La dimensione antropologica dell’assunzione voluttuaria delle sostanze psicoattive è particolarmente attraente per chi studi l’attività comportamentale di queste sostanze. Essa permette infatti di investigare l’influenza del contesto sugli eventi psicofarmacologici, secondo l’assai felice formula substance, set and setting (1), intendendosi con essa l’interazione tra il farmaco, il soggetto con la sua costituzione biologica e il suo vissuto (set), e il contesto nel quale l’assunzione avviene (setting). È chiaro che per la nostra specie il contesto è prima di tutto l’ambiente socio-culturale che informa le scelte e i comportamenti del soggetto assuntore. È importante notare subito che l’interazione tra substance e setting non è unidirezionalmente dettata da fattori culturali pre-esistenti; la sperimentazione degli effetti psicofarmacologici della sostanza può creare infatti setting affatto nuovi generando norme che, attraverso meccanismi di apprendimento adattativo, determinano equilibri stabili e auto-rinforzanti di consumo.
Certamente, le modalità di assunzione di bevande alcoliche si prestano ad essere analizzate secondo il modello di substance, set and setting.
Un buon punto di partenza per tale analisi è l’algoritmo di nocività delle sostanze psicoattive di potenziale abuso recentemente sviluppato da David Nutt e che conglomera, per ogni sostanza, i relativi indici di danno organico, comportamentale e sociale (2). Se, come fa Nutt, si confronta la posizione delle singole sostanze nella scala così derivata con quella ad esse assegnata dalla legislazione britannica, ben risaltano le incongruenze così ampiamente dibattute circa l’accanimento legale verso sostanze che tanto pericolose non sono (vedi cannabis ed estasi).
Tutto ciò è ampiamente noto e non richiede ulteriori commenti; ciò che invece merita riflessione è la posizione «alta» che l’alcol occupa nella scala di Nutt, poco al di sotto di eroina e cocaina. A prima vista, questa posizione dell’alcol fornisce un ulteriore ed apparentemente inoppugnabile argomento ai sostenitori della mera convenzionalità del controllo legale dell’uso delle sostanze psicoattive: se infatti la cannabis e l’estasi sono legalmente sopravvalutate a fronte della loro relativamente scarsa nocività, all’alcol si concede ben maggior libertà di consumo malgrado la sua incontestabile dannosità per l’individuo e la società. Il controllo legale delle sostanze psicoattive avrebbe pertanto basi largamente estranee al fine dichiarato della protezione della salute del cittadino, ma facilmente confutabili ad una verifica farmacotossicologica.
La posizione privilegiata dell’alcol potrebbe derivare dalla lunga consuetudine con esso, dall’estrema lentezza delle cose per cui i rituali persistono quando gli dei sono morti da un pezzo: da troppo poco tempo il sapere scientifico avrebbe infatti ucciso il dio alcol perché i suoi riti possano essersi già dissolti.
Ma, possiamo esserne certi, prima o poi il comportamento astemio prevarrà; per ora accontentiamoci del progressivo montare del comportamento sobrio, come lascia supporre il declino di consumo alcolico pro-capite che ha caratterizzato, almeno in Europa occidentale, gli ultimi decenni (in Italia si è scesi dai 13 litri di alcol puro del 1981 ai 7,6 del 2003).
Le cose sono tuttavia più complicate di quanto non lasci intendere il ragionamento fin qui condotto.
Innanzitutto non è irrilevante il fatto che i fermentati alcolici presentino una pressoché indefinita gammadi proprietà organolettiche attorno alle quali si sono esercitati fino dall’antichità i gusti dei bevitori. Èappena il caso di notare che ciò non ha corrispettivi nel consumo voluttuario di altre sostanze psicoattive.
In secondo luogo, l’ossidazione dell’alcol produce energia e la sua assunzione ha quindi un valore alimentare che, ai bassi dosaggi, non è tale da indurre le carenze alimentari che affliggono il forte bevitore.
Se si considera che oggi sappiamo che a questi stessi dosaggi l’alcol svolge azioni cardiovascolari protettive ritenute responsabili dell’allungamento della speranza di vita rilevato nei bevitori sobri (3), abbiamo un argomento molto serio per dicotomizzare l’alcolrispetto alla componente organica dell’algoritmo di danno elaborato da Nutt. È tuttavia improbabile che le proprietà organolettiche ed alimentari possano da sole spiegare perché all’alcol è riservata una collocazione privilegiata nello statuto prevalentemente proibizionista dell’uso voluttuario di sostanze psicotrope.
È alla psicofarmacologia che dobbiamo rivolgerci per ottenere risposta a questa domanda e alla fine del ragionamento apparirà chiaro che l’alcol si comporta in maniera dicotomica anche nel caso della componente sociale dell’algoritmo di Nutt.
Innanzi tutto l’alcol presenta un ventaglio di proprietà psico-comportamentali ben più ampio di quanto non mostrino le altre sostanze psicoattive d’abuso prese in considerazione da Nutt. Per quanto vasto e policromo, questo ventaglio può essere tuttavia suddiviso in due aree principali, approssimativamente separate dal livello di alcolemia che distingue lo stato sobrio da quello dell’ebbrezza. La prima area comprende gli effetti che, in senso lato, facilitano la socializzazione: abbattimento dell’ansia sociale, facilitazione della comunicazione verbale e non, euforia. La seconda comprende invece gli effetti antisociali: ostilità e aggressività, distorta percezione dei messaggi verbali e non verbali provenienti dagli interlocutori, errata valutazione delle conseguenze delle proprie azioni: la cosiddetta «miopia alcolica».
Il punto importante è che, come vedremo, il passaggio dalla prima area alla seconda può essere impedito o posticipato da una opportuna scansione della frequenza di assunzione. È appena il caso di notare che tale discriminazione posologica è assai più difficile, se non impossibile, per le altre sostanze psicoattive di uso voluttuario. Possiamo a questo punto porre la tesi che cercherò qui di dimostrare: sulle peculiarità farmacologiche dell’alcol si sono fondate nel Mediterraneo antico due differenti culture del bere, di una delle quali, quella greca, il nostro atteggiamento verso l’alcol è diretto erede (4).
La prima di queste culture è quella del Medio Oriente antico che si estende dalla Mesopotamia, all’Egitto, alle società della costa sud-orientale del Mediterraneo. Premesso che è quella cronologicamente e, forse anche geograficamente, più prossima alle origini neolitiche della fermentazione alcolica controllata, sorprende, nell’esame delle fonti letterarie lasciate da quelle lontane civiltà, la modalità d’assunzione, ai nostri occhi, assolutamente scriteriata con la conseguenza di inevitabili, colossali sbornie.
Ubriacandosi gli dei, i sovrani e i personaggi mitologici, ne consegue che non vi è alcunché di riprovevole in tale smodato comportamento. Nel caso degli dei, le narrazioni, a volte esilaranti, di tali sbornie ci raccontano che addirittura esse avevano effetti benefici, poiché, per loro merito, l’universo simbolico di quelle popolazioni si ampliava con la creazione di nuove divinità. È stato ampiamente documentato che nel caso dei sovrani, così come per qualsiasi maschio adulto al vertice della comunità di appartenenza, il raggiungimento dell’ebbrezza alcolica esprimeva il privilegio della propria condizione di comando.
Non è quindi casuale che la bevanda alcolica fosse assunta in solitudine, come ci mostra una immagine del re assiro Assurbanipal che beve solitario, la regina più in basso, mentre il potere del sovrano è ulteriormente sottolineato dalla testa mozzata del re sconfitto che pende dal palmizio. Ancora nel primo secolo a.C., il geografo e filosofo Posidonio poteva osservare che tra i Parti il sovrano sedeva solitario al banchetto, quasi come un semi-dio. Certo, vi erano delle palesi contraddizioni tra il potere che conduceva al privilegio dell’ebbrezza alcolica e l’incapacità comportamentale generata dall’ebbrezza stessa. Fu così necessario introdurre la figura del buon figlio che ha cura del padre, un figlio «che chiude la bocca a chi lo [il padre] denigra/… che lo prende per mano nell’ebbrezza,/ e lo sorregge nella pienezza del vino;…» (poema ugaritico di Aqhat). La Storia sarà testimone dell’insufficiente valore adattativo di questo comportamento di bevuta che infatti si dissolverà con le culture che l’avevano generato.
Nella Grecia antica il modo di bere assume un profilo pressoché speculare a quello testé descritto per il mondo mediorientale. Cambia radicalmente perché è radicalmente differente il setting culturale: la società greca non è infatti così piramidale come quella mediorientale, come sintetizzato in maniera assai efficace da Santo Mazzarino quando afferma che la vera antitesi all’Oriente è la polis greca, libertà di molti (dei «cittadini») opposta alla libertà di uno (5). E a chi volesse obiettare che in realtà la società greca non era democratica, ma piuttosto oligarchica, Angelo Brelich ricorda che «… la civiltà greca postmicenea è la prima, nell’antichità, che nasce dal basso » e che le dimensioni delle comunità greche erano così modeste che «l’aristocrazia stessa può essere definita, paradossalmente, un fenomeno di massa» (6-7). Tutto ciò non poteva non avere conseguenze sul modo di bere perché il bere «democratico» e cioè tra eguali, deve fare i conti con quel grappolo di effetti antisociali che abbiamo visto accompagnare l’ebbrezza. È chiaro che la sospettosità e l’aggressività incoraggiate dal troppo vino, ma anche la perdita di competenza cognitiva, nella misura in cui facilitano la sopraffazione, ostacolano il bere tra eguali.
Ecco che allora nel mondo greco questo grappolo di effetti assume una valenza affatto negativa e, di conseguenza, è espulso verso l’altrove di una incompiuta umanizzazione o civilizzazione, ché per i greci, i due processi si identificano. Pertanto la stessa invenzione del vino non è dai Greci considerata opera compiuta di civilizzazione, come narra il mito ateniese di Icario che, ricevuto in dono da Dioniso l’arte della vinificazione, vuole condividerne il prodotto con i selvaggi pastori delle montagne dell’Attica. Essi bevono e certamente apprezzano il vino, ma così facendo si ubriacano fino ad addormentarsi profondamente. Al risveglio, pensano di essere stati avvelenati e per questo uccidono Icario. Il vino, insomma, dovrà aspettare ancora per varcare le mura di Atene, per originare il bere civilizzato. Nel frattempo è trattenuto nel mondo selvaggio dove si manifesta solo attraverso il grappolo di effetti negativi. Gli esempi ognuno di noi li può trovare in abbondanza tra i ricordi scolastici. I centauri trascinati dal vino in una foia che li perde, Polifemo che è vinto da un vino straordinariamente potente, strumento di civilizzazione usato da quell’ometto da niente di Odisseo, e poi le popolazioni barbariche sulla cui incapacità di mantenere un comportamento di bevuta sobrio Erodoto si dilunga mostrando come immancabilmente siano travolte dall’ubriachezza.
L’ubriachezza che trascina verso un infausto destino è del resto così frequente nella narrazione degli storici almeno fino a Tacito che questa condizione sembra quasi un espediente per dare un senso alla concatenazione degli eventi.
Scorrendo la sconfinata aneddotica da cui abbiamo tratto questi esempi, non si può non rimanere meravigliati dal fatto che essa è tenuta assieme da una straordinaria competenza, certo affatto empirica, degli effetti psicofarmacologici avversi dell’alcol. Pur non essendo stati in grado di fondare la farmacologia, i greci mostrano infatti di cogliere con acuta sensibilità le modificazioni cognitive, comportamentali e di umore associate all’assunzione eccessiva di vino e queste modificazioni vengono sistematizzate all’interno della narrativa mitologica e nella descrizione storico-geografica dei popoli viciniori.
La stessa competenza è espressa nel definire l’altro grappolo di effetti dell’alcol, quelli che facilitano la socializzazione, lubrificando le relazioni tra eguali.
È quel tanto di leggera euforia, quella riduzione delle difese psicologiche verso l’altro, quella facilitazione, fin eccessiva, dell’eloquio, e poi l’apparente maggior capacità di apprezzare la musica o altre manifestazioni artistiche, è tutto ciò che serve per ottimizzare il bere tra eguali. Come è noto, in Grecia il bere tra uguali, maschi adulti, avviene nel simposio che è appunto costruito in modo da ottenere dal vino il massimo contributo alla socializzazione.
Fiumi d’inchiostro hanno descritto il simposio partendo da differenti punti di vista, ma certo è mancata un’analisi francamente psicofarmacologica, che qui è brevemente fornita prendendo ad esempio solo uno dei suoi numerose aspetti: quello del linguaggio non verbale.
Partiamo da un’immagine assai bella e toccante del simposio greco, quella tramandataci dalla Tomba del tuffatore, venuta alla luce cinquant’anni fa a Paestum e datata all’inizio del V secolo a.C. (8) La centralità del consumo del vino è qui sottolineata dal fatto che ogni commensale è associato alla sua kylix, che tiene in mano o ha a disposizione sul basso tavolino che fronteggia il kliné. Per inciso, qui il vino è anche mostrato come oggetto di un gioco di destrezza che richiede una particolare precisione nella coordinazione occhio-mano: il gioco del Cottabo, dove l’obiettivo era quello di centrare un piattino o la kylix di un altro commensale con il fondo di vino contenuto nella propria coppa. Di per sé l’esistenza di un tal gioco è già prova assai convincente del fatto che l’ubriachezza non doveva essere raggiunta, essendo la dismetria ad essa associata del tutto incompatibile con il suo esercizio. Ciò premesso, l’aspetto della scena simposiale rappresentata nella Tomba del tuffatore che qui merita attenzione consiste nell’intrecciarsi di sguardi che intercorre tra i commensali: sguardi divertiti oppure rapiti, sguardi attenti e testimoni di una conversazione impegnativa, o, infine, sguardi colmi di erotismo. Già Darwin affermava che la capacità dell’uomo di mostrare e cogliere sul volto gli stati emotivi si è evoluta come strumento per comunicare rapidamente tra consimili attraverso segnali non verbali (9). Se pertanto guardarsi negli occhi equivale a comunicarsi emozioni, nel simposio della Tomba del tuffatore queste emozioni, pur tra loro così diverse, sono tutte immancabilmente positive.
È facile dimostrare che il vino non è affatto estraneo al sorgere e al mantenersi di quell’intreccio di sguardi. Possiamo inoltre dimostrare che, più in generale, la narrativa mitologica organizza le relazioni tra il vino e lo sguardo in un dipolo che ricalca i due grappoli di effetti psicofarmacologici che abbiamo precedentemente esaminato.
Un importante indizio della esistenza di questo dipolo lo ricaviamo, da un lato, dalla rappresentazione frontale di Dioniso che frequentemente appare nella pittura vascolare simposiale e, dall’altro, dall’altrettanto frequente rappresentazione di Gorgone, soprattutto nel fondo delle coppe. Ma andiamo per ordine.
La frontalità delle immagini di Dioniso implica che l’osservatore possa guardarlo negli occhi e ciò è in palese violazione con il principio della humilitas che deve informare il rapporto del fedele con gli dei: non solo il corpo del fedele, ma il suo stesso sguardo deve reclinarsi verso il terreno, essere cioè letteralmente umile. Nel caso di Dioniso invece lo sguardo del fedele sostiene quello del dio: «Io lo vedevo, lui mi vedeva», si può leggere nelle Baccanti (470). Platone (Fedro 255d) per parte sua ci ricorda che per conoscersi bisogna specchiarsi negli occhi degli altri. È comprensibile allora che nel simposio, un autentico rito in onore di Dioniso, uno degli itinerari che la concezione antica del vino come specchio dell’anima indica consiste nel conseguimento della verità su se stessi e sul mondo che ci circonda. Ad alcolemia bassa, gli sguardi saranno benevoli e a specchiarsi saranno le verità reciprocamente più rassicuranti.
Questa comunicazione mediata dal linguaggio non verbale è facilitata dal setting del simposio, dove gli stimoli contestuali concorrono a esaltare le proprietà socializzanti dell’alcol. Il guardarsi negli occhi dei commensali diviene complemento della comunicazione verbale che, nel simposio, aspira all’hedoné.
Lo sguardo di Gorgone segnala invece l’itinerario opposto, nel quale la comunicazione non verbale esprime, attraverso lo sgranare degli occhi, la paura e la rabbia. Una comunicazione che l’alta alcolemia esalta, poiché più frequente è l’invio di segnali di pericolo, mentre nell’interlocutore è acuita la sensibilità con cui tali segnali sono recepiti (10). Il volto della Gorgone sta quindi a segnalare il rischio delle conseguenze negative che possono derivare dal bere eccessivo.
Come l’incrociare il proprio sguardo con quello di Gorgone pietrifica, così il troppo vino priva il volto della luce dello sguardo. È la morte che accomuna Gorgone all’ubriachezza. Più comunemente, quello sguardo che, come riconosce la moderna psicologia, esprime paura e rabbia, segnala la condizione nella quale l’incrociarsi degli sguardi esprime ostilità, snaturando l’essenza stessa del simposio.
Se il Greco era così ben consapevole dei rischi del troppo vino, in che modo l’ubriachezza viene raffrenata nel simposio? A parte l’autocontrollo così magistralmente esercitato da Socrate nel simposio platonico, il mondo greco sviluppa una strategia di bevuta che ha molto intrigato i moderni commentatori: il vino veniva annacquato, ma è improbabile, come in molti tra i classicisti hanno sostenuto, che ciò avvenisse perché quel vino era troppo forte (la fermentazione cessa a concentrazioni alcoliche di poco superiori al 15%). Il motivo, a mio avviso, è strettamente farmacologico. Un mito ci spiega infatti con chiarezza che l’arte di annacquare il vino è il dono di Dioniso che segna finalmente l’ingresso del vino ad Atene, è il passaggio che conduce alla definitiva civilizzazione del bere: «Filocoro dice che Anfizione, re di Atene, imparò da Dioniso l’arte di mescolare il vino e fu il primo a mischiarlo. Così avviene che gli uomini appresero a rimanere in piedi, bevendo il vino (mescolato), mentre prima erano ricurvi per l’uso del vino non mescolato. E per questo costruì un altare dedicato a Dioniso Orthos (eretto)…» (Ateneo XI 465a). E dal frammento di una commedia apprendiamo quanto importante fosse questa regola nello statuto ellenico del bere: «(Aes.) nei simposi non bevete vino puro. (Sol.) Neanche sarebbe facile: lo vendono dai carri già mescolato, e non per guadagnarci, ma dei compratori dandosi pensiero, che sana abbiano la testa dai postumi del vino. È questo, vedi, il modo ellenico di bere, un uso moderato delle coppe e intanto chiacchierare e dirsi sciocchezze amabilmente.
Quell’altro, bere dallo psyktér o dalle brocche, è fare il bagno nel vino, non un modo di bere. (Aes.) La morte, sul serio» (Esopo di Alessi, fr. 9. 3-12 K.-A).
Tre parti di vino e cinque di acqua è tra una vasta gamma di diluizioni quella più frequentemente citata dalle fonti che ci sono pervenute.
Quello che oggi sappiamo circa la farmacocinetica dell’alcol spiega l’efficacia di questo metodo per mantenere il controllo dell’alcolemia. Gli elementi in gioco sono due, il primo costituito dal ruolo di barriera funzionale costituito dalla mucosa gastrointestinale e dal fegato, il secondo dalla facile saturabilità delle deidrogenasi, i principali enzimi di ossidazione dell’alcol. I modelli elaborati mostrano che, tenuto conto di tali variabili, a basse concentrazioni l’alcol subisce un metabolismo pre-sistemico incomparabilmente maggiore rispetto a quanto avviene ad alte concentrazioni. Ne consegue che l’alcolemia sale in maniera sproporzionatamente più lenta quando il vino venga assunto diluito piuttosto che puro (11- 12). A sua volta la lenta salita dell’alcolemia da un lato provocherà una prolungata sperimentazione degli effetti socialmente positivi dell’alcol e dall’altro permetterà un maggior controllo sulla scansione dei sorsi, controllo che invece si perde quando l’alcolemia sale rapidamente.
Il successo di questa strategia d’assunzione alcolica sarà tale da mantenersi intatta lungo tutta l’antichità.
Roma infatti la farà propria e anche se nel banchetto il vino si accompagna alla consumazione delle portate, permane la sua funzione di lubrificante sociale quando bevuto diluito. Chi beve in eccesso, chi si ubriaca, è fuori dal contesto sociale, vuoi perché è un barbaro, vuoi perché è un parvenu, come il liberto Trimalcione, l’immortale figura di riccastro cafone del Satiricon di Petronio. L’eccesso nel bere diventa addirittura un’accusa da sfruttare nella lotta politica e ne è la vittima più illustre una figura di alta levatura come Marco Antonio, per sempre marchiato dalla nomea di beone, prima dalle velenose invettive di Cicerone e poi dalla propaganda di Cesare Ottaviano.
Alla fine, per fare una lunga storia breve, anche il vino, come tutto il resto, diverrà cristiano. Bisogna tuttavia precisare che con il cristianesimo il setting culturale cambia radicalmente: non c’è infatti più spazio per il libero scorazzare della mente e dei sensi, che nel simposio il vino ha sollevati dai vincoli delle inibizioni caratteriali e sociali. A tal proposito un Padre della Chiesa, Clemente Alessandrino (Pedagogo II, IV, 40, 1), è molto chiaro: «Teniamo lontano dal banchetto … la musica, ma anche le vane veglie notturne in cui ci si vanta degli eccessi del bere; la musica infatti è stimolatrice all’ubriachezza e improvvisatrice di cure erotiche. Amore e ubriachezza, passioni irrazionali, abitano ben lontano dalla nostra società». Ciononostante le regole del bere rimangono quelle della tradizione ellenistico-romana (bere a piccole coppe e in compagnia). La pratica di diluire il vino si applica addirittura alla comunione dei primi cristiani, come lascia intendere di nuovo Clemente Alessandrino (Pedagogo II, II, 19, 3 ss): «…si mescola il vino all’acqua come all’uomo lo spirito; l’una, la mescolanza dell’acqua col vino, nutre la fede, l’altro, lo spirito, conduce all’immortalità; la mescolanza poi di ambedue le cose, della bevanda e del Lógos, si chiama Eucaristia …».
Insomma, nasce nel Mediterraneo antico la figura a noi assai familiare del bevitore sobrio che è uso bere in piccole coppe, che non beve mai la mattina e mai in solitudine. In fondo, poco importa che nel tempo la pratica di annacquare il vino sia stata abbandonata, poiché ben saldo è rimasto il principio a cui si ispirava, quello della sobrietà. Potremmo addirittura assegnare le regole del bere a quegli aspetti di una civiltà che persistono intatti sul lungo periodo, come ci ha insegnato Fernand Braudel. In questa ottica, è allora comprensibile il motivo per cui la collocazione che l’alcol assume nella scala di dannosità elaborata da David Nutt ci crea sorpresa e disagio. Essa narra infatti delle conseguenze di quel grappolo di effetti dell’alcol che da almeno 27 secoli la nostra civiltà ha espulso dal suo seno, proiettandoli nell’altrove, un tempo selvaggio e barbarico, ora dell’emarginazione e della patologia. Noi, i buoni cittadini, i sobri, abbiamo familiarità con l’altro grappolo di effetti dell’alcol, quello che contribuisce alla socializzazione e sembra addirittura partecipare della buona salute fisica delle comunità.
Paolo Nencini, Sapienza Università di Roma.

Il testo è tratto dalla lettura tenuta al convegno «Nuovi consumi di una droga antica. Consumo di alcol: letture sociali, approcci teorici e interventi a confronto» ( 2-3-4 settembre 2010, Villa Cesi, Impruneta, Firenze)

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