L’attenzione per la ricerca da parte delle Organizzazioni della Società Civile (OSC) che operano nel campo delle droghe e delle politiche sulle droghe, e in particolare di quella parte della società civile attiva nel movimento di riforma delle politiche, non è una novità. Anche in Italia, come in tutta Europa e a livello internazionale, le OSC hanno sempre prodotto ricerca, da un lato attraverso i propri centri e ricercatori indipendenti (è il caso, tra gli altri, di questo Libro Bianco), dall’altro dal “basso” dei loro interventi professionali sul campo (il terzo settore) e della loro presenza, formale e informale, nei contesti del consumo e dello scambio di informazioni e esperienze (incluso l’associazionismo anche molto informale di consumatori e attivisti, on site o virtuale): dando di fatto vita a una vastissima rete – magari poco coordinata e poco visibile ma straordinariamente ricca di “osservatori” sugli universi del consumo, delle culture, delle pratiche. È noto come la presenza nei setting naturali di consumo, le osservazioni dirette e partecipanti, le inchieste svolte nell’ambito del lavoro di strada e in generale della Riduzione del danno (RdD) e più recentemente l’osservazione sul web, abbiano fornito fin dai loro esordi (in Italia dall’inizio degli anni ’90) una conoscenza sui cambiamenti in atto dei modelli di consumo che solo con grande ritardo sarebbe poi arrivata all’accademia e, soprattutto, alle istituzioni preposte alle politiche e ai sistemi di intervento. Al tempo stesso, questi “osservatori” hanno raccolto, anche attraverso la fitta rete delle biografie e delle storie dei consumatori, informazioni preziose sull’impatto delle politiche, penali, sociali e sanitarie, impatto scritto, anzi inciso, sui corpi e sulle vite dei consumatori, con il loro carico anche di effetti iatrogeni, perversi, inefficaci. Una aneddotica del rapporto “costi/benefici” delle politiche che getta una luce impietosa non solo sulle politiche stesse, ma sulla lampante latitanza di ogni altra, istituzionale, valutazione di questi costi e di questi benefici.
Lo scarto temporale tra la conoscenza prodotta da questi “osservatori” – e da quelli della ricerca indipendente – e quella istituzionale è diventato, nel tempo, un nodo politico cruciale dell’inefficacia delle politiche sulle droghe. Così come lo è un sistema della conoscenza sulle droghe gerarchico, ingessato e di potere, verticale, che fagocita risorse e sterilizza la necessaria pluralità di paradigmi e sguardi, esclude o comunque umilia e svalorizza contributi che, di contro, tradizionalmente gettano luce su tendenze emergenti, sguardi “laterali”, aspetti tralasciati dalla conoscenza mainstream.
Questo è molto vero in Italia: il dialogo tra OSC e centri governativi e istituzionali della ricerca sulle droghe è sempre stato difficile, e il lavoro di ricerca indipendente arduo, difficoltà questa appena mitigata fino a qualche anno fa da pochi fondi destinati al Terzo settore e alle associazioni, poi definitivamente tagliati, e dalla politica più illuminata di poche Regioni, che sostengono limitati e locali progetti di ricerca promossi dalle organizzazioni della società civile.

Lo stallo italiano

Il nodo però non è solo o tanto i pochi denari a disposizione della società civile e della ricerca indipendente (certo, risorse dignitose sarebbero auspicabili…), quanto l’esclusione dalla ricerca mainstream degli sguardi sul fenomeno che le OSC adottano e propongono e, insieme, il loro mancato coinvolgimento nelle decisioni sulla politica della ricerca.
Per esempio: più volte negli ultimi anni una parte delle OSC ha aperto una riflessione critica attorno alla Relazione al Parlamento, redatta a cura del Dipartimento Antidroga (DPA), allo scopo di migliorare la qualità degli indicatori e della stessa struttura del rapporto, anche seguendo i cambiamenti sensati che, nel merito, ha recentemente adottato nei suoi report annuali lo European Monitoring Center on Drugs and Drug Addiction (EMCDDA): nel tentativo di offrire ai decisori politici una conoscenza spendibile soprattutto in termini di valutazione dell’efficacia e della adeguatezza delle politiche vigenti, a partire da un più adeguato monitoraggio dei modelli di consumo e delle loro sfide.
Tra questi numerosi stimoli all’apertura di un dialogo nel merito, l’ultimo è quello avviato tra il 2017 e il 2018 nell’ambito del progetto europeo Civil Society Involvement in Drug Policy (CSI-DP), coordinato per l’Italia da Forum Droghe e LILA, che tra le sue azioni annoverava la richiesta al Dipartimento Antidroga (nel momento della riorganizzazione del suo Osservatorio, dunque nel momento potenzialmente “giusto”) di un tavolo partecipato attorno a due proposte di confronto ritenuto dalle OSC urgenti: quale ricerca per comprendere la dinamica dei modelli di consumo, con attenzione al necessario, triplo sguardo droga-set-setting; e, correlata, quale ricerca per la valutazione dell’impatto delle politiche attuali, al fine di fornire ai decisori politici informazioni funzionali al loro operato.
Le OSC avrebbero non solo portato osservazioni critiche e proposte, ma anche messo a disposizione il loro non trascurabile bagaglio di competenze. A un primo incontro tra DPA e partner del progetto (che includeva anche CNCA, ITARDD, CGIL, Società della Ragione) e il successivo invio di un documento delle OSC che articolava e motivava la proposta, non è seguito alcun ulteriore passaggio. Nel frattempo, usciva un decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri che istituiva il nuovo Osservatorio, con la previsione di avvalersi, se del caso e su proposta del Capo del DPA, anche delle competenze di Terzo settore e delle associazioni della società civile, rimandando a successiva deliberazione i criteri secondo cui sarebbero state selezionate le OSC ammesse, criteri a tutt’oggi non noti. E in ogni caso, anche qualora implementato il decreto, sarebbe stato qualcosa di molto limitato, se paragonato al processo partecipativo chiaramente auspicato dal Piano d’azione europeo sulle droghe, che stabilisce la presenza delle OSC “nel processo decisionale, di monitoraggio e di valutazione delle politiche”. Una indicazione forte che la Commissione ha rilanciato agli Stati membri, trovando nell’Italia un interlocutore distratto, come ben testimonia una rilevazione sui processi partecipativi elaborata dall’Università di Amburgo nell’ambito dello stesso progetto europeo CSI-DP, che vede l’Italia tra i paesi peggio posizionati nella graduatoria delle sedi e delle procedure di dialogo tra OSC e istituzioni.

Un movimento globale per la ricerca

Le attività e l’attivismo delle OSC internazionali e europee sui temi della ricerca sono in grande espansione. Due recenti appuntamenti internazionali – il Segmento di Alto Livello ONU a Vienna e la Conferenza internazionale della Riduzione del Danno a Porto – hanno visto un forte protagonismo delle OSC e delle loro azioni di advocacy sul tema. Si può dire che sia decollato un movimento globale al fine di individuare gli indicatori utili alla valutazione delle politiche. A partire dall’idea che la valutazione delle politiche (e degli interventi) non possa limitarsi all’attuale profusione, ben che vada, di dati di processo (quanto è stato fatto, erogato ecc), ma debba virare decisamente verso una considerazione di esito e di impatto delle scelte (che cosa si è deciso di fare, come è stato fatto e con quali risultati e ricadute): con un’analisi dei costi e dei benefici, delle ricadute sui singoli, sulle comunità e sulle società.
Fra i frutti di questo movimento, si possono annoverare i report periodici della Global Commission on Drug Policy e, per l’ambito della Riduzione del Danno, il Report annuale globale di Harm Reduction International (HRI). Più specificamente per quanto attiene l’impianto di valutazione globale delle politiche, si sta sviluppando una proposta attorno ai cambiamenti necessari nella struttura degli indicatori che guidano la stesura del Rapporto annuale sulle droghe dell’ONU , e l’aggancio delle politiche sulle droghe agli obiettivi ONU di Sviluppo Sostenibile 2030, che consente (consentirebbe) una loro valutazione basata sull’analisi del loro impatto sulla salute, sulla giustizia e la non discriminazione, sul benessere sociale. Va detto, per inciso, a questo proposito, che da tempo si richiede che l’United Nations Office for Drugs and Crime (UNODC) non sia più padre e padrone delle politiche globali sulle droghe, ma che sia affiancato da altri organismi ONU come l’agenzia sull’AIDS (UNAIDS) e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). La proposta che la regìa passi a un pool di agenzie ONU porterebbe con sé anche le modalità e gli indicatori che queste agenzie hanno nel tempo sviluppato per il monitoraggio, la verifica e la valutazione di ambiti diversi delle politiche globali.
In questo “movimento degli indicatori” un tema forte è quello dei diritti umani: le Organizzazioni della Società Civile stanno portando avanti, con la sponda di alcune agenzie ONU, l’approccio di valutazione human rights based, secondo cui la ricaduta delle politiche in termini di rispetto e promozione dei diritti umani dei consumatori prima di tutto, ma anche delle comunità locali e dei produttori, deve affiancare e integrare quella evidence based, basata sull’evidenza scientifica dei risultati. Documenti e proposte metodologiche sulla valutazione human rights based si sono susseguiti, in questi ultimi anni, soprattutto grazie alle reti internazionali dell’associazionismo come Harm Reduction International (HRI) e International Drug Policy Consortium (IDPC) e al contributo di Università come quella dell’Essex (fino ad approdare alle recenti linee guida sulla politica delle droghe e i diritti umani – costruite in un fitto dialogo con alcune agenzie ONU – e lanciate alla Commission on Narcotic Drugs (CND) dello scorso marzo a Vienna .
Un tema posto con forza alla recente Conferenza sulla Riduzione del Danno di Porto è stato quello del rapporto tra le Persone che Usano Droghe (PUD) e la ricerca. Non solo perché ogni sessione della Conferenza dedicata alla ricerca ha incluso interventi di loro rappresentanti, e le PUD sono state in generale attive e propositive sul tema, ma perché è andata prendendo corpo l’idea di una ricerca che non si premura solo di “rispettare” i suoi soggetti (un codice etico concordato come conditio sine qua non minima), ma che si chiede come il soggetto stesso della ricerca possa essere coinvolto come attore, soggetto attivo e portatore di competenze. Sono stati discussi modelli di ricerca partecipata – con evidente predominanza della ricerca qualitativa e etnografica – in cui le Perone che Usano Droghe entrano nella progettazione e nella stessa co-definizione del disegno di ricerca, a cominciare dagli obiettivi, nonché nella lettura e nella interpretazione dei risultati; ricerche che coinvolgono peer researchers nell’attività sul campo, e che, anche grazie alla loro consulenza, mettono al centro la spendibilità dei risultati per la comunità locale e la politica, e concorrono a una necessaria ed efficace comunicazione sociale.

Percorsi europei

Sul piano europeo, l’attività del Civil Society Forum on Drugs (CSFD) produce ricerca indipendente, soprattutto la valutazione delle politiche degli stati membri e della Strategia e dei vari Piani d’azione europei sulle droghe . L’attuale Piano d’azione 2017-2020 ha incluso obiettivi e raccomandazioni provenienti proprio dalla valutazione critica delle mancanze del Piano precedente, elaborate grazie a una vasta survey on line e a un ampio confronto in ambito CSFD; l’attuale Piano include infatti una più decisa indicazione sulla Riduzione del Danno come pilastro delle politiche nazionali; la centralità dei diritti umani nella valutazione; la proporzionalità delle pene e lo sviluppo delle alternative al carcere; la partecipazione delle OSC nei processi decisionali nazionali e comunitari.
Pensando al dialogo difficile tra l’associazionismo italiano e il Focal Point governativo, apre uno spiraglio di ottimismo il processo di collaborazione avviato quest’anno tra l’Osservatorio Europeo sulle droghe di Lisbona (EMCDDA) e la Rete di OSC europee (Correlation- European Harm Reduction Network): un protocollo che prevede un tavolo di collaborazione dove le OSC portano le loro rilevazioni, osservazioni e monitoraggi all’Osservatorio Europeo, con la finalità di mettere a confronto e integrare i diversi punti di vista e i dati . Al centro, per i primi tre anni, i temi dei nuovi modelli di consumo delle Nuove Sostanze Psicoattive (NPS), le overdose, le infezioni di Epatite C, la partecipazione delle OSC alle politiche. L’assunto fatto proprio dall’EMCDDA è che lo sguardo delle OSC sia un valore aggiunto, grazie all’esperienza maturata nei contesti di consumo, alla vicinanza ai soggetti coinvolti, alle competenze come ricercatori indipendenti: il valore aggiunto sta non solo in altri “dati”, ma soprattutto in altri “ sguardi”.
Per le OSC è una opportunità di stare in modo non sporadico a un tavolo che è tecnico ma che è anche politico, nel momento in cui il tipo di conoscenza prodotta sul fenomeno droghe è la premessa per la elaborazione di politiche adeguate e efficaci.

Italia. Una nuova azione di advocacy per la ricerca

Come testimonia anche questo Libro Bianco, che per il secondo anno consecutivo affronta il tema della ricerca, l’azione delle OSC in questo campo si sta intensificando e deve continuare a farlo.
Su due fronti: la produzione di ricerca indipendente, da un lato, e dall’altro l’azione di advocacy per la riforma delle attuali politiche istituzionali della ricerca: per far sì che, laddove vi siano titolarità e responsabilità pubbliche, nonché fondi per la ricerca sulle droghe, si avviino finalmente anche in Italia percorsi di ricerca ( qualitativa e quantitativa/qualitativa) capaci di parlarci davvero dei modelli di consumo, e di studiare modelli di valutazione delle politiche verso una politica nazionale evidence e human rights based. Il contesto, come noto, è difficile, fatto dall’assenza ormai decennale di luoghi deputati al dialogo tra ricerca e politica, come la Conferenza Nazionale Governativa triennale o una Consulta nazionale che includa tutti gli attori attivi e competenti; la mancanza di un Piano d’azione nazionale sulle droghe; i toni nuovamente fortemente ideologici assunti dal dibattito politico pubblico in tema di droghe.
E tuttavia, anche in Italia le OSC continuano a muoversi su questo terreno.
Per esempio, il filone di ricerca avviato dieci anni fa da Forum Droghe sui modelli di consumo controllato – dagli studi sulla cocaina fino alla più recente ricerca sull’autoregolazione del consumo di cannabis – hanno concorso ad aprire la strada a una riflessione approfondita su cosa significhi governare strategicamente un fenomeno, normalizzato e di massa, fuori dai balbettii demagogici del populismo penale e dai limiti ormai evidenti di un approccio patologizzante, che non ha parole da dire alla maggioranza della popolazione che consuma sostanze. Ma il passaggio dalla conoscenza a una “politica che apprende” dalla ricerca, in modo non strumentalmente selettivo, è ancora lontano, ed è qui che le OSC devono continuare a portare la loro sfida.
In questi mesi, Forum Droghe sta portando avanti – come membro del CSFD, nell’ambito del progetto europeo che ne sostiene l’attività– un’azione in questa direzione, che si concluderà entro il 2019. Si tratta di tre passi, due già compiuti (un panel promosso da Forum Droghe e Società della Ragione, con venti esperti, accademici e ricercatori indipendenti; una discussione sui risultati del panel con rappresentanti di OSC e organizzazioni di PUD). Seguirà un ultimo passo, un policy dialogue che dovrà confrontare con enti istituzionali e decisori politici le “raccomandazioni” uscite dai panel.
Nel panel con le OSC è uscito con lampante chiarezza come la ricerca sia vitale per gestire i fenomeni del consumo di sostanze psicoattive in modo adeguato, efficace, rispettoso dei singoli e della società, e capace di contenere rischi e danni potenziali, sostenendo modalità di consumo funzionali e a basso impatto. Tutto questo si può fare, è stato detto, lo sappiamo già fare, avendo a disposizione gli strumenti necessari. E gli strumenti sono le politiche adeguate, gli interventi efficaci e la conoscenza. Su quest’ultima, le critiche delle OSC sono senza appello.
Ne citiamo, per ora, solo tre, rimandando a un report più esaustivo a fine percorso. Primo, il rapporto tra ricerca e politica oggi è di piena strumentalizzazione ( e su questo la convergenza con il panel dei ricercatori è piena): la politica attuale usa la ricerca selezionando ciò che (paradigmi, approcci e risultati) è a sostegno delle politiche vigenti e ignorando ciò che (paradigmi, approcci e risultati) contesta, confuta o anche solo amplia la ricerca “politicamente compatibile”. Questo ha una serie di risultati drammatici, tra cui ignorare fenomeni e realtà in trasformazione; condurre una ricerca che conferma, in un circolo vizioso, le sue stesse premesse, evitando sguardi alternativi, e continuando a studiare popolazioni minoritarie e istituzionalizzate (il “tunnel della ricerca” di cui parla Tom Decorte); puntare su una ricerca che per la gran parte non è utilizzabile per la tutela della salute (quanto le immagini colorate del cervello hanno supportato i consumatori nel consumare in modo funzionale e meno rischioso?).
Secondo, manca una ricerca sulla valutazione degli interventi e dei servizi. Quali funzionano e quali no? Quali funzionavano prima ma adesso sono inadeguati ai nuovi modelli di consumo? Quali incontrano gli obiettivi dei consumatori e quali no? Quali sono più efficaci per contrastare i danni e i rischi che più stanno affliggendo chi consuma? Se prendiamo l’esempio della crisi del fentanyl, in paesi come USA e Canada, capiamo che una seria valutazione di come funziona (e può funzionare al meglio) il sistema integrato stanze del consumo – drug checking – distribuzione del naloxone – peer support – legge del Buon samaritano a protezione legale di vittime e soccorritori, questo modello offre se non la soluzione, la migliore gestione possibile di una crisi su cui gli imprenditori del panico morale urlano e balbettano. Ma senza quegli studi, senza sapere come organizzare al meglio un sistema di prevenzione e intervento per salvare migliaia di vite, tutto questo non sarebbe possibile.
Terzo, che uso si fa della ricerca. L’esempio più rimbalzato nel panel delle OSC è quello dell’Allerta rapida ministeriale. A chi serve sapere dodici mesi dopo (ma anche un mese dopo) che circola la tal sostanza? A chi serve che lo sappiano le forze dell’ordine e dopo un lungo giro qualche Dipartimento dipendenze e qualche Osservatorio regionale? Perché questi esiti non circolano in tempo reale, arrivano a chi sta sulla strada e nei rave e soprattutto a chi le consuma, queste sostanze? Subito (il web aiuta…), in modo chiaro, comprensibile e mirato alla consapevolezza, per far sì che chi usa sappia cosa usa. Non è un discorso nuovo, anzi è vecchio, chi opera nel campo o chi, consumatore esperto, cerca di informarsi just in time, ci prova da anni a porre la questione.
È un discorso vecchio, ma se se ne parla ancora, e con enfasi, in un panel nel 2019, vuol dire che siamo ancora qua.