Tempo di lettura: 3 minutiClaudio Cippitelli

«Nonostante i recenti tentativi del modello della “tolleranza zero” di imputare la vergogna della violenza e della corruzione del traffico illegale di droghe ai consumatori, e a meno che tutti quelli che bevono alcolici non siano disposti a assumersi una personale responsabilità per ogni caso di sindrome alcoolica fetale o di cirrosi, il consumo personale di droghe deve essere essenzialmente visto come un reato senza vittime». Così scriveva Pat O’Hare nella prefazione del volume «La riduzione del danno», pubblicato nel 1994, subito dopo la I Conferenza nazionale sulle droghe di Palermo: lì la riduzione del danno iniziava il percorso di legittimazione che si completò con le successive Conferenze di Napoli nel ’97 e di Genova nel 2000. Siamo alla vigilia della V Conferenza Nazionale (sempre che si voglia conteggiare la farsa tenuta a Palermo dal precedente governo Berlusconi): viene da chiedersi, leggendone il programma, cosa sia successo nel nostro paese, che fine abbia fatto quella politica dei quattro pilastri (di cui uno è rappresentato dalla riduzione del danno) che ha garantito all’Italia un sistema di servizi equilibrato, esauriente, rispondente ai diversi bisogni dei tanti consumatori e delle persone dipendenti da sostanze psicotrope.
La prima cosa da evidenziare è che, fuori da ogni realtà e buon senso, il consumo di droghe non sembra più essere percepito come quel reato senza vittime di cui parlava O’Hare; ma, al contrario, come il viatico di uno dei più deprecabili crimini, lo stupro, o come la causa degli incidenti stradali che colpiscono, a caso, tanti innocenti. Attraverso l’utilizzazione ideologica di alcuni fatti di cronaca, un fenomeno societario di amplissime dimensioni come il consumo di stupefacenti (un europeo su cinque ha provato droghe illegali) sembra tornato a essere una devianza pericolosa, per chi la mette in atto, per i terzi, e infine per la società, a causa degli alti costi sociali che produce. In buona sostanza, sembra essere tornati alla visione politica e culturale addirittura precedente alla legge 685 del 1975, fortemente incardinata sul pilastro della repressione, costruendo un anacronismo ideologico che costerà caro a molti cittadini, soprattutto giovani.
I responsabili governativi delle politiche pubbliche sulle droghe sostengono che non è in corso alcuna cancellazione sostanziale della riduzione del danno: la si continuerà a fare, affermano, tanto che nella Conferenza di Trieste è previsto il dibattito sulle «infezioni droga-correlate». Peccato che la riduzione del danno, in Italia e in Europa, per oltre un decennio, abbia significato ben altro: ha garantito, per esempio, che il diritto alla cura riguardasse anche coloro che – per condizione o per scelta personale – non interrompono il consumo: lo stesso diritto alla cura che viene assicurato al diabetico che continui a ingerire zuccheri. La riduzione del danno sarà presente a Trieste solo se gli operatori, pubblici e privati, vorranno rappresentarla, per sostenere le ragioni delle tante Unità di strada che garantiscono il contatto e la cura con i consumatori altrimenti non raggiunti dai servizi; per sostenere l’importanza e il ruolo del metadone, difendendolo da chi lo contesta senza alcuna base scientifica, ma solo per la sua personale e privata visione ideologica; per sostenere quel sistema di servizi a bassa soglia che riempiono di competenza, realismo e umanità una policy altrimenti monca.
Purtroppo, molti operatori delle basse soglie, a Trieste, non ci saranno: questo governo ha inteso pagare viaggio e permanenza solo alle comunità e, nelle attuali condizioni di finanziamento, molte realtà non potranno permettersi un tale sforzo economico.
Non ci saranno inoltre molti degli operatori dei servizi più innovativi e di frontiera che intervengono in contesti del loisir notturno (discoteche, free festival, rave party); anch’essi, nonostante l’eccellenza delle metodologie e dei risultati, sembrano divenuti d’improvviso degli estranei indesiderati. In ultimo, a Trieste non ci sarà l’Europa: dopo aver spaccato a Vienna il fronte europeo proprio sulla riduzione del danno, questo governo si accoda all’America della war on drugs. Sempre che Obama non cambi rotta.