Sembra essere trascorsa un’era geologica da quando si stava animatamente e appassionatamente discutendo intorno a una Conferenza nazionale sulle droghe dal basso, fortemente voluta dalla galassia delle associazioni, alcune delle quali, tra l’altro, promuovono questo Libro Bianco. Invece, sono passati soltanto poco più di tre mesi, che in altri momenti dell’asfittica storia politica del nostro Paese, avrebbero costituito un tempo impercettibile di passaggio. La pandemia ha prodotto un terremoto sanitario, sociale, antropologico, economico. Non è chiaro se abbia determinato anche qualche scossa tellurica di tipo politico. Neanche sappiamo se abbia favorito un’ampia riconsiderazione della condizione di subalternità nella quale sono state costrette ad operare le organizzazioni non governative e il libero mondo dell’associazionismo in Italia. Gli anni immediatamente precedenti al 2020 sono stati anni bui e difficili per coloro i quali hanno a cuore i diritti umani, i diritti delle persone private della libertà, i diritti delle persone migranti o una diversa e non proibizionista politica sulle droghe. Non è stato solo un periodo dominato da un governo reazionario, ma qualcosa di ben più pericoloso. Le Ong sono state criminalizzate, lo spazio pubblico a disposizione del pensiero critico si è enormemente ridotto. Molti di noi hanno dovuto preoccuparsi per la prima volta della propria sicurezza personale. Quelli che sono oggi fin troppo leggermente definiti i giorni del Papeete, sono stati i giorni della guerra ai diritti umani e alle organizzazioni non governative.

Ora è il momento che queste ultime si riprendano il proprio spazio, il proprio tempo, la propria dignità, la propria capacità di narrare un’altra storia, e non quella solita, banale di chi si muove sempre nello stesso solco paternalista e fintamente perbenista. È anche questo il senso di una Conferenza nazionale sulle droghe non governativa indetta dal mondo delle associazioni, che possa travolgere e stravolgere un’agenda pubblica altrimenti tristemente e inutilmente ripetitiva nel linguaggio, nelle proposte culturali, sociali, giuridiche. Solo l’inversione della solita logica di azione politica up-down può favorire scelte fondate sul coraggio e l’innovazione sociale.

La questione delle droghe è una questione paradigmatica di come intendiamo la vita e le vite nelle nostre società articolate e complesse. Una Conferenza dopo la pandemia, dopo l’esperienza su scala globale di lockdown, ha un valore enorme, in quanto il confinamento ha messo a nudo i problemi autentici, individuali e comunitari. Si tratta ora solo di prenderne coscienza e rimettere al centro tre parole chiave, massacrate dalle politiche sovraniste e identitarie, che sono ‘libertà’, ‘dignità’ e ‘solidarietà’. Esse sono tra loro intimamente connesse, sono inscindibili, anche quando al centro del dibattito pubblico vi è il tema delle droghe, dei consumi, della prevenzione, dei giovani. Poco e male si è parlato di ragazzi e giovani durante la pandemia. Improvvisati sociologi hanno disquisito su tutto, sui danni del confinamento, sulla mancata ripartenza del mondo della scuola e dell’università. Non ci si è invece seriamente interrogati sugli stili di vita e su come questa parentesi di chiusura globale avrebbe dovuto determinare una riconsiderazione di politiche repressive che male hanno finora fatto a chi tiene alla salute psico-fisica delle nuove generazioni, costrette a essere vittime sacrificali di una società ipocrita. Chiunque abbia un minimo di rispetto per la scienza pedagogica sa che l’educazione è un progetto che richiede fatica e non scelte manichee, dialogo e non violenza repressiva, prevenzione e non terapia, autorevolezza e non autoritarietà.

Il Libro Bianco, anche in questa undicesima edizione, vuole essere una fonte non acritica di informazione, che ha delle tesi accreditate e scientificamente solide, e non si accontenta di sedersi sul pensiero conservatore standardizzato. E di queste tesi sarebbe importante che si discuta down-up nel prossimo autunno con chi ha poteri decisori in materia di droghe, giustizia, welfare, sicurezza e salute.
La nostra Conferenza non tratterà la questione delle droghe con l’ideologia uni-dimensionale fondata sul securitarismo etico. Il mondo delle organizzazioni sociali che ha edito questo Libro Bianco ben sa che la questione delle sostanze stupefacenti è invece pluri-dimensionale e che all’ideologismo moralista va contrapposto un pragmatismo razionale. Il che non significa non avere una forte base valoriale che suggerisca ciascuna delle azioni da intraprendere.

Il manicheismo punitivo ha tragicamente fallito. Ora è giunto il momento di cambiare la rotta delle azioni pubbliche, sapendo che i fronti di ragionamento sono tanti e complicati. Provo ad elencarne alcuni, sapendo che ciascuno va letto nella consapevolezza di un’inevitabile interdipendenza con il successivo. Ognuno di questi ambiti merita una riflessione e non va ridimensionato a slogan.
La questione delle droghe investe in primo luogo la salute psico-fisica. Impone una riflessione specifica intorno a questo, ai rischi veri, a quelli presunti, alla prevenzione, alla riduzione del danno, alle strategie di intervento pubblico, all’azione privata in ambito sanitario. La questione socio-sanitaria si riconnette a quella carceraria. La promozione e protezione della salute psico-fisica degli assuntori di sostanze – leggere o pesanti – è fortemente compromessa da scelte di carcerazione, che fanno male a tutti e al sistema stesso. Inevitabilmente la questione è anche economica. Mentre la galera ha un costo individuale elevatissimo, le politiche socio-sanitarie sono meno onerose, anche se più complesse e meno rispondenti a bisogni di bieco consenso politico-elettorale. La questione economica ci riporta dunque alla questione politica e alle scelte in ambito criminale. Il regime proibizionista è il cuore degli enormi guadagni illeciti delle organizzazioni criminali. Economia e criminalità sono inevitabilmente da leggersi insieme, tanto più quando si tratta di un fenomeno di massa come è quello dei consumi, principalmente giovanili. Dunque, la questione attiene anche alle politiche educative per i ragazzi e i giovani che non possono e non debbono essere ipocrite, false. Non dobbiamo parlare ai nostri ragazzi enfatizzando stereotipi privi di fondamento scientifico, statistico e sociale (ad esempio: di cannabis si muore o chi fuma uno spinello finirà a iniettarsi eroina). Non dobbiamo trattare i ragazzi e i giovani come sciocchi burattini, altrimenti i consumi andranno sempre ad aumentare e noi adulti perderemo credibilità. Infine, dobbiamo considerare anche la meta-questione etica, discutendo di libertà positive e negative.
La questione complessa delle droghe deve essere sottratta pertanto ad ogni rigidità interpretativa e deve essere affrontata con pragmatismo. Quello stesso pragmatismo che ispirò Pier Paolo Pasolini nell’affermare che la sua personale antipatia e non empatia nei confronti di chi fa uso di droga non avrebbe mai dovuto portare a forme di intolleranza e repressione carceraria nei loro confronti. Lo Stato laico è anche questo. In questo modo lo Stato si erge a protettore dei diritti dei più deboli, dei giovani, degli adolescenti. Il paternalismo di chi minaccia più carcere fa solo del male, a partire proprio dai più indifesi.