“In carcere: del suicidio ed altre fughe” (Edizioni Ristretti, 2009; pag. 416; 15 euro ) di Laura Baccaro, psicologa criminologa, e Francesco Morelli, curatore per “Ristretti Orizzonti” del dossier “Morire di carcere”, racconta tutto quello che oggi si sa sul suicidio e sull’autolesionismo dei detenuti, ma anche quello si vorrebbe evitare di sapere.

Perché, come ricordano gli autori nell’introduzione, citando Baudrillard, il tabù della morte auto-provocata è forte. Figuriamoci, poi, se il suo scenario è un luogo a sua volta oggetto di rimozione, come il carcere, dove il tasso dei suicidi è venti volte superiore a quello della popolazione libera.

“Ristretti Orizzonti” pubblica da anni il dossier “Morire di carcere”. Emergono dati nuovi sul fenomeno del suicidio in carcere da una visione d’insieme?

Francesco Morelli. Ho iniziato a curare il Dossier nel 2002: otto anni sono forse un periodo di tempo breve per “misurare” dei cambiamenti in un fenomeno sociale, sia pure estremamente specifico come quello dei suicidi in carcere. Tuttavia alcune “tendenze” mi pare si stiano evidenziando: l’aumento dell’età media dei detenuti suicidi; l’aumento del tasso di suicidio tra i detenuti stranieri; l’aumento dei suicidi tra i detenuti sottoposti a regimi “differenziati” (A.S., 41-bis).

Le prima tendenza può trovare forse una spiegazione nel fatto che alcune “categorie” di detenuti stanno progressivamente invecchiando (ad esempio i tossicodipendenti da eroina), mentre le altre due a mio parere sono il sintomo di una crescente disperazione (intesa come perdita della speranza di tornare alla vita libera) che si sta diffondendo specialmente in alcuni “gruppi sociali” di detenuti.

Gli stranieri hanno il futuro segnato dalla inevitabile espulsione e dalle paure e vergogne legate al ritorno “da sconfitti” nel paese di origine, mentre i “differenziati” (soprattutto se ergastolani), non vedono altro futuro se non quello di invecchiare e morire in carcere, quindi a volte preferiscono darsi la morte per evitare ulteriori sofferenze “inutili”… non essendoci una prospettiva di uscita dal carcere.

Quali strumenti hanno gli operatori, realisticamente, oggi, in un carcere sovraffollato e con poco personale per prevenire i suicidi?

Laura Baccaro. Già in condizioni “normali”, quale può essere normale un carcere, è difficile prevedere il punto di “non ritorno” di un soggetto, vedere quando le sue r-esistenze sono finite, quando la resilienza è diventata solo un termine tecnico, figuriamoci in queste condizioni di sopravvivenza cosa può fare un operatore! Non è un alibi per non fare ma la desolata constatazione che poco si riesce a fare.

Gli strumenti a disposizione sono quelli di sempre (sezione nuovi giunti, colloquio, ecc) ma è la applicazione di questi che viene resa precaria dall’aumento della popolazione carceraria che riduce il tempo a disposizione anche solo per “vedere” il detenuto.

Cosa si può fare? Il lavoro in equipe, non solo nell’ottica dell’equipe del trattamento, può diventare una forza nel momento in cui serve a mettere in comune informazioni sul “clima” generale dell’istituto e per individuare le aree o le sezioni di maggiore criticità ove indirizzare le scarse risorse. Un operatore nel momento in cui si sente da solo nel lavoro è impotente, quale realisticamente è. Lavorare in gruppo aumenta in modo esponenziale le conoscenze di ognuno in quanto condivide le proprie osservazioni su detenuti diversi. Forse andrebbero ripensati i ruoli e rivalutate le competenze di tutti i membri in un’ottica di comunità quale è appunto il carcere.

L’ossessione securitaria, il clima socio politico del momento, gli interventi realizzati e annunciati dal governo in materia di sicurezza,in particolare quelli sulla legge Gozzini, possono avere una relazione sul comportamento suicidiario?

Laura Baccaro. Chiaramente il clima politico esterno di ossessione securitaria aumenta la disperazione dei ristretti: è un momento in cui i detenuti oltre a veder peggiorare di giorno in giorno le condizioni di vita a causa dell’aumento vertiginoso degli ingressi, con celle stipate e turni per stare in branda, vedono stringersi sempre di più le possibilità di uscire a causa della diminuzione della concessione di misure alternative e aumentare le possibilità di rientrare in galera. Non hanno possibilità.

La parola speranza per loro è solo l’ennesima bugia, non ha alcun valore nelle condizioni di vita in cui vivono. In queste situazioni sentono di non avere nulla da perdere: chi non ha nulla può permettersi di perdere la sola cosa che ha, cioè quella vita lì, in quelle condizioni e con quel tipo di futuro segnato.

Perché le politiche securitarie non promettono nulla di buono neanche a chi esce… e neppure a chi è temporaneamente “fuori” perché il governo “produce” sempre nuovi tipi di reato punibili esclusivamente con la reclusione. D’altro canto le politiche senza speranza “stanno suicidando” sempre più gli emarginati e i poveri, gli immigrati e i deboli, quelli che “hanno il futuro di dietro”.

Non dimentichiamo anche che tutte le politiche di sicurezza legittimano e, spesso, auspicano, l’uso della forza e dell’aggressione per il cosiddetto “bene comune” e l’autoaggressione suicidaria è il culmine nell’applicazione di queste strategie sociali di morte.