LSD e cocaina hanno fatto uso di marijuana. Tuttavia, la maggioranza dei consumatori di marijuana non fanno mai uso di un’altra droga illegale.

Nel corso del tempo non si è verificato un rapporto coerente tra i modelli di consumo delle varie droghe.

Mentre l’uso di marijuana aumentava, negli Anni Sessanta e Settanta, diminuiva quello dell’eroina. E quando i consumi di marijuana decrescevano nel corso degli Anni Ottanta, l’uso di eroina rimaneva pressoché stabile.

Nel corso degli ultimi 20 anni, mentre i tassi di consumo della mariana erano fluttuanti, l’uso di LSD rimaneva immutato.

L’uso di cocaina aumentava nei primi Anni Ottanta mentre regrediva quello della marijuana. Verso la fine degli Anni Ottanta, sia la marijuana, sia la cocaina decrescevano. Nel corso degli ultimi anni, la cocaina ha continuato a scendere mentre l’uso della marijuana è lievemente aumentato.

Nel 1994, meno del 16% degli studenti degli ultimi anni della high school che avevano provato la marijuana avevano provato anche la cocaina nella percentuale minima mai registrata. Anzi, come indicato qui di seguito, la proporzione di consumatori di marijuana che accedevano alla cocaina è diminuita costantemente a partire dal 1986, quando veniva registrato un massimo di oltre il 33%.

Proporzione dei consumatori di marijuana i quali hanno avuto accesso alla cocaina
Studenti degli ultimi anni della high school, 1975-1994

In breve non esiste un inevitabile rapporto tra l’uso della marijuana e le altre droghe. Tale fatto è suffragato dai dati provenienti da altri paesi. In Olanda, ad esempio, sebbene la prevalenza della marijuana tra i giovani sia aumentata nel corso dell’ultimo decennio, l’uso di cocaina è diminuito e resta notevolmente al disotto nei confronti degli Stati Uniti. Mentre all’incirca il 16% dei giovani consumatori di marijuana negli Stati Uniti ha provato la cocaina, la cifra paragonabile per i giovani olandesi è l’1,8%. In realtà, l’indirizzo della politica olandese nel consentire l’acquisto palese di marijuana in “caffè” sottoposti alla vigilanza governativa, aveva lo scopo specifico di separare i giovani consumatori di marijuana dai mercati clandestini dove vengono spacciate eroina e cocaina.

Affermazione n.14: La politica olandese sulla marijuana è fallita

Mentre gli americani contrari alla proibizione della marijuana spesso indicano l’Olanda quale modello per una politica alternativa, i proibizionisti sostengono che la permissività olandese ha avuto conseguenze disastrose, ivi compresa la escalation dei consumi di droga tra i giovani.

I FATTI

Nel 1976, a seguito delle raccomandazioni formulate da due commissioni nazionali, il governo olandese ha riveduto numerosi aspetti della propria politica in materia di droga. Pur non legalizzando la marijuana esso ha adottato un “principio di convenienza” che disponeva che la polizia e i giudici ignorassero le vendite al minuto agli adulti purché le circostanze della vendita non costituissero un disturbo per il pubblico.

Tale mutamento di indirizzo era basata su molteplici fattori, tra cui:

– un principio di tolleranza verso modelli di vita alternativi;
– la constatazione che, rispetto ad altre droghe illegali, la marijuana pone un rischio limitato per i consumatori;
– il desiderio di proteggere i consumatori di marijuana dalla emarginazione che si accompagna all’arresto ed al giudizio;
– la convinzione che la separazione dei mercati al minuto delle droghe “leggere” e “pesanti” riduce la possibilità che i consumatori di marijuana sperimentino la cocaina o l’eroina.

A seguito del mutamento di indirizzo, le vendite di marijuana sono comparse apertamente nei caffè i quali sono tenuti ad osservare una serie di norme, ivi compreso il divieto di pubblicità, la vendita di non più di 30 grammi per volta, ed una età minima per l’acquisto di anni 18. La vendita di altre droghe nei locali è rigorosamente vietata, e costituisce motivo di chiusura immediata ad opera della polizia. I funzionari locali sono stati anche autorizzati ad emanare norme aggiuntive per la protezione degli interessi della comunità tra l’altro, ad esempio, attraverso la limitazione del numero dei caffè concentrati in una singola zona.

Dopo la liberalizzazione il consumo di marijuana è aumentato nei Paesi Bassi, anche se i tassi restano simili a quelli dei paesi confinanti europei, e sono generalmente più bassi di quelli degli Stati Uniti.

Mentre i tassi di consumo di marijuana sono aumentati in Olanda, i tassi di consumo di cocaina non lo sono, il che indica che la separazione dei marcati della droga “leggera” da quelli delle droghe “pesanti” ha impedito che si sviluppasse un “effetto di via di accesso”. Nel 1992, circa l’1,5% dei giovani dai 12 ai 18 anni aveva provato la cocaina e solo lo 0.3% ne aveva fatto uso il mese precedente.

Sebbene esistano alcuni critici olandesi della politica di liberalizzazione della marijuana adottata nel paese, la posizione ufficiale del governo resta decisamente a favore della iniziativa del 1976 che ha portato alla depenalizzazione del possesso e della vendita al minuto.

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    Aggiunto in data: 3 Giugno 2017 17:17 Dimensione del file: 76 KB Download: 272