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Il caso della Caserma Levante di Piacenza non è certamente il primo in Italia. Episodi di “devianza” all’interno delle Forze dell’ordine ne abbiamo conosciuti tanti. A partire da quello del Generale Ganzer, Generale del Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri, risultato prescritto in Cassazione solo per l’applicazione della “lieve entità”. A livello internazionale conosciamo in Messico la potenza dei grandi cartelli che hanno di fatto sotto controllo le polizie locali. Nelle Filippine il capo della polizia di Duterte si è dovuto dimettere per aver coperto la rivendita al mercato nero di circa 100 chili di metamfetamine sequestrate. Come i mercati illegali pervadono le Istituzioni e perché la domanda di regolazione di questi è preferibile sia soddisfatta dallo Stato piuttosto che dalle mafie e dai corrotti?

Ne parliamo con Federico Varese, professore ordinario di criminologia all’Università di Oxford e autore di numerosi studi e libri sulle mafie internazionali; l’ultimo è Vita di Mafia, pubblicato da Einaudi.

FL Che impressione le ha fatto vedere le foto dentro la caserma di Piacenza?
È una storia veramente grave. Drammatica per come mina la fiducia che si dovrebbe avere nelle istituzioni. Va detto subito che questa vicenda mostra come la mafia non sia l’unico attore importante nel mercato della droga. Laddove le mafie non sono forti entrano in campo altri soggetti, in questo caso purtroppo autorità deviate. Non so se sia un caso isolato, di certo le notizie dell’inchiesta ci svelano un presunto tentativo di controllare in maniera monopolistica il mercato della cannabis a Piacenza: secondo l’accusa, questi carabinieri non si dedicavano solo allo spaccio, ma volevano “controllare” il mercato, decidere chi poteva spacciare chi no. Questo è un ruolo tipico delle mafie: infatti, cosa sono le mafie? Organizzazioni che danno il permesso ad altri di operare, organizzazioni di governo dei mercati. I mercati illegali quindi non solo producono mafia e la arricchiscono, ma producono anche forti opportunità di corruzione per le istituzioni. Un mercato illegale genera domanda di mafia, che può essere soddisfatta da soggetti diversi dalle mafie.

Siamo quindi al paradosso che anche il mercato illegale debba essere “regolato”.
Certo. E non dimentichiamo che è un mercato vastissimo. Il vero salto di qualità per le mafie nostrane è stato l’ingresso nel mercato della droga. Fino ad un certo punto la mafia siciliana ebbe un ruolo limitato nel contrabbando di sigarette (anche in questo caso cercando di controllare il mercato in Sicilia). Poi entra nel traffico di eroina tra Oriente, Turchia e USA, sfruttando i contatti con i cugini americani, e tutto cambia. La guerra di mafia degli anni ottanta (1981-1984), detta come La Mattanza, che fece centinaia morti, nacque da dispute tra mafiosi relative a partite di droga mandate negli USA, come racconta bene Salvatore Lupo. Quella guerra segnò l’ascesa dei Corleonesi.

Sì è parlato forse più dello spaccio e dei festini, che delle ben più gravi violenze che sarebbero state perpetrate dai Carabinieri. Come se lo spiega?
La stampa italiana mi sembra non abbia sottolineato a sufficienza l’efferatezza della violenza nei confronti di persone completamente innocenti. Ci si è focalizzati appunto sul fatto che i carabinieri fossero coinvolti nello spaccio di droga, mentre i magistrati sembrano intenzionati ad usare la legge sulla tortura. Ripeto: presunti atti di tortura in una caserma dei Carabinieri. Va aggiunto che le vittime non sono scelte a caso. Nel caso di Piacenza si arrestano immigrati, si impauriscono, minacciandone l’arresto, persone che lavorano nel mondo della prostituzione. Migranti e persone “deboli” sono gli obiettivi, che diventano ancora più deboli grazie ad un contesto politico e un dibattito pubblico che criminalizza queste persone. In Italia c’è un clima politico tale che rende più facile prendersela con questi soggetti, e quindi si genera una sorta di colpevolezza presunta e una certa impunità mediatica a priori. Passa l’idea che gli immigrati siano sempre violenti.

Al di là del clima politico italiano quello degli arresti discriminatori è un tema diffuso in tutto il mondo, USA in testa, come abbiamo avuto modo di parlarne su Fuoriluogo più volte.
C’è l’impressione che in alcuni paesi gli arresti legati alle droghe facciano parte di un sistema di repressione sociale che attraverso la scusa dell’arresto per piccolo spaccio o consumo di droghe perpetuino antiche discriminazioni nei confronti delle minoranze. Queste politiche repressive riducono la fiducia di queste minoranze nei confronti dello Stato e creano delle enclave sociali ed etniche. Poiché non si fidano più dello Stato, questi cittadini non si rivolgono alle autorità per denunciare reati. Pensi che ci sono alcune zone dell’Inghilterra dove non viene denunciato alcun reato nel corso di un anno: o vivono in un mondo utopico dove il crimine non esiste, oppure il crimine esiste eccome ma la sua repressione sfugge completamente alle istituzioni legittime. In questi casi la funzione di “polizia” viene svolta dalle gang e dalle famiglie criminali.

FL LEAP, l’associazione di operatori di polizia per la riforma delle politiche sulle droghe, sottolinea sempre che, oltre a generare corruzione in sé, il proibizionismo crea opportunità anche quando è efficiente e fa il suo lavoro: arrestando uno spacciatore libera quel mercato (che esiste prima ed esisterà anche dopo) per un altro (più furbo o più potente). Cosa che non avviene quando si arresta un ladro o un violentatore. Che ne pensa?
Sono d’accordo. Arrestare uno spacciatore non serve a nulla. Va aggiunto che chi spaccia è di fatto il venditore di una merce, e quindi di norma evita di usare la violenza (questa viene invece usata da chi vuole controllare il mercato e ingaggia guerre per il controllo del territorio). In Inghilterra il 69% dei detenuti hanno commesso crimini non violenti, e costano ognuno circa 50 mila sterline l’anno all’erario. In prigione poi imparano a diventare violenti per sopravvivere, o diventano a loro volta vittime. Il carcere non può essere una soluzione per chi commette reati non violenti. Molto meglio che queste persone continuino a lavorare, pagare il mutuo, andare a scuola, e lo Stato può controllarli senza arrestarli. Anche nel caso di Piacenza abbiamo scoperto poi che la supposta violenza di questi spacciatori pare fosse inventata per giustificare l’arresto.

La caserma Levante sembra quindi essere un’esemplificazione plastica del Darwinian Trafficker Dilemma che richiamiamo spesso nel nostro Libro Bianco. Il proibizionismo è utile ai consorzi criminali più potenti e organizzati: ripulisce il mercato dai competitor meno esperti e permette quindi ai primi, anche grazie alla loro capacità corruttiva, di operare in una situazione di oligopolio.
Sì, questo mi permette di sottolineare un’altra cosa: mi sembra incredibile che il numero di arresti sia considerato un criterio per avere premi o far carriera. L’idea che dal numero di arresti derivi più sicurezza è pura follia, che genera degli incentivi perversi nelle organizzazioni preposte alla repressione. Bisogna ripensare immediatamente questi criteri. Cambiare i vertici dei carabinieri o costituirsi parte civile nei processi non serva a nulla se non si modificano gli incentivi per fare carriera. Va aggiunto che più persone vengono arrestate, più si rafforzano le gang che controllano le prigioni, come dimostrano gli studi sulla carcerazione di massa negli USA e in America Centrale. Oltre un certo limite, la teoria della deterrenza (non delinquo perché ho paura di essere arrestato) perde ogni senso se la probabilità di essere arrestato cresce a dismisura! In questo periodo sto studiando come nacque nei gulag sovietici la fratellanza criminale alla base della mafia russa. Beh, nacque proprio perché il regime sovietico arrestava in maniera indiscriminata sotto Stalin, e per gestire il gulag l’amministrazione si rivolse ai criminali stessi!

Carabinieri a Piacenza, il video del dialogo con il Prof. Varese