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Schermata 2013-11-08 alle 18.51.59.pngSiamo in un paese dove “riduzione del danno” (rdd) è espressione cancellata dai documenti  ufficiali e siamo governati ormai da troppi anni da un Dipartimento antidroga che ha fatto dell’Italia un minoritario paladino di un approccio iperproibizionista  in una Europa che, invece, cerca  strade per mitigare gli immani danni della politica globale  sulle droghe. Eppure, e nonostante, “in direzione ostinata e contraria”…  la rdd si fa, in Italia, e con cocciuta capacità non solo di tenuta ma anche di innovazione. E’ questo soprattutto che si è potuto vedere a Napoli, nella due giorni dell’8 e 9 novembre promossa da Itardd, Rete italiana di Riduzione del Danno:  nata dal basso nel 2011, fortemente voluta da operatori, professionali e pari, e consumatori attivisti: circa 150, ad oggi, e 33 associazioni, ma il trend delle adesioni è in costante crescita.  L’appuntamento annuale è stato dedicato al ruolo dei consumatori e degli operatori pari nella strategia e negli interventi di rdd. Il titolo (Un certain regard…. Consumatori e approccio di riduzione del danno) ha voluto rilanciare una caratteristica fondante ma troppo spesso dimenticata della stessa rdd: il suo essere basata certo su un buon sistema di servizi e su politiche adeguate, ma principalmente  l’avere radici e prospettiva nelle competenze, conoscenze e soprattutto pratiche di autoregolazione dei consumatori stessi, e operare nella direzione di legittimarle e sostenerle. L’abc, questo, della rdd, fin dagli anni ’80, finito però in un nuovo analfabetismo, sopraffatto da un approccio medico dominante, da una inerzia metodologica, da politiche ideologiche e frenanti. La rete ha voluto invece ricordare come rdd sia appunto uno sguardo diverso sui consumi e i consumatori, che da devianti-vittime-malati  diventano soggetti capaci di apprendimenti, cambiamenti e governo dei propri stili di consumo, qualora i contesti attorno a loro non solo – come dovrebbero – facilitino queste pratiche autoregolative ma in prima battuta almeno non le ostacolino.

A Napoli è stato evidente come per ogni diverso stile di consumo, contesto di uso, generazione di consumatori questa autoregolazione sia possibile e sia possibile facilitarla: consolidate esperienze di drop in e unità di strada che attivano competenze dei loro utenti, gruppi auto organizzati di giovani consumatori  attivisti che promuovono tra i loro pari un “uso sicuro” e sicuri contesti d’uso; sperimentazioni come il test delle sostanze provenienti dal mercato nero per informare correttamente su cosa si stia davvero usando o la costituzione, sull’onda spagnola, dei cannabis social club per auto-coltivare e sfuggire alle mafie. E via elencando: una realtà vivace e in movimento che, finalmente, ci ha avvicinati a quell’Europa da cui i governi degli ultimi anni ci hanno allontanato. Tanto che Itardd è stata accreditata come realtà di riferimento italiano per la rete europea di rdd, Eurohrn. Con gli europei presenti al seminario, e con il rappresentante di Inpud, la rete mondiale dei consumatori di droghe, si è parlato lo stesso linguaggio e le pratiche italiane di rdd si sono riconosciute dentro una cultura e un movimento davvero europei. Nonostante i governi, i dipartimenti, la politica. All’orizzonte, ora, non pochi impegni: intensificare il dialogo con l’Europa, promuovere e sostenere le iniziative dal basso e il dialogo consumatori-operatori, mettere in agenda e sostenere azioni verso una riforma profonda delle politiche e della legislazione sulle droghe. Compiti alti e ardui, ma l’aria che si è respirata a Napoli è un’aria non di sola resistenza.

www.itardd.net