Ripubblichiamo il contributo di Hassan Bassi al XVI Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione nelle carceri italiane.

Hassan Bassi

Salvatore Piscitelli Cuono (40 anni), Hafedh Chouchane (36 anni), Slim Agrebi (41 anni), Alis Bakili (53 anni), Ben Masmia Lofti (40 anni), Erial Ahmadi (36 anni), Arthur Isuzu ( 30 anni), Abdellah Rouan (34 anni), Hadidi Ghazi (36 anni), Marco Boattini (35 anni), Ante Culic (41 anni), Carlos Samir Perez Alvarez (28 anni), Haitem Kedri (29 anni) sono le persone detenute decedute a seguito delle rivolte nelle carceri di inizio marzo 2020. Erano detenuti negli Istituti di Modena e Rieti e sono morti durante le rivolte, o subito dopo: durante i trasferimenti in altri Istituti o a trasferimento avvenuto.

Per tutti la causa di morte ipotizzata dalle fonti ufficiali è quella di overdose per ingestione di metadone ed avvelenamento da farmaci.

L’overdose da metadone non è un evento frequente in Italia, sappiamo che le overdose da oppioidi avvengono con più facilità ai danni di coloro che hanno una bassa soglia di tolleranza alla sostanza. Questo è tipico di chi utilizza una sostanza per la prima volta (tolleranza sconosciuta), nei consumatori saltuari o nelle persone che hanno interrotto per un lungo periodo l’utilizzo di tali sostanze (come ad esempio coloro che escono dai programmi finalizzati all’astinenza delle comunità terapeutiche o per l’appunto dalla detenzione).
Fra i detenuti che sono morti non sappiamo se vi fosse qualcuno in carico ai servizi per le dipendenze (Ser.D) interni alle carceri, o se lo fossero tutti. È probabile che per qualcuno il metadone ed i farmaci utilizzati senza prescrizione medica non fossero una novità, ed è per questo che queste morti creano molti interrogativi. È difficile immaginare che persone “esperte” abbiano talmente perso il controllo da suicidarsi ingerendo quantitativi letali di sostanze che conoscevano bene. È invece possibile che fra di loro ci fossero persone che non avevano esperienze assidue di consumo e che siano morte per overdose perché avevano una bassa tolleranza. I risultati delle autopsie renderanno chiare le cause di morte ed insieme alla ricostruzione delle successione degli eventi potranno forse spiegare perché nessuno si sia accorto per tempo del loro stato di grave malessere, attivando i soccorsi, come invece è successo in altri casi. Il naloxone, farmaco salvavita per overdose da oppiacei è infatti presente in quasi tutti gli istituti.

Il rapporto fra carcere e droghe è da anni molto molto stretto. Le persone detenute per violazione del testo unico sugli stupefacenti (D.P.R. 309/90) sono circa il 35% della popolazione carceraria, ed i detenuti con “problemi droga-correlati” erano 16.669 al 31 dicembre 2018 secondo l’ultima Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia.
Nell’ambito delle attività dell’Osservatorio di Antigone sulle condizioni di detenzione nel 2019 abbiamo registrato 3101 persone in trattamento per dipendenza patologica distribuite in 82 istituti carcerari. Persone in carico ai servizi sanitari del territorio che operano all’interno delle carceri. Questo tipo di servizi sono stati la prima area di intervento sanitario trasferita dalla sanità penitenziaria alle Regioni (dal primo gennaio del 2000) e quindi in maniera stabile ai Ser.T (oggi Ser.D), a riprova di quanto fosse urgente intervenire, anche per garantire una uniformità ed una continuità di presa in carico fra “dentro e fuori”. Continuità che è ancora uno dei punti deboli del sistema, che di frequente non permette di reperire in tempi adeguati le informazioni sulle terapie di una persona in ingresso in Istituto, o di comunicarle agli altri Istituti durante i trasferimenti. La cartella clinica informatizzata che permetterebbe di ovviare a questo problema (anche per tutte le patologie), è stata attivata soltanto dal 25% dei servizi sanitari degli Istituti visitati nel 2019, e fra questi ci sono Istituti che lamentano comunque difficoltà nell’invio dei dati per problemi alle linee di connessione internet, a volte completamente assenti.

Dai confronti con il personale sanitario si rileva anche una maggiore rigidità ed una minore personalizzazione dei programma terapeutici per chi si trova all’interno degli Istituti rispetto al resto degli assistiti (anche se appartenenti alla stessa Azienda Sanitaria Locale), con una dichiarata scarsa condivisione con l’interessato degli obiettivi di programma, ed una netta prevalenza di interventi che tendono alla completa astinenza, piuttosto che per esempio a programmi di somministrazione a mantenimento (in alcuni istituti non è nemmeno previsto l’uso di sostitutivi! – fonte progetto Iride 2017). Mentre rimane decisamente molto diffusa la somministrazione costante di altri farmaci. La costruzione del programma risente ovviamente del contesto limitante del carcere, che non facilita percorsi di potenziamento dell’autonomia dei detenuti, e dalla durata del tempo di permanenza presso uno stesso Istituto, ma rimane il fatto che anche alcuni Istituti a custodia attenuata dedicata ai detenuti “tossicodipendenti” (ICATT) selezionano gli ingressi limitandoli a coloro che non assumono più metadone e non presentano sintomi di astinenza, il che pare una contraddizione in termini. Vi sono anche istituti carcerari nei quali le persone che stanno seguendo un programma terapeutico del Ser.D, sono escluse dalle lavorazione interne.

Questa impostazione generale, oltre a essere ingiustificata, è controproducente per l’eventuale successo di programmi terapeutici personalizzati, come dimostra la prassi universalmente seguita all’esterno. Inoltre gli affidamenti in prova al servizio sociale per proseguire o intraprendere l’attività terapeutica sulla base di un programma concordato con l’ASL (art. 94 del 309/90) coinvolgono ogni anno poco più di 2000 persone (dati Min. Giustizia) e quasi tutte presso comunità residenziali; sono molto pochi gli affidamenti ai servizi del territorio. In questo caso gioca un ruolo  importante la Magistratura di sorveglianza che tende ad approvare solo programmi terapeutici presso strutture “chiuse” che garantiscono la “custodia” del detenuto, con maggiori costi (che alcuni Ser.D non sono in grado di sostenere), ed una rigidità imposta ai programmi che gli stessi servizi sanitari e le comunità chiedono di superare. Non manca infine una segnalazione per la scarsità di azioni di riduzione del danno e dei rischi di trasmissione di HIV e di altre Infezioni Sessualmente Trasmissibili secondo quanto raccomandato per gli Istituti di pena dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il Controllo della Droga e la prevenzione del Crimine (2013), come ad esempio la disponibilità di materiali sterili per il consumo di sostanze.

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