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Due passi avanti e due indietro per la cannabis legale nella manovra finanziaria di fine anno, appena approvata dal Congresso Usa (e firmata in legge da Trump). Pur nell’avvio della riforma nazionale con il primo Sì della Commissione Giustizia della Camera al MORE (Marijuana Opportunity, Reinvestment and Expungement) Act, alcune norme minori ma significative passate dalla maggioranza democratica sono state derubricate dalla versione finale al Senato.

Si trattava innanzitutto di garantire la tutela delle attuali legislazioni pro-cannabis a livello statale e tribale contro possibili interferenze federali – tutela che rimane soltanto per i programmi terapeutici, come già confermato ogni anno dal 2014 in poi. Eliminata anche la disposizione che tutelava le banche che servono il mercato della marijuana legale. E la municipalità di Washington, D.C. dovrà aspettare ancora per investire denaro pubblico nell’implementazione della vendita al minuto, pur se la legalizzazione è entrata in vigore nel febbraio 2015.

Erano perciò questioni prettamente business in linea con la manovra in esame e assai utili per incentivare il mercato legale, soprattutto quella rispetto alla tutela degli istituti di credito coinvolti nel settore. A tutt’oggi infatti la gran parte dei negozi locali sono costretti a usare solo il contante nel commercio al dettaglio, con le inevitabili precauzioni di sicurezza, e quelli che accettano carte di credito ricorrono a intermediari non garantiti e/o basati offshore.

Sul fronte positivo, il rapporto allegato alla stessa manovra finanziaria include alcune disposizioni mirate a stimolare la ricerca scientifica, in particolare rispetto all’hemp e al CBD. I parlamentari hanno chiesto al National Institute on Drug Abuse (NIDA) di condurre un’inchiesta sulle “barriere alla ricerca derivanti dell’attuale classificazione sulle droghe”, in particolare riguardo alle sostanze incluse nella Tabella I come la cannabis.  Oltre a incoraggiare le autorità sanitarie a “considerare nuovi investimenti per studiare gli effetti terapeutici e tossicologici di cannabidiolio e cannabigerolo”, il documento propone lo stanziamento di almeno un milione di dollari per la ricerca su CBD e kratom come alternative agli oppioidi. Si dà infine mandato alla Food and Drug Administration (FDA) di fare indagini nell’attuale mercato del CBD per “individuare prodotti adulterati o con etichette inaccurate”, informandone i legislatori entro 180 giorni.

Separatamente sono stati inoltre stanziati 16,5 milioni di dollari per incentivare la coltivazione dell’hemp (ovvero piante con un massimo di 0,3% di THC) nell’ambito del Farm Bill 2018, che ne ha legalizzato la coltivazione e i prodotti derivati. Un ulteriore milione  di dollari andrà a coprire i premi  assicurativi per danni ai raccolti.  Tutto ciò conferma l’impegno soprattutto repubblicano per un settore che è tradizionalmente forte in Stati rurali come il Kentucky, rappresentato dal Presidente del Senato Mitch McConnell, che ha spiegato:  “Questi stanziamenti federali contribuiranno a fare in modo che l’hemp venga trattata al pari di qualsiasi altro bene legale”.

Va da sé che questi alti e bassi, quantomeno a livello federale, risentono del tortuoso l’impeachment di Trump in corso, un vero e proprio dramma che va consumando l’attività politica e l’attenzione generale. Rimane tuttavia la tendenza generale e il sostegno dei cittadini verso la netta riforma del fallimentare modello proibizionista. Lo conferma un fresco sondaggio in  New Mexico: il 73% degli elettori approva la marijuana ricreativa, e il  52% la chiede con forza.  Un netto incremento rispetto al già notevole 61% registrato tre anni fa, e in sintonia con la volontà della governatora democratica e degli stessi legislatori che, dopo averla mancata per un pelo l’anno scorso, stavolta dovrebbero approvare la misura nella sessione annuale al via il 21 gennaio 2020.

Nel complesso, dunque,  prosegue l’approccio Usa verso forme di regolamentazione. E quel che più conta, evitando ribaltoni nostrani come la “non ammissibilità” del subemendamento nella legge di Bilancio al Senato che avrebbe dato certezza di legalità a tutta la filiera della cosidetta cannabis light, cioè un prodotto che non contiene più dello 0,5% di THC. Un anacronistico ritorno della caccia alle streghe che riposiziona l’Italia fuori dal tempo e dalla comunità internazionale.