Francesco Crestani

Francesco Crestani

La cannabis è una sostanza psicoattiva e come tale ha dei sicuri effetti a livello cerebrale. Quello che si dibatte è se a questi effetti corrispondano dei possibili danni o delle alterazioni nel sistema nervoso. Può cioè la cannabis produrre i “buchi nel cervello”? Sicuramente questa affermazione si è dimostrata efficace nel creare allarme sociale e periodicamente viene riproposta con toni terroristici per stigmatizzare il consumo giovanile. In Italia gli alfieri di questa crociata sono stati Giovanardi e Serpelloni.

Gli scienziati si sono messi d’impegno (Gillespie e coll., Addiction 2018) e hanno sottoposto a risonanza magnetica due ampie popolazioni di utilizzatori “ludici” di canapa, australiani e statunitensi. Poi hanno misurato i volumi di sette zone cerebrali (nello specifico, si tratta del talamo, il nucleo caudato, il putamen, il pallido, l’ippocampo, l’amigdala e il nucleo accumbens), ma non hanno trovato alcuna variazione statisticamente correlata all’uso della sostanza. Al contrario, l’uso ripetitivo di nicotina era associato a una riduzione del volume del talamo nei maschi di media età.

Anche un altro gruppo di ricercatori (Thayer e coll. Addiction 2017) ha provato di recente a cercare i buchi. In questo caso sono stati misurati il volume della materia grigia cerebrale e l’integrità della materia bianca in un ampio gruppo di adolescenti e adulti (circa 1300 persone totali) utilizzatori di alcol o cannabis e sottoposti a indagini neuroradiologiche. Mentre l’alcol ha dimostrato di interferire con ambedue le parti del cervello, non è stata dimostrata alcuna associazione con l’uso di cannabis.

Pure nel 2015 si erano cercate anomalie cerebrali dovute alla cannabis (Weiland e coll. J Neurosci 2015). Ancora una volta nei soggetti, studiati con la risonanza magnetica, non era stata evidenziata nessuna differenza fra utilizzatori ludici e non utilizzatori sia nel volume che nella forma delle zone del cervello coinvolte nella risposta ai cannabinoidi.

Nel 2017 si è cercato qualcosa di più specifico, con uno studio “longitudinale”. Un gruppo, cioè, di utilizzatori “pesanti” è stato sottoposto a risonanza per misurare il volume dell’ippocampo; dopo un periodo di 39 mesi è stato fatto un nuovo esame, e non sono state trovate variazioni nel confronto con un gruppo di controllo (Koenders e coll. J Psychopharmacol 2017).

Naturalmente la mancanza di “buchi” od anomalie non implica che non ci possano essere variazioni della funzionalità dei neuroni, e quindi, in definitiva della funzionalità cognitiva.

Questa è stata studiata in una rassegna sistematica e metanalisi appena pubblicata (Cobb Scott e coll. JAMA Psichiatry 2018). Sono stati presi in rassegna 69 studi e il risultato è che l’esposizione alla cannabis negli adolescenti e nei giovani adulti è associata solo a effetti residui negativi minimi, di dubbia rilevanza clinica, e che inoltre basta astenersi dal consumo per 72 ore per ridurli a un livello non significativo. Risultati simili erano stati ottenuti da recenti studi effettuati su  gemelli “discordanti” riguardo l’uso di cannabis: non era stata dimostrata riduzione del quoziente di intelligenza, danno alle funzioni esecutive o riduzione delle performance educative (Mocrysz e coll. J Psychopharmacol 2016, Jackson e coll. PNAS 2016, Meier e coll. Addiction 2018).

In definitiva, allo stato attuale degli studi, la ricerca dei “buchi nel cervello” ha dimostrato che siamo di fronte ad affermazioni di pura propaganda senza evidenza scientifica.

Tutti gli studi citati sono disponibili nella newsletter di Fuoriluogo.it “la cannabis che cura”, ogni quarto lunedì del mese. Iscrivetevi su www.fuoriluogo.it/fuoriluogo/newsletter