Marianna TosiCon la nuova normativa entrata in vigore da pochi mesi, la California, oltre ad aver intrapreso la strada “tortuosa” della legalizzazione della marijuana per uso ricreativo, deve affrontare una delle sfide più importanti: cercare di eliminare, se non del tutto almeno in buona parte, quel mercato illegale di produzione della sostanza che nel corso dei decenni si è sviluppato nella parte settentrionale dello stesso Stato. In questo contesto l’esempio più eclatante è rappresentato proprio dalla Contea di Humboldt, costellata di proprietari terrieri, che, a partire dagli anni ’60, si sono dedicati alla coltivazione e alla produzione di marijuana fino al punto da far diventare questa attività la loro economia principale.

La Contea di Humboldt, che, insieme a quella di Trinity e di Mendocino, costituisce il cosiddetto Emerald Triangle, è sempre stata valorizzata per la sua ricchezza naturale e soprattutto per le sue immense foreste, tanto che, a partire dalla seconda metà del Novecento, molti abitanti di Haight-Ashbury, tipico quartiere hippy e all’avanguardia nel cuore della città di San Francisco, decisero di migrare in questi territori e dare vita ad un’economia “parallela” e del tutto illegale rispetto a quella regolata dalle norme statali. Cominciò così la produzione e la coltivazione di marijuana in mezzo alle fitte foreste di sequoie millenarie che favorirono i produttori, nascondendone la loro attività e facendo sì che riuscissero a sopravvivere alle innumerevoli battaglie contro la marijuana intraprese nel corso degli anni sia a livello federale che a livello statale.

Ben presto l’intera Contea divenne famosa per le sue coltivazioni di marijuana e, da questo punto di vista, i dati parlano chiaro: solo nel 2010 circa l’80% di questa sostanza consumata negli Stati Uniti proveniva dalla California[1].

La contraddizione più grande, rimasta tale fino al referendum del 2016, era che questa industria nascente non rappresentasse un segreto né per la popolazione della California né per la nazione stessa, tanto che il New York Times, una delle testate giornalistiche statunitensi più importanti, dedicò un intero articolo alla tematica in questione già nel 1979, chiedendosi se non fosse meglio decriminalizzare l’attività per arrivare ad una tutela maggiore dei lavoratori delle piantagioni di marijuana[2]. Uno dei problemi maggiori che sorse nel corso degli anni, conseguenza necessaria del fatto che si trattasse di un mercato illegale e quindi fuori da ogni regola e controllo statale, fu quello della mancanza di tutela e di diritti per i lavoratori delle piantagioni di marijuana e, in ogni caso, questione di impatto maggiore a livello sociale fu l’abuso di attività lavorativa di minori, che in determinati casi scaturì anche in violenze sessuali a danno degli stessi.

L’ennesima denuncia di questa realtà risale al settembre del 2016, quando Shoshana Walter, giornalista di Reveal, piattaforma online del Center for Investigative Reporting, pubblicò una storia che esponeva la vera realtà lavorativa nelle piantagioni, fatta molto spesso di violenze e abusi sessuali[3]. Solamente nel 2015, infatti, l’Humboldt Domestic Violence Services ha registrato più di 2000 casi di questo genere, con un incremento dell’80% negli ultimi quattro anni[4], dati impressionanti derivanti dal disinteresse, consapevole o meno, dello Stato per questi territori.

Questa, pur rappresentando uno dei problemi principali, non è l’unica questione che fa riflettere. Molti di coloro che lavorano nelle piantagioni da anni lamentano la mancanza di tutele, a partire dalle condizioni di lavoro fino ad arrivare alle troppe ore lavorative giornaliere, che possono arrivare ad undici[5]. Tutti questi abusi, se non evitati del tutto, potrebbero essere perlomeno sanzionati se si agisse all’interno di un mercato regolamentato e controllato da parte delle autorità statali, e questo, infatti, rappresenta uno degli obiettivi primari della Proposition 64[6].

Se la nuova normativa produrrà dei risultati positivi attualmente non è dato saperlo, essendo entrata in vigore solo da alcuni mesi: in ogni caso, serviranno alcuni anni per avere dei riscontri pratici, sia che siano positivi sia che siano negativi. Sicuramente nel corso degli anni si è rafforzata l’idea di introdurre una maggiore tutela: non a caso sono sorte così delle corporazioni di coltivatori, come, per esempio, la Humboldt Growers Association, nata dall’esigenza di rappresentare i diritti e gli interessi degli stessi lavoratori[7].

Tutto ciò può rappresentare un punto di partenza per l’inserimento in un mercato legalizzato dei produttori della Contea di Humboldt. Infatti, con un mercato regolamentato, sottoposto a rigide regole e ad uno stringente controllo da parte dello Stato, questo scenario muta del tutto: la conseguenza primaria sarà l’innalzamento del numero di produttori della marijuana e quindi dell’offerta, con possibili conseguenze dannose per coloro che hanno basato la propria vita e la propria economia per decenni solo sulla produzione di questo prodotto. D’altro canto si potrebbe riscontrare anche una diminuzione del prezzo della marijuana a causa della concorrenza di molti più produttori nel mercato legale[8]. Pur rafforzandosi sempre di più il fronte della legalizzazione, i sostenitori californiani dell’anti-proibizionismo si trovano comunque ancora oggi, a quasi un anno di distanza dalla Proposition 64, a dover combattere la loro “battaglia” contro le lobbies degli stessi coltivatori (illegali) di marijuana, forti sostenitori del NO alla legalizzazione. Non è un caso se la maggior parte dei coltivatori della Contea di Humboldt si siano schierati apertamente a sfavore della Proposition 64. La ragione di questa presa di posizione è ben intuibile: fintato che fosse prevalsa una politica proibizionista in materia, i coltivatori di marijuana, pur compiendo un’attività illegale, sarebbero rimasti i soli all’interno del mercato della cannabis, senza dover competere con le grandi industrie, che ora stanno sempre più interessandosi ad espandersi anche in questo settore.

[1] E. Brady, How Humboldt Became America’s Marijuana Capital, in SALON, 30 giugno 2013, disponibile in: http://www.salon.com/2013/06/30/how_humboldt_became_americas_marijuana_capital/.

[2] W. Carlsen, Marijuana Crops Revive California Town, in The NEW YORK TIMES, 11 marzo 1979, disponibile in: http://www.nytimes.com/1979/03/11/archives/marijuana-crops-revive-california-town-annually-at-harvest-the-100.html?_r=0.

[3] “… During one harvest season, two growers began having sex with their teenage trimmer. When they feared she would run away, they locked her inside an oversized toolbox with breathing holes…”, S. Walter, In Secretive Marijuana Industry, Whispers of Abuse and Trafficking, in Reveal from the Center for Investigative Reporting, 8 settembre 2016, disponibile in: https://www.revealnews.org/article/in-secretive-marijuana-industry-whispers-of-abuse-and-trafficking/.

[4] Ibidem.

[5] J. Warner, Marijuana Employees Ask To Be Treated With The Same Respect as Their Merchandise, in International Business Times, 18 dicembre 2015, disponibile in: http://www.ibtimes.com/marijuana-employees-ask-be-treated-same-respect-their-merchandise-2231136.

[6] Altro problema che sorse durante gli anni fu quella di una totale assenza di tutele per quanto riguarda la salute degli stessi lavoratori, entrando sempre a contato con pesticidi e muffe. Lo stesso Occupational Safety and Health Administration (OSHA), che regola le condizioni di lavoro, non si è mail preoccupato di sottoporre a controllo queste settore.

[7] California Growers Association, sito web disponibile in: http://www.calgrowersassociation.org/.

[8] Un’altra importante questione che preoccupa i coltivatori della regione di Humboldt è quella riguardante la tutela del loro marchio di fabbrica che contrassegna il prodotto. Ciò si scontra con la nuova regolamentazione del 2016 che pone delle regole specifiche e stringenti in tema di pubblicità della marijuana in modo da tutelare i minori. É previsto infatti che “… marijuana shall not be marketed, labeled, or sold as grown in California county when the marijuana was not grown in that country…The name of a California county shall not be used in the labeling, marketing, or packaging of marijuana products unless the marijuana contained in the product was grown in that county…”.